domenica 20 agosto 2017

Marcinelle e i minatori del mare - Mauro Armanino


Sono minatori come quelli di Marcinelle bruciati da 61 anni. Anche loro stanno scavando a modo loro il mare. Scavano per anni e infine, l’ultimo tratto da scavare, ancora più pericoloso. Sono i migranti portati in salvo dalle gallerie scavate nel Mediterraneo. Morirono in 262 per buona parte connazionali. Bruciati come fossere essi stessi diventati un carbone simile all’olocausto. Famiglie annientate dal dolore e racconti incompiuti di una migrazione economica che prevedeva braccia in cambio di carbone a prezzo ridotto. Così era siglato l’accordo italo-belga dell’epoca. Dovevemo saperlo, invece di distrarci da anni di amnesia mercantile. Avremmo potuto prevederlo che prima o poi quei morti sarebbero tornati. Dal mare, stavolta.
Ma i cunicoli e le ore, gli anni passati a scavare, sono gli stessi. C’è chi scava carbone e chi scava futuro. Sono entrambi nascosti nella terra o nel mare. Non di altro si tratta. Minatori per necessità, di carbone e di nulla, nella terra, la sabbia o il mare. Non è quello che conta. Scavare per portare alla luce ciò che è nascosto, seppellito, tradito nele viscere della terra o tra i cunicoli, non meno infidi, del mare. Invece di fiamme il grande e pietoso silenzio del mare che raccoglie, come neppure gli umani sanno fare, in una grande città sommersa quanti lo solcano. Una città di minatori di futuro, merce rara, preziosa, non vendibile eppure fin troppo necessaria per la storia. Marcinelle è la memoria dei minatori del mare.

La metà dei morti erano connazionali, contadini d’origine che conoscevano la terra. Alla terra e alla polvere sono tornati. Una scintilla, lo scoppio e l’incendio, sono diventati cenere perché dalla cenere erano nati. Una cenere benedetta, sparsa nel vento e che ha raggiunto altre sponde, lontano. Cenere e polvere e sabbia, sono gli stessi ingredienti che formano la storia umana, con un pezzo di mare da scavare. I discorsi di commemorazione che sembrano parlare al passato e non sanno sguardare il futuro di cui i minatori di mare sono gli operai. Dalle gallerie di Marcinelle a quelle del mare non c’è che un passo da compiere. E questo passo si fa con gli occhi e la memoria purificata dal sale.
Sono minatori d’acqua, scavano, cercano, si perdono, bruciano nel mare. Raccolgono minerale di futuro, raro e prezioso come la vita, che senza di lui perde la speranza. Pochi anniversari, cimiteri sparsi sulla riva e lei, la città sommersa dei minatori del mare. Si ritrovano e raccontano di quando da lontano si vedeva la terra e come scoprissero di nascere un’altra volta in un grido. Poi arrivava lei, l’acqua che tutto riempiva del suo manto leggero e inatteso. Ancora adesso, nella città sommersa, continuano gli scavi, per riportare alla luce il futuro finalmente trovato. Allora e 
solo allora si capirà che ricordare Marcinelle e dimenticare i minatori d’oggi, sarà come tornare a seppellire il futuro.



sabato 19 agosto 2017

Costa Rica: al bando la plastica monouso - Maria Rita D'Orsogna


Il Costa Rica torna a far parlare di se come di un modello virtuoso.  Tutti abbiamo visto e leggiamo dell’enorme quantita’ di plastica che finisce in mare, gli articoli che parlano di piu’ plastica che pesci in mare. Tutti abbiamo visto le foto di animali marini e uccelli soffocati dalle buste di plastica. Loro, in Costa Rica,  hanno pensato di fare qualcosa. Entro il 2021 sara’ vietato tutto cio’ che costituisce plastica mono-uso. Tutto.
Bottiglie di plastica e buste di plastica. Forchette di plastica, contenitori in polistirolo. Bicchieri di plastica, inplasticamento mono-uso.  E il fatto che abbiano scelto la data del 2021, significa che sono seri: il 2021 sono quattro anni e sara’ un cambiamento radicale che richiedera’ tanta buona volonta’ e lavoro. Come faranno? Offriranno incentivi ma allo stesso imporranno obblighi ai produttori. Cercheranno di incoraggiare ricerca e sviluppo di nuove idee come per esempio l’uso di cellulosa acetata.

