domenica 20 agosto 2017

Marcinelle e i minatori del mare - Mauro Armanino


Sono minatori come quelli di Marcinelle bruciati da 61 anni. Anche loro stanno scavando a modo loro il mare. Scavano per anni e infine, l’ultimo tratto da scavare, ancora più pericoloso. Sono i migranti portati in salvo dalle gallerie scavate nel Mediterraneo. Morirono in 262 per buona parte connazionali. Bruciati come fossere essi stessi diventati un carbone simile all’olocausto. Famiglie annientate dal dolore e racconti incompiuti di una migrazione economica che prevedeva braccia in cambio di carbone a prezzo ridotto. Così era siglato l’accordo italo-belga dell’epoca. Dovevemo saperlo, invece di distrarci da anni di amnesia mercantile. Avremmo potuto prevederlo che prima o poi quei morti sarebbero tornati. Dal mare, stavolta.
Ma i cunicoli e le ore, gli anni passati a scavare, sono gli stessi. C’è chi scava carbone e chi scava futuro. Sono entrambi nascosti nella terra o nel mare. Non di altro si tratta. Minatori per necessità, di carbone e di nulla, nella terra, la sabbia o il mare. Non è quello che conta. Scavare per portare alla luce ciò che è nascosto, seppellito, tradito nele viscere della terra o tra i cunicoli, non meno infidi, del mare. Invece di fiamme il grande e pietoso silenzio del mare che raccoglie, come neppure gli umani sanno fare, in una grande città sommersa quanti lo solcano. Una città di minatori di futuro, merce rara, preziosa, non vendibile eppure fin troppo necessaria per la storia. Marcinelle è la memoria dei minatori del mare.

La metà dei morti erano connazionali, contadini d’origine che conoscevano la terra. Alla terra e alla polvere sono tornati. Una scintilla, lo scoppio e l’incendio, sono diventati cenere perché dalla cenere erano nati. Una cenere benedetta, sparsa nel vento e che ha raggiunto altre sponde, lontano. Cenere e polvere e sabbia, sono gli stessi ingredienti che formano la storia umana, con un pezzo di mare da scavare. I discorsi di commemorazione che sembrano parlare al passato e non sanno sguardare il futuro di cui i minatori di mare sono gli operai. Dalle gallerie di Marcinelle a quelle del mare non c’è che un passo da compiere. E questo passo si fa con gli occhi e la memoria purificata dal sale.
Sono minatori d’acqua, scavano, cercano, si perdono, bruciano nel mare. Raccolgono minerale di futuro, raro e prezioso come la vita, che senza di lui perde la speranza. Pochi anniversari, cimiteri sparsi sulla riva e lei, la città sommersa dei minatori del mare. Si ritrovano e raccontano di quando da lontano si vedeva la terra e come scoprissero di nascere un’altra volta in un grido. Poi arrivava lei, l’acqua che tutto riempiva del suo manto leggero e inatteso. Ancora adesso, nella città sommersa, continuano gli scavi, per riportare alla luce il futuro finalmente trovato. Allora e 
solo allora si capirà che ricordare Marcinelle e dimenticare i minatori d’oggi, sarà come tornare a seppellire il futuro.



sabato 19 agosto 2017

Costa Rica: al bando la plastica monouso - Maria Rita D'Orsogna


Il Costa Rica torna a far parlare di se come di un modello virtuoso.  Tutti abbiamo visto e leggiamo dell’enorme quantita’ di plastica che finisce in mare, gli articoli che parlano di piu’ plastica che pesci in mare. Tutti abbiamo visto le foto di animali marini e uccelli soffocati dalle buste di plastica. Loro, in Costa Rica,  hanno pensato di fare qualcosa. Entro il 2021 sara’ vietato tutto cio’ che costituisce plastica mono-uso. Tutto.
Bottiglie di plastica e buste di plastica. Forchette di plastica, contenitori in polistirolo. Bicchieri di plastica, inplasticamento mono-uso.  E il fatto che abbiano scelto la data del 2021, significa che sono seri: il 2021 sono quattro anni e sara’ un cambiamento radicale che richiedera’ tanta buona volonta’ e lavoro. Come faranno? Offriranno incentivi ma allo stesso imporranno obblighi ai produttori. Cercheranno di incoraggiare ricerca e sviluppo di nuove idee come per esempio l’uso di cellulosa acetata.

Quanti altri buoni esempi ci da il Costa Rica? Hanno abolito l’esercito, vanno a 100% rinnovabili da vari anni ormai, hanno in atto progetti di rimboschimento della foresta tropicale. E adesso niente piu’ plastica usa e getta. Il Costa Rica, certo e’ un paese piccolo, e forse e’ piu’ facile attuare questi progetti in un paese cosi. Nel loro piccolo pero’ producono 4000 tonnellate di immondizia al giorno di cui il 20%, circa 800 tonnellate, finisce direttaemente nell’ambiente, spiaggia, foreste e fiumi perche’ le discariche e i centri di reciclaggio non riescono a “catturare” tutto.
Pero’ tutto questo dimostra che piccoli o grandi, con l’intelligenza e la programmazione,  si puo’. Si inizia sempre a scala piccola, ma a volerlo tutto si puo’ adattare e pensare per societa’ piu’ grandi e complesse. A noi il compito di *volere* tutto questo, di mettere pressione ai governanti, di continuare a sensibilizzare a imparare cosa succede altrove. Di non pensare mai “e’ impossibile” quando “come possiamo fare?”

Perche’ a volerlo tutto e’ possibile, da un mondo che va ad energia elettrica rinnovabile ad un mondo plastica-free.
Bravi al Costa Rica che ci da sempre lezioni di grande progresso e rispetto ambientale.


Trent’anni fa - Orosei, guerra alla foca monaca: sindaci contro ministro – Francesca Mulas