Quanti altri buoni esempi ci da il Costa Rica? Hanno abolito l’esercito, vanno a 100% rinnovabili da vari anni ormai, hanno in atto progetti di rimboschimento della foresta tropicale. E adesso niente piu’ plastica usa e getta. Il Costa Rica, certo e’ un paese piccolo, e forse e’ piu’ facile attuare questi progetti in un paese cosi. Nel loro piccolo pero’ producono 4000 tonnellate di immondizia al giorno di cui il 20%, circa 800 tonnellate, finisce direttaemente nell’ambiente, spiaggia, foreste e fiumi perche’ le discariche e i centri di reciclaggio non riescono a “catturare” tutto.
Pero’ tutto questo dimostra che piccoli o grandi, con l’intelligenza e la programmazione,  si puo’. Si inizia sempre a scala piccola, ma a volerlo tutto si puo’ adattare e pensare per societa’ piu’ grandi e complesse. A noi il compito di *volere* tutto questo, di mettere pressione ai governanti, di continuare a sensibilizzare a imparare cosa succede altrove. Di non pensare mai “e’ impossibile” quando “come possiamo fare?”

Perche’ a volerlo tutto e’ possibile, da un mondo che va ad energia elettrica rinnovabile ad un mondo plastica-free.
Bravi al Costa Rica che ci da sempre lezioni di grande progresso e rispetto ambientale.


Trent’anni fa - Orosei, guerra alla foca monaca: sindaci contro ministro – Francesca Mulas


Da una parte i sindaci, dall’altra gli ambientalisti con in testa il Wwf. Da un lato l’economia, il turismo nascente, il lavoro, dall’altro la protezione della natura e dei suoi tesori. È l’estate del 1987, nei paesi attorno al Golfo di Orosei si consuma una lotta a colpi di decreti e carte bollate con, al centro, la foca monaca.
Il motivo? Un provvedimento firmato il 27 luglio dal ministro per l’Ambiente Mario Pavan e dal ministro della Marina mercantile Costante Degan che vietava la pesca e la navigazione in quelle acque per proteggere i pochi esemplari del piccolo mammifero rimasti in zona. I ministri del Governo guidato allora da Amintore Fanfani non avevano dubbi: nell’eterna questione tra lavoro e ambiente la priorità era il secondo, in questo angolo di Sardegna. “Considerato che la foca monaca è una delle dodici specie di animali in maggiore pericolo di estinzione a livello mondiale – si legge nel documento – nell’area del Golfo di Orosei avente la profondità di due chilometri dalla costa e compresa tra la foce della Codula di Luna e Punta Pedra Longa è vietata la pesca con qualunque mezzo esercitata, nonché la navigazione con mezzi da diporto e da trasporto turistico e qualsiasi altra anomala utilizzazione dell’area marina in questione e del tratto di spiaggia prospiciente”.
La foca monaca da sempre ha abitato il Mediterraneo e le coste sarde, in particolare le acque di Cala Gonone, con la Grotta del Bue Marino come rifugio. I pescatori non gradivano la sua presenza in mare dato che predava i pesci e poteva costituire un pericolo per i guadagni; non era raro, in quegli anni, trovare animali uccisi a fucilate. Alla fine degli anni Sessanta, assicuravano i lavoratori del Golfo di Orosei, ne esistevano appena venti, e l’idea di un parco marino era ancora ben lontana dall’essere realizzata.
Un eccezionale documento dell’Istituto Luce, poi, mostra come una foca era stata catturata in mare per essere trasferito nello zoo di Roma, esibita come buffa attrattiva per turisti e curiosi.



Decenni di caccia avevano reso la foca delle coste sarde diffidente e schiva, da qui l’esigenza di proteggere i pochissimi esemplari rimasti. Il 22 luglio 1987 il Wwf inviò una denuncia precisa al Ministero dell’Ambiente. In quei mesi poi organizzò diverse campagne di sensibilizzazione: a Cagliari in via Baylle, vicino alla sede cittadina del Wwf, comparve un manifesto a lutto (nella foto di Stefano Deliperi):



“Atteggiamenti ministeriali poco seri e incomprensibili fanno mancare all’affetto dei suoi cari dopo una lunga permanenza nelle coste la foca monaca. Ne danno il triste annuncio il padre Wwf, la madre Italia Nostra, il figlio Celentano, i cognati Pavan – Degan”. Celentano era il cantante Adriano, che nel novembre di quell’anno dal programma ‘Fantastico’ su Rai 1 aveva invitato gli elettori del referendum a scrivere nelle schede elettorali ‘La caccia è contro l’amore’ mostrando un filmato sulla violentissima caccia agli animali da pelliccia nel mare artico.

In quell’estate, poi, nel porto di Civitavecchia gli animalisti invitavano i turisti  diretti in Sardegna a disertare le calette del Golfo per non disturbare gli animali. “La Regione ha abbandonato il Golfo – accusava Antonello Monni del Wwf – e ha messo in pericolo l’ambiente della zona”.
 L’allerta del Wwf venne accolta dal ministro dell’Ambiente: il decreto a protezione della foca fu firmato il 27 luglio, un mese dopo diventava operativo con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Pescatori, operatori turistici, sindaci e amministratori della zona andarono su tutte le furie. Secondo Dino Barranu, primo cittadino di Baunei, il governo aveva agito con arroganza, invadenza e colonialismo; i sindaci di Baunei, Tortolì e Dorgali chiesero la revoca immediata del provvedimento. Con loro si schierò il Consiglio regionale della Sardegna.
Il segretario regionale della Democrazia cristiana, Salvatore Ladu, chiese (e ottenne) un incontro con il neopresidente del Consiglio Giovanni Goria: “La Dc privilegia l’uomo sugli animali: il governo, prima di imporre divieti e intromettersi nelle autonomie locali, deve intervenire con programmi seri a sostegno dell’occupazione, specie giovanile”.
La protesta dei sindaci e dei consiglieri regionali, alla fine, ebbe la meglio: un anno dopo il Tribunale amministrativo regionale accolse il ricorso del Consiglio e del Comune di Baunei, bocciò il decreto Pavan e le barche tornarono in mare.
Il resto è storia nota: nessun esemplare abita più le Grotte del Bue Marino, meta di centinaia di turisti ogni giorno, mentre barche e barconi fanno avanti e indietro nelle acque del Golfo. Ma il piccolo mammifero, nonostante tutto, resiste: alcuni avvistamenti, assicura Stefano Deliperi del Gruppo di Intervento Giuridico, ci dicono che non è scomparsa del tutto dalle coste sarde. Le segnalazioni non vengono però divulgate: piccola precauzione per evitare una nuova caccia alla foca. Che questa volta potrebbe essere l’ultima caccia.

da qui




anche qui

domenica 13 agosto 2017

l'uovo di Colombo

Una lavatrice salverà il Pianeta: l'eco-invenzione di uno studente 22enne - Maria Luisa Prete


La lavatrice salverà il mondo? Se promette di ridurre le emissioni di COpotrebbe dare alla causa ecologica un importante contributo. È stato scoperto un trucco, semplice ma potenzialmente rivoluzionario se diffuso su larga scala, per ridurre il peso dell'elettrodomestico e renderlo green. L'idea è venuta a uno studente londinese di 22 anni, Dylan Knight dell'Università di Nottingham Trent (NTU), sviluppata come parte del suo progetto finale di studio, gestito dalla società Tochi Tech, con l'aiuto del professore di ingegneria, Amin Al-Habaibeh.

In pratica, viene sostituito il blocco di calcestruzzo, posizionato all’interno delle macchine come contrappeso, con un contenitore di plastica che viene riempito d’acqua dopo l’installazione. In questo modo, il trasporto diventa più agevole, ma soprattutto l'invenzione promette di far risparmiare 45.000 tonnellate di anidride carbonica alle sole macchine vendute nel Regno Unito ogni anno. La maggior parte delle lavatrici ha un blocco di calcestruzzo che si aggira intorno ai 25 kg, è posizionato sulla parte superiore e serve a mantenere stabile la macchina durante il ciclo di centrifuga
La produzione e il trasporto del calcestruzzo creano emissioni di carbonio e rendono le macchine pesanti per il trasporto, aumentando così i costi del carburante. Knight, impegnato nella progettazione del prodotto, ha testato un dispositivo leggero, che pesa, invece meno di 3 chilogrammi vuoto e ha constatato che è altrettanto efficace dei blocchi di calcestruzzo quando viene riempito d'acqua. L'invenzione riduce il peso della lavatrice di un terzo. Riducendo il peso, un camion utilizzato per il trasporto di 100 kg potrebbe risparmiare circa 8.5 g di emissioni di anidride carbonica e 0.35 litri di carburante per 100 km percorsi…