Da una parte i sindaci, dall’altra gli ambientalisti con in testa il Wwf. Da un lato l’economia, il turismo nascente, il lavoro, dall’altro la protezione della natura e dei suoi tesori. È l’estate del 1987, nei paesi attorno al Golfo di Orosei si consuma una lotta a colpi di decreti e carte bollate con, al centro, la foca monaca.
Il motivo? Un provvedimento firmato il 27 luglio dal ministro per l’Ambiente Mario Pavan e dal ministro della Marina mercantile Costante Degan che vietava la pesca e la navigazione in quelle acque per proteggere i pochi esemplari del piccolo mammifero rimasti in zona. I ministri del Governo guidato allora da Amintore Fanfani non avevano dubbi: nell’eterna questione tra lavoro e ambiente la priorità era il secondo, in questo angolo di Sardegna. “Considerato che la foca monaca è una delle dodici specie di animali in maggiore pericolo di estinzione a livello mondiale – si legge nel documento – nell’area del Golfo di Orosei avente la profondità di due chilometri dalla costa e compresa tra la foce della Codula di Luna e Punta Pedra Longa è vietata la pesca con qualunque mezzo esercitata, nonché la navigazione con mezzi da diporto e da trasporto turistico e qualsiasi altra anomala utilizzazione dell’area marina in questione e del tratto di spiaggia prospiciente”.
La foca monaca da sempre ha abitato il Mediterraneo e le coste sarde, in particolare le acque di Cala Gonone, con la Grotta del Bue Marino come rifugio. I pescatori non gradivano la sua presenza in mare dato che predava i pesci e poteva costituire un pericolo per i guadagni; non era raro, in quegli anni, trovare animali uccisi a fucilate. Alla fine degli anni Sessanta, assicuravano i lavoratori del Golfo di Orosei, ne esistevano appena venti, e l’idea di un parco marino era ancora ben lontana dall’essere realizzata.
Un eccezionale documento dell’Istituto Luce, poi, mostra come una foca era stata catturata in mare per essere trasferito nello zoo di Roma, esibita come buffa attrattiva per turisti e curiosi.



Decenni di caccia avevano reso la foca delle coste sarde diffidente e schiva, da qui l’esigenza di proteggere i pochissimi esemplari rimasti. Il 22 luglio 1987 il Wwf inviò una denuncia precisa al Ministero dell’Ambiente. In quei mesi poi organizzò diverse campagne di sensibilizzazione: a Cagliari in via Baylle, vicino alla sede cittadina del Wwf, comparve un manifesto a lutto (nella foto di Stefano Deliperi):



“Atteggiamenti ministeriali poco seri e incomprensibili fanno mancare all’affetto dei suoi cari dopo una lunga permanenza nelle coste la foca monaca. Ne danno il triste annuncio il padre Wwf, la madre Italia Nostra, il figlio Celentano, i cognati Pavan – Degan”. Celentano era il cantante Adriano, che nel novembre di quell’anno dal programma ‘Fantastico’ su Rai 1 aveva invitato gli elettori del referendum a scrivere nelle schede elettorali ‘La caccia è contro l’amore’ mostrando un filmato sulla violentissima caccia agli animali da pelliccia nel mare artico.

In quell’estate, poi, nel porto di Civitavecchia gli animalisti invitavano i turisti  diretti in Sardegna a disertare le calette del Golfo per non disturbare gli animali. “La Regione ha abbandonato il Golfo – accusava Antonello Monni del Wwf – e ha messo in pericolo l’ambiente della zona”.
 L’allerta del Wwf venne accolta dal ministro dell’Ambiente: il decreto a protezione della foca fu firmato il 27 luglio, un mese dopo diventava operativo con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Pescatori, operatori turistici, sindaci e amministratori della zona andarono su tutte le furie. Secondo Dino Barranu, primo cittadino di Baunei, il governo aveva agito con arroganza, invadenza e colonialismo; i sindaci di Baunei, Tortolì e Dorgali chiesero la revoca immediata del provvedimento. Con loro si schierò il Consiglio regionale della Sardegna.
Il segretario regionale della Democrazia cristiana, Salvatore Ladu, chiese (e ottenne) un incontro con il neopresidente del Consiglio Giovanni Goria: “La Dc privilegia l’uomo sugli animali: il governo, prima di imporre divieti e intromettersi nelle autonomie locali, deve intervenire con programmi seri a sostegno dell’occupazione, specie giovanile”.
La protesta dei sindaci e dei consiglieri regionali, alla fine, ebbe la meglio: un anno dopo il Tribunale amministrativo regionale accolse il ricorso del Consiglio e del Comune di Baunei, bocciò il decreto Pavan e le barche tornarono in mare.
Il resto è storia nota: nessun esemplare abita più le Grotte del Bue Marino, meta di centinaia di turisti ogni giorno, mentre barche e barconi fanno avanti e indietro nelle acque del Golfo. Ma il piccolo mammifero, nonostante tutto, resiste: alcuni avvistamenti, assicura Stefano Deliperi del Gruppo di Intervento Giuridico, ci dicono che non è scomparsa del tutto dalle coste sarde. Le segnalazioni non vengono però divulgate: piccola precauzione per evitare una nuova caccia alla foca. Che questa volta potrebbe essere l’ultima caccia.

da qui




anche qui

domenica 13 agosto 2017

l'uovo di Colombo

Una lavatrice salverà il Pianeta: l'eco-invenzione di uno studente 22enne - Maria Luisa Prete


La lavatrice salverà il mondo? Se promette di ridurre le emissioni di COpotrebbe dare alla causa ecologica un importante contributo. È stato scoperto un trucco, semplice ma potenzialmente rivoluzionario se diffuso su larga scala, per ridurre il peso dell'elettrodomestico e renderlo green. L'idea è venuta a uno studente londinese di 22 anni, Dylan Knight dell'Università di Nottingham Trent (NTU), sviluppata come parte del suo progetto finale di studio, gestito dalla società Tochi Tech, con l'aiuto del professore di ingegneria, Amin Al-Habaibeh.

In pratica, viene sostituito il blocco di calcestruzzo, posizionato all’interno delle macchine come contrappeso, con un contenitore di plastica che viene riempito d’acqua dopo l’installazione. In questo modo, il trasporto diventa più agevole, ma soprattutto l'invenzione promette di far risparmiare 45.000 tonnellate di anidride carbonica alle sole macchine vendute nel Regno Unito ogni anno. La maggior parte delle lavatrici ha un blocco di calcestruzzo che si aggira intorno ai 25 kg, è posizionato sulla parte superiore e serve a mantenere stabile la macchina durante il ciclo di centrifuga
La produzione e il trasporto del calcestruzzo creano emissioni di carbonio e rendono le macchine pesanti per il trasporto, aumentando così i costi del carburante. Knight, impegnato nella progettazione del prodotto, ha testato un dispositivo leggero, che pesa, invece meno di 3 chilogrammi vuoto e ha constatato che è altrettanto efficace dei blocchi di calcestruzzo quando viene riempito d'acqua. L'invenzione riduce il peso della lavatrice di un terzo. Riducendo il peso, un camion utilizzato per il trasporto di 100 kg potrebbe risparmiare circa 8.5 g di emissioni di anidride carbonica e 0.35 litri di carburante per 100 km percorsi…