giovedì 10 agosto 2017

Una lunga estate calda - Greenpeace


L'ondata di calore di quest'ennesima, anomala, estate sta distruggendo il patrimonio ambientale italiano a ritmi preoccupanti. Secondo dati raccolti da Legambiente a fine luglio erano già andati in fumo quasi 75.000 ettari del nostro Paese. Più di quanto bruciato l'anno scorso.
Le cause sono note e la “sorpresa” di troppi pare fuori luogo: azioni criminali (della criminalità organizzata o di singoli, per gesti di pura follia o di meditato calcolo) e dissesto del territorio con una manutenzione dei suoli, delle foreste e del patrimonio naturale in genere che non è all'altezza di un Paese del G7. Stupisce che in questo contesto non si discuta in modo approfondito degli effetti (ci sono? Non ci sono?) dell'eliminazione del Corpo Forestale dello Stato (adesso Carabinieri Forestali, senza più compiti specifici di lotta agli incendi) che sembrerebbe aver creato vari intoppi al contrasto ai roghi.
C'è tuttavia un terzo elemento, altrettanto prevedibile e previsto, che doveva essere considerato e non lo è stato: il clima è cambiato. L'estate torrida del 2003 ha lasciato in Europa una lunga e tragica scia di morti "in eccesso" (prevalentemente anziani e soggetti debilitati): almeno 80.000 persone in dodici Paesi. Che qualcosa del genere dovesse ricapitare, prima o poi, lo si sapeva. E che quest'anno, dopo un inverno anomalo, ampie fette del Paese fossero in “crisi idrica” era palese, almeno dal mese di aprile. Un chiaro campanello d'allarme per tutti. In particolare per chi ci governa e può e deve intervenire con urgenza per mettere in pratica quanto deciso con l'Accordo di Parigi sul Clima: a cominciare dall'eliminazione dell'uso di combustibili fossili.
Che gli incendi siano associati all'aumento delle temperature è ovvio. È notizia di questi giorni che in Siberia la superficie percorsa da incendi quest'anno ha già superato 1 milione di ettari! Con la spiacevole conseguenza che la fuliggine degli incendi, depositandosi (spinta dai venti) sul ghiaccio ne aumenta il surriscaldamento e quindi la velocità di fusione. La stima è che ogni anno, in tutta la Russia, si perdano 2,5 milioni di ettari di foreste.
E quest'anno, per la prima volta in assoluto, sono segnalati incendi perfino in Groenlandia (forse, causati da incauti turisti) dove sono andati in fumo 1250 ettari a soli 50 km dal fronte di un ghiacciaio. A 150 km dal Circolo Polare Artico. In un Pianeta che non è più lo stesso.
da qui

mercoledì 9 agosto 2017

Sappiamo come fermare gli incendi ma nessuno vuole farlo - Andrea Degl'Innocenti



Teletron è un azienda sarda che ha inventato e testato un sistema per prevenire, scoprire e poter così spegnere velocemente gli incendi boschivi. La tecnologia è già attiva in alcune zone e Parchi nazionali d’Italia, mentre in Sardegna è stata messa da parte per interessi non proprio trasparenti. L’amministratore di Teletron Giorgio Pelosio ci spiega la tecnologia e i suoi effetti sugli incendi.
Ogni estate nei mesi di luglio ed agosto la Sardegna brucia. Ettari ed ettari di terreno ardono ogni anno, accelerando il processo di desertificazione del territorio sardo. Gli incendi boschivi, per il 70 per cento di origine dolosa, sono una delle problematiche maggiori dell’isola ed è preoccupante il dato che li vede in aumento costante anno dopo anno.
Eppure la situazione non è sempre stata questa. C’è stato un tempo in cui gli incendi erano calati ai minimi storici e venivano subito scovati e debellati grazie all’introduzione di una tecnologia. Eppure ancora oggi c’è in Sardegna un uomo che è convinto (e i dati sembrano dargli ragione) di sapere come fare a ridurre drasticamente il rischio incendi in Sardegna. Quest’uomo si chiama Giorgio Pelosio ed è amministratore e direttore tecnico di Teletron Euroricerche.
Abbiamo intervistato Giorgio per capire cos’è il sistema di telerilevamento degli incendi boschivi, come funziona questa tecnologia e perché in Sardegna sembra non si voglia davvero applicare e abbiamo scoperto cose molto interessanti.
Il concetto di base è piuttosto semplice: il sistema si basa su una rete di telecamere che monitorano 24 ore su 24 la zona boschiva e rilevano automaticamente gli incendi fin dal primo focolare. Prima dunque che il fuoco raggiunga la cima degli alberi e si propaghi velocemente. Ogni telecamera può tenere sotto controllo 35-40 mila ettari di territorio e la rete riesce a scovare un incendio anche a 15-20 chilometri di distanza. Appena si genera o viene innescato un incendio il sistema lo rileva e lo segnala alla sala operativa con le coordinate geografiche cosicché si possa intervenire in pochi minuti con l’elicottero. “In questo modo” spiega Giorgio Pelosio “moltissimi incendi possono essere spenti in 5-10 minuti”.

Se pensate che si tratti di un sistema appena nato che ancora deve essere collaudato e perfezionato vi sbagliate. Il sistema di telerilevamento degli incendi boschivi è stato inventato addirittura nel 1984 proprio in Sardegna dall’azienda Teletron, con l’impiego di raffinate tecnologie di origine militare che sono riconosciute affidabili e sicure a livello internazionale.
Venne sperimentato per la prima volta proprio in Sardegna a partire dal 1985 e oggi è attivo in alcune zone della Spagna, del Portogallo e della Grecia e in Italia nelle regioni di Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata e Calabria.
Ma in Sardegna non più. Già, proprio nella terra che gli ha dato i natali e che più di ogni altra ne avrebbe bisogno (la Sardegna è di gran lunga la prima regione italiana per estensione del territorio distrutta da incendi ogni anno) il servizio è stato interrotto nel 2005. E da allora, inevitabilmente, gli incendi sono tornati ad aumentare. Nel 2013 sono divampati 1.539 incendi boschivi, ben oltre la metà dei 2.653 nazionali, con un distacco abissale sulla Sicilia (239) e Puglia (156), seconda e terza.

Ma come era la situazione quando il sistema era attivo? “Nelle zone dove questi sistemi sorvegliamo il territorio 24h su 24 c’è stata una diminuzione dell’85 per cento delle superfici bruciate! Inoltre sono diminuiti considerevolmente anche i tentativi d’incendio: se si considera che il 70 per cento degli incendi in Sardegna sono di origine dolosa, anche il solo fatto che esista un sistema di sorveglianza boschivo in grado – fra l’altro – di favorire l’identificazione dei colpevoli è un deterrente notevole”.
Peraltro i costi del sistema di telerilevamento sono, nel medio periodo, inferiori a quelli degli interventi per sedare gli incendi se si considera che ogni anno la Regione Sardegna spende nella campagna antincendio una cifra che ormai si aggira attorno agli 80 milioni di euro, perlopiù investiti in aerei ed elicotteri, senza che si prevedano grossi investimenti in prevenzione.
Dunque dove sta il blocco? Perché questa tecnologia non viene più applicata? Secondo Pelosio il motivo è da ricercare proprio negli aspetti economici. “Dietro ci sono grossi interessi ed è evidente che sono in tanti a mangiare nella torta degli incendi boschivi.”
Tuttavia Giorgio Pelosio non demorde. È convinto dell’efficacia del suo sistema ed è determinato ad andare fino in fondo. Lui il fuoco ce l’ha dentro e quello neppure la sua tecnologia sarebbe in grado di spegnerlo.
Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini
(*) Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale –http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-155-come-fermare-sardegna/ – pubblicato su “Italia che Cambia”


martedì 8 agosto 2017

Incendi, non possiamo abituarci. È il momento di unirci per combatterli


Il testo che segue è giunto il redazione come lettera. Dopo averlo letto, abbiamo pensato di pubblicarlo come editoriale. Ne abbiamo apprezzato la pacatezza, l’assenza di retorica, la volontà di costruire. Ci auguriamo che quanto scrivono Carlo Cotza e il gruppo di lavoro CoruBirde non cada nel vuoto. Le pagine di Sardinia Post sono aperte a chiunque voglia intervenire.