giovedì 10 agosto 2017

Una lunga estate calda - Greenpeace


L'ondata di calore di quest'ennesima, anomala, estate sta distruggendo il patrimonio ambientale italiano a ritmi preoccupanti. Secondo dati raccolti da Legambiente a fine luglio erano già andati in fumo quasi 75.000 ettari del nostro Paese. Più di quanto bruciato l'anno scorso.
Le cause sono note e la “sorpresa” di troppi pare fuori luogo: azioni criminali (della criminalità organizzata o di singoli, per gesti di pura follia o di meditato calcolo) e dissesto del territorio con una manutenzione dei suoli, delle foreste e del patrimonio naturale in genere che non è all'altezza di un Paese del G7. Stupisce che in questo contesto non si discuta in modo approfondito degli effetti (ci sono? Non ci sono?) dell'eliminazione del Corpo Forestale dello Stato (adesso Carabinieri Forestali, senza più compiti specifici di lotta agli incendi) che sembrerebbe aver creato vari intoppi al contrasto ai roghi.
C'è tuttavia un terzo elemento, altrettanto prevedibile e previsto, che doveva essere considerato e non lo è stato: il clima è cambiato. L'estate torrida del 2003 ha lasciato in Europa una lunga e tragica scia di morti "in eccesso" (prevalentemente anziani e soggetti debilitati): almeno 80.000 persone in dodici Paesi. Che qualcosa del genere dovesse ricapitare, prima o poi, lo si sapeva. E che quest'anno, dopo un inverno anomalo, ampie fette del Paese fossero in “crisi idrica” era palese, almeno dal mese di aprile. Un chiaro campanello d'allarme per tutti. In particolare per chi ci governa e può e deve intervenire con urgenza per mettere in pratica quanto deciso con l'Accordo di Parigi sul Clima: a cominciare dall'eliminazione dell'uso di combustibili fossili.
Che gli incendi siano associati all'aumento delle temperature è ovvio. È notizia di questi giorni che in Siberia la superficie percorsa da incendi quest'anno ha già superato 1 milione di ettari! Con la spiacevole conseguenza che la fuliggine degli incendi, depositandosi (spinta dai venti) sul ghiaccio ne aumenta il surriscaldamento e quindi la velocità di fusione. La stima è che ogni anno, in tutta la Russia, si perdano 2,5 milioni di ettari di foreste.
E quest'anno, per la prima volta in assoluto, sono segnalati incendi perfino in Groenlandia (forse, causati da incauti turisti) dove sono andati in fumo 1250 ettari a soli 50 km dal fronte di un ghiacciaio. A 150 km dal Circolo Polare Artico. In un Pianeta che non è più lo stesso.
da qui

mercoledì 9 agosto 2017

Sappiamo come fermare gli incendi ma nessuno vuole farlo - Andrea Degl'Innocenti



Teletron è un azienda sarda che ha inventato e testato un sistema per prevenire, scoprire e poter così spegnere velocemente gli incendi boschivi. La tecnologia è già attiva in alcune zone e Parchi nazionali d’Italia, mentre in Sardegna è stata messa da parte per interessi non proprio trasparenti. L’amministratore di Teletron Giorgio Pelosio ci spiega la tecnologia e i suoi effetti sugli incendi.
Ogni estate nei mesi di luglio ed agosto la Sardegna brucia. Ettari ed ettari di terreno ardono ogni anno, accelerando il processo di desertificazione del territorio sardo. Gli incendi boschivi, per il 70 per cento di origine dolosa, sono una delle problematiche maggiori dell’isola ed è preoccupante il dato che li vede in aumento costante anno dopo anno.
Eppure la situazione non è sempre stata questa. C’è stato un tempo in cui gli incendi erano calati ai minimi storici e venivano subito scovati e debellati grazie all’introduzione di una tecnologia. Eppure ancora oggi c’è in Sardegna un uomo che è convinto (e i dati sembrano dargli ragione) di sapere come fare a ridurre drasticamente il rischio incendi in Sardegna. Quest’uomo si chiama Giorgio Pelosio ed è amministratore e direttore tecnico di Teletron Euroricerche.
Abbiamo intervistato Giorgio per capire cos’è il sistema di telerilevamento degli incendi boschivi, come funziona questa tecnologia e perché in Sardegna sembra non si voglia davvero applicare e abbiamo scoperto cose molto interessanti.
Il concetto di base è piuttosto semplice: il sistema si basa su una rete di telecamere che monitorano 24 ore su 24 la zona boschiva e rilevano automaticamente gli incendi fin dal primo focolare. Prima dunque che il fuoco raggiunga la cima degli alberi e si propaghi velocemente. Ogni telecamera può tenere sotto controllo 35-40 mila ettari di territorio e la rete riesce a scovare un incendio anche a 15-20 chilometri di distanza. Appena si genera o viene innescato un incendio il sistema lo rileva e lo segnala alla sala operativa con le coordinate geografiche cosicché si possa intervenire in pochi minuti con l’elicottero. “In questo modo” spiega Giorgio Pelosio “moltissimi incendi possono essere spenti in 5-10 minuti”.

Se pensate che si tratti di un sistema appena nato che ancora deve essere collaudato e perfezionato vi sbagliate. Il sistema di telerilevamento degli incendi boschivi è stato inventato addirittura nel 1984 proprio in Sardegna dall’azienda Teletron, con l’impiego di raffinate tecnologie di origine militare che sono riconosciute affidabili e sicure a livello internazionale.
Venne sperimentato per la prima volta proprio in Sardegna a partire dal 1985 e oggi è attivo in alcune zone della Spagna, del Portogallo e della Grecia e in Italia nelle regioni di Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata e Calabria.
Ma in Sardegna non più. Già, proprio nella terra che gli ha dato i natali e che più di ogni altra ne avrebbe bisogno (la Sardegna è di gran lunga la prima regione italiana per estensione del territorio distrutta da incendi ogni anno) il servizio è stato interrotto nel 2005. E da allora, inevitabilmente, gli incendi sono tornati ad aumentare. Nel 2013 sono divampati 1.539 incendi boschivi, ben oltre la metà dei 2.653 nazionali, con un distacco abissale sulla Sicilia (239) e Puglia (156), seconda e terza.