Ogni giorno alle tre del pomeriggio, quando esco dal mio ufficio di Dolianova, mi guardo sempre intorno, alla ricerca di segnali di incendio. Il 31 luglio ho visto una colonna di fumo in direzione Arbus – Gonnosfanadiga e, purtroppo, non mi sono sbagliato. Ho rivisto il film dell’incendio di tre anni fa, la sensazione è stata subito che si trattasse della stessa cosa, delle stesse proporzioni, forse anche degli stessi autori. Probabilmente mi sbaglio, spero di sì, ma adesso questo non importa: perché sono passati tre anni da quell’incendio, ma gli anniversari ormai non si contano.
Le persone che inorridiscono davanti al fuoco distruttore sembrano essere sempre di più: persone pensanti e ambientaliste pronte, da un lato, a scendere in piazza per i diritti, ma che, dall’altro, si sentono impotenti, perché vedono il problema degli incendi più grande di loro. La maggior parte dei sardi è sensibile alle questioni ambientali e alla tutela del territorio, ma finisce per diventare invisibile perché si appiattisce sul disperato mantra che rende l’orrore quotidiano. Guardiamo dalla finestra gli incendi estivi come un irrimediabile appuntamento annuale, come quando smettiamo di stupirci per le guerre nel mondo o per il naufragio delle barche cariche di persone dalla Libia. L’abitudine gioca davvero brutti scherzi.
Quindi, mi chiedo, dove sono e cosa fanno tutte queste persone? Se ci sono, ma non si vedono e non agiscono, c’è un grosso problema sociale e politico? Tanti interrogativi e tanti dubbi.
Dubbi sulle politiche nazionali, regionali e comunali, che evidentemente non riescono ad arginare la distruzione dell’ambiente né a tutelarlo e valorizzarlo per produrre ricchezza e benessere a chi lo abita. Dubbi su forestali, vigili e volontari, che fino ad ora non si sono difesi abbastanza da chi li accusa di bruciare per il solo scopo di tenere sempre operativa e finanziata la dispendiosa macchina anti-incendio e del risanamento. Dubbi sugli ambientalisti, che non sembra abbiano raccolto le idee di chi ama l’ambiente per tradurle in proposte politiche concrete e operative. Dubbi sulla stampa che, senza malafede, per lo più scrive “il fuoco minaccia al bosco” per colpa di un “vasto incendio”, quando ormai tutti sappiamo che l’uomo è l’unico autore criminale del suo ambiente e della sua specie.
Avere dubbi, certo, non significa non riconoscere e non rispettare il lavoro di chi tutti i giorni già combatte sul campo, a volte rischiando grosso: significa, anzi, cercare altre idee da affiancare a quelle buone ed esistenti. Chissà quanti altri dubbi, se ci mettessimo insieme a raccoglierli. E chissà quali altre idee, oltre a quelle che adesso mi vengono in mente, raccolte con un gruppo di amici.
Per esempio, come ha scritto Roberto Saviano il 19 luglio, le cause degli incendi sono molteplici, ma tutte hanno lo stesso comune denominatore, intorno all’asse fuoco e relativo spegnimento. Si parla ogni volta di elicotteri, aerei, macchina antincendio, ma, al contrario, in pochissimi (come, anni fa, in Aspromonte) hanno avuto l’idea di finanziare e stipendiare vedette solo a patto che la zona sottoposta alla loro custodia non prenda fuoco. C’è chi ha proposto l’ergastolo per gli incendiari, ma viene in mente che l’ergastolo dovremmo darlo a tutti sardi, me compreso, perché non siamo in grado di fare il nome di quelle poche persone che hanno un enorme potere distruttore, che vivono nelle nostre piccolissime comunità e alle quali, se vogliamo, possiamo risalire con relativa facilità.
Sentiamo parlare tutti i giorni dell’integrazione delle politiche per il lavoro, per il sociale, per l’immigrazione, per l’ambiente, per la cultura, e allora mi chiedo, per esempio, se qualcuno abbia visto, recentemente, un progetto organico di sviluppo del territorio che metta insieme tutte queste politiche. Si potrebbero banalmente destinare la terra e il bosco a chi beneficia dell’assistenza nei servizi sociali comunali. Persone che riceveranno un contributo economico a patto di azioni di inserimento sociale, stando alla normativa recente, che apre scenari molto migliori della semplice pulizia dei marciapiedi.
Ci sono poi una costellazione infinita di azioni, alla portata di chiunque, che sarebbe bello raccogliere in maniera integrata e organica: indagini, sia sulle buone prassi (ci sono Regioni in cui non si brucia più), sia su quali interessi si celano di volta in volta dietro ogni incendio (che non guasta mai); azioni simboliche, come una campagna social e diffusa con manifesti, adesivi e magliette…
La Regione Sardegna potrebbe istituzionalizzare la Giornata dell’Ambiente, un momento in cui uffici e scuola si fermano e ragionano; un Assessorato all’Ambiente sensibile al problema potrebbe facilmente – e a costo zero – bandire un concorso per idee e progetti che uniscano occupazione e difesa del territorio, coinvolgendo nuovamente le scuole a vari livelli, l’università, le associazioni, i produttori; quello stesso Assessorato potrebbe anche pensare di promuovere l’editoria ambientale, culturale, archeologica, con una campagna diffusa di cartelloni (che costa quattro soldi, come sanno bene le amiche e gli amici che quotidianamente lavorano nelle associazioni culturali e di volontariato).
Pensare non costa niente, è vero, ma piccole azioni concrete costano davvero poco, se si hanno le idee chiare. È ora di passare all’azione, anche con piccoli gesti… ma concreti!
Carlo Cotza  e il gruppo di lavoro CoruBirde

domenica 6 agosto 2017

Carta da musica – Giovanni Gusai

Il pane carasau è un pane della mia terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.
Provengo da un’isola, nella quale forte si fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia, una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.
Provengo da una terra in cui si parla un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace di barbarie imperdonabili.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e brutta.
Provengo direttamente dalla bellezza. Il mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole, l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi. La mia è una terra di colori.
Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.
Provengo da un luogo in cui tutto sembra dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.
Tutto da me è come il pane carasau. Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.
Questo è per gli esuli, per chi ha ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse. Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica.

martedì 1 agosto 2017

il caffè allunga la vita?

Il caffè può allungare la vita. Lo sostengono due importanti studi pubblicati oggi in contemporanea su Annals of Internal Medicine. Uno di questi è il primo studio europeo su larga scala – oltre 520.000 sono i soggetti coinvolti, da 10 Paesi europei – sul rapporto tra assunzione di caffè e rischio di mortalità, ed è firmato da 48 ricercatori da tutto il mondo coordinati da Marc Gunter, epidemiologo dell’International Agency for Research on Cancer. Il secondo studio invece, con autrice principale Wendy Setiawan della University of Southern Califonia, ha investigato sull’associazione tra caffè e mortalità su una coorte multietnica di 185.000 afroamericani, nippoamericani, latinoamericani e caucasici. Trovando che i benefici del caffè sono simili per tutte le etnie, e ottenendo risultati numerici del tutto analoghi a quelli europei, tanto che i due studi si possono sintetizzare così:
·        Rispetto a chi non beve caffè, chi consuma una tazza di caffè (da 235 mL, la nostra tazzina è invece intorno ai 40 mL) al giorno ha un rischio inferiore del 12% di morte da tutte le cause (disturbi cardiaci, cancro, ictus, diabete, problemi respiratori e renali).
·        Va ancora meglio a chi consuma tre o più tazze: il rischio di mortalità, rispetto ai non bevitori, è più basso del 18%.
Lo studio condotto da Marc Gunter ha riguardato la coorte EPIC, che comprende 521.330 soggetti di età per lo più superiore a 35 anni da 10 nazioni (Italia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Norvegia, Regno Unito, Spagna, Svezia). I soggetti sono stati seguiti con questionari e valutazioni per un periodo medio di 16 anni (durante il quale sono deceduti 41.693).

Come si può spiegare l’effetto salvifico del caffè? «Il caffè contiene numerosi composti, come i polifenoli (potenti antiossidanti vegetali), gli acidi clorogenici (anch’essi composti fenolici), i diterpeni (presenti in resine e balsami vegetali)…