Ma come era la situazione quando il sistema era attivo? “Nelle zone dove questi sistemi sorvegliamo il territorio 24h su 24 c’è stata una diminuzione dell’85 per cento delle superfici bruciate! Inoltre sono diminuiti considerevolmente anche i tentativi d’incendio: se si considera che il 70 per cento degli incendi in Sardegna sono di origine dolosa, anche il solo fatto che esista un sistema di sorveglianza boschivo in grado – fra l’altro – di favorire l’identificazione dei colpevoli è un deterrente notevole”.
Peraltro i costi del sistema di telerilevamento sono, nel medio periodo, inferiori a quelli degli interventi per sedare gli incendi se si considera che ogni anno la Regione Sardegna spende nella campagna antincendio una cifra che ormai si aggira attorno agli 80 milioni di euro, perlopiù investiti in aerei ed elicotteri, senza che si prevedano grossi investimenti in prevenzione.
Dunque dove sta il blocco? Perché questa tecnologia non viene più applicata? Secondo Pelosio il motivo è da ricercare proprio negli aspetti economici. “Dietro ci sono grossi interessi ed è evidente che sono in tanti a mangiare nella torta degli incendi boschivi.”
Tuttavia Giorgio Pelosio non demorde. È convinto dell’efficacia del suo sistema ed è determinato ad andare fino in fondo. Lui il fuoco ce l’ha dentro e quello neppure la sua tecnologia sarebbe in grado di spegnerlo.
Intervista: Daniel Tarozzi
Riprese e montaggio: Paolo Cignini
(*) Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale –http://www.italiachecambia.org/2017/02/io-faccio-cosi-155-come-fermare-sardegna/ – pubblicato su “Italia che Cambia”


martedì 8 agosto 2017

Incendi, non possiamo abituarci. È il momento di unirci per combatterli


Il testo che segue è giunto il redazione come lettera. Dopo averlo letto, abbiamo pensato di pubblicarlo come editoriale. Ne abbiamo apprezzato la pacatezza, l’assenza di retorica, la volontà di costruire. Ci auguriamo che quanto scrivono Carlo Cotza e il gruppo di lavoro CoruBirde non cada nel vuoto. Le pagine di Sardinia Post sono aperte a chiunque voglia intervenire.

Ogni giorno alle tre del pomeriggio, quando esco dal mio ufficio di Dolianova, mi guardo sempre intorno, alla ricerca di segnali di incendio. Il 31 luglio ho visto una colonna di fumo in direzione Arbus – Gonnosfanadiga e, purtroppo, non mi sono sbagliato. Ho rivisto il film dell’incendio di tre anni fa, la sensazione è stata subito che si trattasse della stessa cosa, delle stesse proporzioni, forse anche degli stessi autori. Probabilmente mi sbaglio, spero di sì, ma adesso questo non importa: perché sono passati tre anni da quell’incendio, ma gli anniversari ormai non si contano.
Le persone che inorridiscono davanti al fuoco distruttore sembrano essere sempre di più: persone pensanti e ambientaliste pronte, da un lato, a scendere in piazza per i diritti, ma che, dall’altro, si sentono impotenti, perché vedono il problema degli incendi più grande di loro. La maggior parte dei sardi è sensibile alle questioni ambientali e alla tutela del territorio, ma finisce per diventare invisibile perché si appiattisce sul disperato mantra che rende l’orrore quotidiano. Guardiamo dalla finestra gli incendi estivi come un irrimediabile appuntamento annuale, come quando smettiamo di stupirci per le guerre nel mondo o per il naufragio delle barche cariche di persone dalla Libia. L’abitudine gioca davvero brutti scherzi.
Quindi, mi chiedo, dove sono e cosa fanno tutte queste persone? Se ci sono, ma non si vedono e non agiscono, c’è un grosso problema sociale e politico? Tanti interrogativi e tanti dubbi.
Dubbi sulle politiche nazionali, regionali e comunali, che evidentemente non riescono ad arginare la distruzione dell’ambiente né a tutelarlo e valorizzarlo per produrre ricchezza e benessere a chi lo abita. Dubbi su forestali, vigili e volontari, che fino ad ora non si sono difesi abbastanza da chi li accusa di bruciare per il solo scopo di tenere sempre operativa e finanziata la dispendiosa macchina anti-incendio e del risanamento. Dubbi sugli ambientalisti, che non sembra abbiano raccolto le idee di chi ama l’ambiente per tradurle in proposte politiche concrete e operative. Dubbi sulla stampa che, senza malafede, per lo più scrive “il fuoco minaccia al bosco” per colpa di un “vasto incendio”, quando ormai tutti sappiamo che l’uomo è l’unico autore criminale del suo ambiente e della sua specie.
Avere dubbi, certo, non significa non riconoscere e non rispettare il lavoro di chi tutti i giorni già combatte sul campo, a volte rischiando grosso: significa, anzi, cercare altre idee da affiancare a quelle buone ed esistenti. Chissà quanti altri dubbi, se ci mettessimo insieme a raccoglierli. E chissà quali altre idee, oltre a quelle che adesso mi vengono in mente, raccolte con un gruppo di amici.
Per esempio, come ha scritto Roberto Saviano il 19 luglio, le cause degli incendi sono molteplici, ma tutte hanno lo stesso comune denominatore, intorno all’asse fuoco e relativo spegnimento. Si parla ogni volta di elicotteri, aerei, macchina antincendio, ma, al contrario, in pochissimi (come, anni fa, in Aspromonte) hanno avuto l’idea di finanziare e stipendiare vedette solo a patto che la zona sottoposta alla loro custodia non prenda fuoco. C’è chi ha proposto l’ergastolo per gli incendiari, ma viene in mente che l’ergastolo dovremmo darlo a tutti sardi, me compreso, perché non siamo in grado di fare il nome di quelle poche persone che hanno un enorme potere distruttore, che vivono nelle nostre piccolissime comunità e alle quali, se vogliamo, possiamo risalire con relativa facilità.
Sentiamo parlare tutti i giorni dell’integrazione delle politiche per il lavoro, per il sociale, per l’immigrazione, per l’ambiente, per la cultura, e allora mi chiedo, per esempio, se qualcuno abbia visto, recentemente, un progetto organico di sviluppo del territorio che metta insieme tutte queste politiche. Si potrebbero banalmente destinare la terra e il bosco a chi beneficia dell’assistenza nei servizi sociali comunali. Persone che riceveranno un contributo economico a patto di azioni di inserimento sociale, stando alla normativa recente, che apre scenari molto migliori della semplice pulizia dei marciapiedi.
Ci sono poi una costellazione infinita di azioni, alla portata di chiunque, che sarebbe bello raccogliere in maniera integrata e organica: indagini, sia sulle buone prassi (ci sono Regioni in cui non si brucia più), sia su quali interessi si celano di volta in volta dietro ogni incendio (che non guasta mai); azioni simboliche, come una campagna social e diffusa con manifesti, adesivi e magliette…
La Regione Sardegna potrebbe istituzionalizzare la Giornata dell’Ambiente, un momento in cui uffici e scuola si fermano e ragionano; un Assessorato all’Ambiente sensibile al problema potrebbe facilmente – e a costo zero – bandire un concorso per idee e progetti che uniscano occupazione e difesa del territorio, coinvolgendo nuovamente le scuole a vari livelli, l’università, le associazioni, i produttori; quello stesso Assessorato potrebbe anche pensare di promuovere l’editoria ambientale, culturale, archeologica, con una campagna diffusa di cartelloni (che costa quattro soldi, come sanno bene le amiche e gli amici che quotidianamente lavorano nelle associazioni culturali e di volontariato).
Pensare non costa niente, è vero, ma piccole azioni concrete costano davvero poco, se si hanno le idee chiare. È ora di passare all’azione, anche con piccoli gesti… ma concreti!
Carlo Cotza  e il gruppo di lavoro CoruBirde

domenica 6 agosto 2017

Carta da musica – Giovanni Gusai

Il pane carasau è un pane della mia terra. È costituito da fogli rotondi di un sottile impasto, abbrustolito e croccante. È fragile e si spezzetta facilmente, ma può essere anche bagnato e in pochi minuti un foglio si trasforma in un lenzuolo di pane. Può essere così piegato, arrotolato o tagliato nel modo che si preferisce.
Provengo da un’isola, nella quale forte si fa sentire il canto del mare che chiama. Una stanza può diventare una gabbia, una casa un carcere, un’isola può finire per soffocare. Nella mia terra non è troppo facile vivere e il mio mare sa cantare canzoni che ti fanno venir voglia di andar via. I desideri diventano necessità, le aspirazioni lavori, le metropoli case in cui risiedere. La mia è una terra di partenze.
Provengo da una terra in cui si parla un’altra lingua. Gli anziani custodi della lingua sono suonatori virtuosi, è un piacere ascoltarli. Sono lenti e pazienti nei gesti, scorbutici nei modi ma come se dovessero difendersi. Hanno le mani spaccate dal lavoro e quasi mai pulite del tutto. Quando parlano sembrano recitare delle formule magiche. Anche il più stupido fra loro appare saggio, e se apre bocca per parlare cancella ogni traccia di stupidità. La mia è una terra di musica.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il coltello in tasca. Spesso siamo uno contro l’altro, affoghiamo il dolore nel sangue, non sappiamo perdonare. Le madri piangono i figli. L’odio ha trovato posto fra i nostri monti e ho paura tarderà ad andare via. Siamo in pochi, è facile prendersela con il più vicino. Fra noi c’è chi è stato capace di barbarie imperdonabili.
Provengo da un mondo con le lacrime agli occhi e il riso e il grano fra le mani. Fra la mia gente ho conosciuto l’amore tenero e sincero di chi può andare avanti solo condividendo tutto. Si piange per la felicità del figlio sposo. Sappiamo festeggiare e volerci bene. I nostri bambini, quando parlano come solo qui si parla, sembrano avere centinaia d’anni e fanno sorridere. La mia, come tutte, è una terra di gente. Bella e brutta.
Provengo direttamente dalla bellezza. Il mare qui è azzurro. La primavera verde di vita, l’estate gialla di sole, l’autunno rosso di vino e l’inverno bianco di neve. Il vento sconvolge i pensieri, il sole si fa maledire per quanto è forte. Abbiamo case in pietre e legno veri, paesini sparpagliati sulle vallate, alternati a pascoli e boschi. La mia è una terra di colori.
Provengo dal meravigliarsi. Da noi tutti hanno da parte un’espressione, per quando ci si meraviglia. E tutto ci ha meravigliato, almeno una volta. Dirai, questo capita dappertutto: sì, ma è un processo che dopo un po’ si ferma. Qui c’è gente pronta a meravigliarsi ancora oggi per il telefono senza fili, e non è uno scherzo. Ci si meraviglia per i turisti molto alti, per certi modi di comportarsi, per certe usanze. E chi arriva qui fa lo stesso, ma al contrario. C’è davvero da meravigliarsi per le vecchine minuscole, per certi modi di vestirsi e di comportarsi, per certe tradizioni. La mia è una terra di meraviglie.
Provengo da un luogo in cui tutto sembra dover essere per sempre. Ci sono maschere, costumi, canti e balli: raccontano la storia della mia isola a testa alta. Da sempre. I litigi, da me, sono per sempre. L’amicizia e la lealtà. Niente è vero in assoluto, è chiaro. Per fortuna o per sfortuna, questo dipende. La mia terra è la mia terra, lo sarà per sempre. Non ci sarà altro posto che potrò mai chiamare casa.
Tutto da me è come il pane carasau. Appariamo forti, sembra preferiamo spezzarci piuttosto che piegarci. È proprio così, eppure una parola gentile o una difficoltà vera ci ammorbidiscono l’anima. Abbiamo il cuore come il sughero. Ruvido e fastidioso al tatto, ma a saperlo lavorare vengono fuori dei capolavori.
Questo è per gli esuli, per chi ha ascoltato il canto del mare senza dimenticare. Se qualcuno di loro lo stampasse e lo leggesse a voce alta, e il suono che ne verrebbe fuori gli piacesse. Allora mi piacerebbe pensare: stampata, questa sarebbe carta da musica.

martedì 1 agosto 2017

il caffè allunga la vita?

Il caffè può allungare la vita. Lo sostengono due importanti studi pubblicati oggi in contemporanea su Annals of Internal Medicine. Uno di questi è il primo studio europeo su larga scala – oltre 520.000 sono i soggetti coinvolti, da 10 Paesi europei – sul rapporto tra assunzione di caffè e rischio di mortalità, ed è firmato da 48 ricercatori da tutto il mondo coordinati da Marc Gunter, epidemiologo dell’International Agency for Research on Cancer. Il secondo studio invece, con autrice principale Wendy Setiawan della University of Southern Califonia, ha investigato sull’associazione tra caffè e mortalità su una coorte multietnica di 185.000 afroamericani, nippoamericani, latinoamericani e caucasici. Trovando che i benefici del caffè sono simili per tutte le etnie, e ottenendo risultati numerici del tutto analoghi a quelli europei, tanto che i due studi si possono sintetizzare così:
·        Rispetto a chi non beve caffè, chi consuma una tazza di caffè (da 235 mL, la nostra tazzina è invece intorno ai 40 mL) al giorno ha un rischio inferiore del 12% di morte da tutte le cause (disturbi cardiaci, cancro, ictus, diabete, problemi respiratori e renali).
·        Va ancora meglio a chi consuma tre o più tazze: il rischio di mortalità, rispetto ai non bevitori, è più basso del 18%.
Lo studio condotto da Marc Gunter ha riguardato la coorte EPIC, che comprende 521.330 soggetti di età per lo più superiore a 35 anni da 10 nazioni (Italia, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Norvegia, Regno Unito, Spagna, Svezia). I soggetti sono stati seguiti con questionari e valutazioni per un periodo medio di 16 anni (durante il quale sono deceduti 41.693).

Come si può spiegare l’effetto salvifico del caffè? «Il caffè contiene numerosi composti, come i polifenoli (potenti antiossidanti vegetali), gli acidi clorogenici (anch’essi composti fenolici), i diterpeni (presenti in resine e balsami vegetali)…

sabato 29 luglio 2017

La guerra invisibile a chi difende la Terra - Francesco Martone

In un suo splendido editoriale sull’ultimo numero della rivista “liberal” statunitense Harper’s la scrittrice ed attivista Rebecca Solnit si cimenta con il tema dello spazio. Spazio fisico di agibilità, e spazio immateriale di compressione dei diritti. Tutto il potere, dice, “può essere inteso in termini di spazi. Spazi fisici, come anche le economie, le conversazioni, la politica – tutto può essere inteso come aree occupate inegualmente. Una mappa di questi territori costituirebbe una mappa del potere e dello status. Chi ha di più e chi ha di meno“, ed il “dominio dello spazio e del territorio da parte di chi ha potere può essere chiamato violenza strutturale”. La teoria basagliana definiva questa violenza strutturale come “crimine di pace”, altri la chiamano semplicemente, “necropolitica” termine coniato dal sociologo africano Achille Mbembe assieme a quello di “biopotere” .

Le cifre sono impressionanti: almeno 200 difensori (uomini e donne) sono stati uccisi lo scorso anno, in 24 paesi. Una scia di sangue che si allarga a macchia d’olio, i paesi dove Global Witness aveva registrato omicidi nel 2015 erano 16. Oggi in testa è il Brasile, seguito dall’Honduras, dal Nicaragua, dalle Filippine, la Colombia, l’India, e la Repubblica Democratica del Congo. Il Brasile del grande latifondo e dei mega-progetti di sviluppo del governo Temer, l’Honduras di Berta Caceres e del COPINH – la figlia Bertita di recente oggetto di minacce di morte mentre il governo annunciava la chiusura del contestatissimo progetto idroelettrico di Agua Zarca. Le Filippine di Duterte, o la Colombia dove dopo la firma dell’accordo di pace tra governo e FARC, e lo smantellamento della presenza delle FARC nei territori da loro controllati, si è scatenata una caccia agli attivisti e leader comunitari da parte di formazioni “neo-paramilitari”. Una maniera di “ripulire” il territorio per permettere poi alle imprese del settore estrattivo di fare i loro affari sporchi.
Il rapporto di Global Witness ci dice che il settore minerario è quello più macchiato del sangue degli attivisti uccisi lo scorso anno, 40% dei quali erano uomini e donne indigene. Il 60% dei 200 omicidi è stato registrato proprio in America Latina. E le responsabilità vanno attribuite direttamente o indirettamente agli apparati dello stato o della sicurezza, a formazioni non statali, pistoleros, o forze di sicurezza collegate alle imprese. Il numero però potrebbe essere assai maggiore, visto che secondo quanto registrato dall’Atlante per i Conflitti Ambientali (EJAtlas) almeno 2000 sono i conflitti sulla terra nel mondo. E poi molti di questi omicidi non sono stati denunciati o semplicemente derubricati a fatti di criminalità comune. Per non parlare poi della crescente criminalizzazione dei movimenti sociali e ambientali, non solo nel cosiddetto “Mondo di Maggioranza” ma anche in quello di “Minoranza” il ricco ed opulento “Nord”. Uno su tutti il caso della resistenza contro la Dakota Access Pipeline a Standing Rock. Allora risulta evidente che questo spazio che si restringe ha a che vedere con il modello di sviluppo, con i modelli di consumo e estrazione di valore dalla terra. È pertanto uno spazio “politico” di rivendicazione e di conflitto, dove chi ha il monopolio dell’uso della forza, armata o non, prevarica, comprime, marginalizza, uccide.

Questo nel cosiddetto “Sud”. E a parte il caso di Standing Rock che accade altrove, nel nostro “Nord” che si erge a paladino dei diritti umani e della democrazia? Turchia, Egitto ma anche Polonia, Ungheria per fare qualche esempio? Non ci si faccia illusioni: esiste a livello globale una guerra del potere contro la società civile, contro i cittadini e cittadine che si organizzano, si attivano, chiedono libertà e giustizia, rispetto dei diritti e protezione della terra.
Ad aprile di quest’anno CIVICUS ha reso noti i dati raccolti nel corso del 2016. La loro pubblicazione ha un titolo eloquente People Power under Attack” (il potere del popolo sotto attacco).
Secondo CIVICUS, solo il tre percento della popolazione mondiale vive in paesi dove lo spazio di agibilità ed iniziativa “civica” può considerarsi “aperto”. Sono ben 106 i paesi dove chi si mobilita pacificamente rischia la galera, la morte o la repressione. Dei 195 paesi monitorati da CIVICUS in 20 lo spazio di agibilità è chiuso, represso in 35, ristretto in 63, ed “aperto” in solo 26. Oltre sei miliardi di persone vivono in paesi dove l’agibilità politica e civica è chiusa, repressa o ostruita.
I dati di CIVICUS rivelano con chiarezza la responsabilità degli apparati di stato nell’assalto sistematico a chi, individui o movimenti, critichi l’autorità, svolga attività di monitoraggio dei diritti umani, o rivendichi i proprio diritti sociali ed economici. Il più recente rapporto sullo stato della società civile nel mondo sempre a cura di CIVICUS, va oltre ed identifica nella crescita del populismo e dell’estremismo sciovinista una delle cause dell’aumento della sfiducia verso la società civile, pretesto per attacchi allo spazio di agibilità civica.
E l’Italia? Secondo il rapporto di CIVICUS lo spazio di agibilità ed iniziativa “civica” in Italia si è “ristretto” e tende verso il livello di “ostruzione”, ben lontano dagli standard di “spazio civico aperto” di altri paesi membri della Unione Europea. Altri paesi dove si registra una “restrizione” dello spazio di agibilità sono gli Stati Uniti, il Canada, Cile, Argentina, Spagna, Francia, Corea del Sud, Giappone, Sudafrica, Australia, Zimbabwe oltre ad altri paesi africani.
In realtà, la recente campagna di criminalizzazione delle organizzazioni non governative e della società civile che fanno soccorso in mare, o solidarietà con migranti e rifugiati sarebbe solo una manifestazione parossistica di un “trend” che si sta insinuando anche nel nostro paese. Dalla criminalizzazione delle proteste dei comitati per la protezione dell’ambiente, alle minacce a giornalisti o avvocati da parte della criminalità organizzata, anche nel nostro paese iniziano a palesarsi i sintomi di una dinamica preoccupante.

Sempre CIVICUS, che assieme a Civil Society Europe ubblicherà in autunno uno studio dettagliato paese per paese, Italia inclusa, nel nostro paese nella prima metà del 2016 le principali libertà civili di associazione, riunione ed espressioni sono generalmente rispettate, ma sussistono alcune problematiche. Dalla discrezionalità nelle operazioni di ordine pubblico, all’uso eccessivo della forza in occasione di proteste di piazza. Occasionalmente difensori e difensore dei diritti umani soffrono minacce e intimidazioni. Nella prima metà del 2016 inoltre sono state registrate ben 221 violazioni del diritto alla libertà di espressione, una situazione ulteriormente aggravata da casi di intimidazione verso giornalisti.
Per tutto questo oggi proteggere i difensori della terra, dell’ambiente, dei diritti umani è un compito urgente, una sfida essenziale anche per la politica e per il settore privato, oltre che per la società civile nel nostro paese, già impegnata nella rete In Difesa Di, per i diritti umani e chi li difende, e più di recente con la campagna “Coraggio” di Amnesty International. Il prossimo anno l’Italia presiederà l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea) che attribuisce grande rilevanza al tema dei difensori dei diritti umani nei suoi paesi membri, tra cui vanno annoverati seppur con modalità diverse, paesi come la Turchia, l’Egitto, la Polonia, o l’Ungheria. E non solo, il 2018 marcherà il 20esimo anniversario della Dichiarazione ONU sui Difensori dei Diritti Umani occasione imperdibile per rilanciare con forza il tema della difesa dei difensori dei diritti umani e della tutela degli spazi di agibilità “civica” chiedendo al governo, al Parlamento ed agli enti locali uno sforzo collettivo per questa importante campagna di civiltà politica e sociale.
(Articolo pubblicato anche sull’ huffingtonpost.it - tratto da http://comune-info.net)


mercoledì 26 luglio 2017

anche papa Francesco parla su TED

Marijuana scontata in farmacia. Uruguay, a ruba l'erba di Stato - Daniele Mastrogiacomo

Da tre giorni la marijuana è libera in Uruguay. Si vende nelle farmacie e costa pochissimo: poco più di un euro al grammo. Si può produrre in casa, si può fumare alla luce del sole. Tranne nei luoghi pubblici dove è proibito anche per tabacco e derivati. Naturalmente non lo possono fare tutti. Il piccolo paese sudamericano non è il paradiso dei consumatori. Non ha alcuna intenzione di diventare l'Olanda del Sudamerica. Ha le sue regole, limiti, divieti e controlli. Ma l'entrata in vigore della seconda parte della legge promossa nel 2011 da Sebastián Sabini, deputato del Frente Amplio, il blocco della sinistra da 15 anni al potere e appoggiata dall'ex presidente José "Pepe" Mujica, ha trasformato l'Uruguay nel primo paese al mondo che detiene il monopolio completo delle foglie della pianta. Lo Stato controllerà la qualità del prodotto e la sua distribuzione. Una garanzia, nelle intenzioni dei promotori, nei confronti dei "tagli" spesso tossici e del mercato illegale che alimenta la criminalità.

Non mancano tuttavia le critiche da parte dei proibizionisti. Pedro Martínez, proprietario di una farmacia di Montevideo che non ha aderito al programma, spiega così i suoi timori: "Con l'erba libera si aprono le porte alle altre droghe. Chi non ci dice che dopo si arriverà a vendere anche la coca, l'ecstasy, la metanfetamina? ".

La maggioranza dei 3,4 milioni di uruguayani resta comunque convinta che si tratti di una scelta positiva. Sono almeno dieci anni che il paese discute sul tema. Fino agli albori del nuovo secolo, l'Uruguay era percorso dal traffico di stupefacenti come il resto dei paesi del Continente sudamericano. Ma essendo piccolo e fuori dalle rotte tradizionali, finiva per essere inondato da merce di pessima qualità. Soprattutto di pasta base della coca. Costava poco, arrivava dalla Bolivia, veniva fumata per stordirsi negli anfratti di Montevideo.

José Mujica decise di troncare questa piaga e suggerì ai parlamentari del suo partito di liberalizzare la marijuana. I dati sul consumo, gli dicevano che almeno 120 mila suoi concittadini si concedevano uno spinello di tanto in tanto. Che un giovane su 3, a Montevideo, fumava erba nel fine settimana. Che il 90 per cento della droga richiesta dal mercato interno era la marijuana. Che il suo business si aggirava su 30 milioni di dollari l'anno.

Il dibattito fu ampio e anche contrastato. Nel dicembre del 2013 si decise così di approvare una legge che andasse per gradi. Nella prima fase venne depenalizzato il suo uso. Si evitò di continuare a riempire le carceri di consumatori e piccoli spacciatori e si iniziò a prosciugare l'acquario in cui sguazzavano narcos e sicari. Solo due anni fa si decise di procedere alla fase due: la piena legalizzazione. Anche per scopo ricreativo.
La nuova legge è chiara: l'erba si compra in farmacia, lo può fare un cittadino uruguayano o un residente abituale e tutti devono registrarsi in un apposito libro. Per dimostrare la propria identità si usa l'impronta digitale. Si possono comprare fino a 40 grammi al mese per 45 dollari: un quinto del prezzo sul mercato clandestino. La qualità è garantita dallo Stato. Chi vuole coltivarla a casa ha diritto a sei piante per uso personale. Ma devi essere iscritto nel registro. Oggi sono già settemila.

Il laboratorio uruguayano stimola molti paesi del Continente. Dopo aver chiesto all'Onu di rivedere la sua politica sulla droga e aver ottenuto solo vaghe risposte, molti Stati hanno deciso di agire in modo autonomo. Così, il Messico ha legalizzato la coltivazione personale in piccole quantità; la Colombia ha avviato la produzione per scopi medici; Il Canada ha in programma di liberalizzarla nel 2018.

martedì 25 luglio 2017

Maxima Acuña ha sconfitto Yanacocha - Aldo Zanchetta


L’espressione “c’è un giudice a Berlino”, attribuita erroneamente a Bertolt Brecht (Umberto Eco dixit!), è riferita alla lunga e penosa vicenda di un mugnaio tedesco del Settecento. Vessato da un potente della sua città, egli venne privato del mulino ma si appellò alla giustizia che però, nei vari gradi di giudizio, gli dette torto. Finché la cosa arrivò alle mani di Federico II, re di Prussia, detto “il Grande”, che sembra fosse un principe “illuminato”. Esaminato il caso, il re dette ragione al povero mugnaio.  Da allora, quando la giustizia falla, come accade spesso per i poveracci, ci si domanda: “Ci sarà un giudice a Berlino?”.
L’espressione si adatta al caso di Máxima Acuña de Chaupe, una contadina peruviana la cui storia Comune-info ha seguito nei molti alti e bassi dei vari gradi di giudizio. La coraggiosa Máxima si è trovata di fronte – non solo figuratamente ma anche fisicamente, subendo minacce, aggressioni violente, ferite – la potente Mining Newmont Corporation, a cui appartiene la locale Yanacocha che, nella miniera Conga, estrae oro a 4mila metri di altezza, nella regione di Cajamarca delle Ande del Nord.
L’incredibile tenacia di una donna indifesa, ma solo apparentemente fragile, come Máxima l’ha resa un simbolo mondiale della resistenza all’”estrattivismo” predatorio. A maggior ragione. in un paese dove il 20,3% del territorio nazionale è coperto da concessioni minerarie di varia natura (in una provincia si è giunti al 95%!), dall’oro al petrolio, e dove la Defensoria del Pueblo, nel 2013, registrava 173 conflitti aperti e 45 latenti, oltre 100 dei quali causati proprio dall’attività mineraria.
Ricordate lo splendido romanzo “Rulli di tamburo per Rancas”?. Una recente indagine in due comunità della regione mineraria di Pasco, quella immortalata dal romanzo di Manuel Scorza, ha rilevato che oltre l’80% dei ragazzi presenta contaminazioni da piombo nel sangue. Il limite tollerato per legge è di 10 microgrammi per decilitro di sangue, ma costì per l’84,7% risulta superiore, con una media di circa 15 microgrammi. Non solo. Oltre il 50% dei bambini presenta una denutrizione cronica e il 23% soffre di anemia. L’attività mineraria distrugge l’agricoltura e la pastorizia, fonte di vita in queste zone di montagna e avvelena l’acqua. Naturalmente l’argomentazione dei politici nel concedere le licenze minerarie è basata sul binomio “sviluppo” e “lavoro”, quando l’odierna “coltivazione” (ironia dei nomi) mineraria, realizzata con le miniere a “cielo aperto”, l’occupazione è limitata a pochissime decine di operatori delle ruspe. Nelle miniere più moderne il materiale viene portato alla zone di ‘trattamento’ da grossi camion teleguidati …
Il progetto Conga è uno dei più contestati del paese e l’ipotesi di ampliamento ha scatenato proteste che durano ormai da oltre 5 anni e a causa delle quali oltre 300 leader popolari sono sotto processo a Cajamarca, la città capoluogo della regione.
La resistenza di Máxima ha fatto conoscere al mondo l’insensatezza di questo progetto e promosso un’ondata di solidarietà, culminata nel 2016 con la consegna all’intrepida contadina del prestigioso premio Goldman per i difensori dell’ambiente.
Comune-info ha seguito negli anni le vicende giudiziarie di Máxima, con la sua intricata sequenza di vittorie e sconfitte, fino a quando la Corte suprema di Giustizia, nel maggio scorso, sembra aver messo la parola fine alla vicenda, riconoscendo alla famiglia Chaupe la proprietà dei 27 ettari di terreno ormai circondato dalle proprietà della miniera. Scriviamo “sembra”, perché dopo la sentenza la Yanacocha ha dichiarato che rispetterà il giudizio ma manterrà aperte altre vertenze intraprese contro Maxima. Nel 2014 avevamo scritto: “Giustizia è fatta: doña Maxima resta a casa” ma nel settembre 2016 avevamo dovuto ammettere: “La persecuzione di Maxima continua”. Altri, su questo sito, nel 2016 avevano scritto: “Maxima ha già vinto”. Ma Yanacocha aveva interposto un nuovo ricorso alla Corte Suprema del Perù.
Per comprendere l’esasperazione degli abitanti della zona minacciata dall’estensione, si deve pensare a cosa sono le miniere a cielo aperto e a come i minerali vengono estratti nonché alla particolare ubicazione dell’attività di estrazione e alla lacunosità degli studi di impatto ambientale in base ai quali le autorità avevano approvato il progetto. Le miniere a cielo aperto si realizzano con enormi sbancamenti della roccia a mezzo di speciali ruspe. La roccia sbancata viene poi frantumata e trattata con soluzioni chimiche che sciolgono il minerale. Nel caso che il minerale sia oro, si usano mercurio, che si amalgama con le particelle di oro, nonché soluzioni di cianuro. Tutti i processi di questo tipo necessitano di grandi quantità di acqua, sottratta all’uso umano e agricolo, acqua che deve poi essere trattata data la sua tossicità. I bacini di contenimento delle acque reflue sono un pericolo permanente. Nei mesi scorsi la rottura della barriera in contenimento di uno di questi bacini in Brasile ha causato decine di morti. Ma le microperdite sono abituali con effetti micidiali.

Gli effetti del mercurio
L’estensione di Conga avverrebbe in un luogo molto delicato: una cabecera de cuenca, ovvero una sorgente di bacino idrico. Nel caso specifico la cabecera è costituita da 4 lagunas, ovvero laghi di montagna che ricevono l’acqua proveniente dai lento sciogliersi dei ghiacciai, che la distribuiscono a 5 vallate, per le quali quest’acqua significa la vita. Questo è un tema aggiuntivo: il Perù è stato classificato al terzo posto fra i paesi più a rischio a causa del cambiamento climatico, proprio per l’alterazione del sistema di regolazione del regime delle acque dovuto ai ghiacciai. E’ di questi giorni la notizia che in Svizzera 20mila mq di teli isolanti sono stati stesi su un ghiacciaio che si sta liquefacendo, mettendo a rischio il sistema idrico della regione sottostante!
Le manifestazioni attorno alle lagunas
Hugo Banco, celebre leader dell’insurrezione contadina che negli anni sessanta del secolo scorso portò nelle valli di La Conveción e Lara alla prima seria riforma agraria in Perù, nel numero di aprile scorso del mensile Lucha Indigena, da lui fondato e diretto, ha scritto:
“L’impresa (Yanacocha, ndt), che cerca soltanto di aumentare i propri guadagni, pretende di far scomparire le lagune di altura che forniscono acqua per bere, per l’agricoltura e gli allevamenti a centinaia di campesinos di 5 vallate. Máxima Acuña, per difendere le lagunas, non accetta di vendere la sua parcella di terreno a nessun prezzo all’azienda. […] Sono molte le persone coscienti che capiscono che dobbiamo mobilitarci in appoggio a lei. Lo si è visto il giorno 12 (di aprile, giorno in cui era prevista la sentenza, poi rinviata al 4 maggio, ndt). Oltre a quanti eravamo all’interno del Palazzo di Giustizia, fuori vi era una moltitudine di persone, alcune delle quali portavano cartelli con scritto: “Máxima no esta sola”. […] Máxima Acuña è il simbolo della nostra ribellione e per questo il nostro periodico Lucha Indigena porta costantemente sulla copertina il suo ritratto. (Lucha Indigena viene pubblicato anche grazie a un modesto aiuto finanziario offerto da alcuni amici italiani, al quale si può contribuire con due o tre decine di euro trimestrali… ).
Mirtha Vásquez, avvocatessa direttrice dell’Associazione Grufides, che ha preso a proprio carico le spese dei vari processi che la famiglia Chaupe non avrebbe potuto sostenere e che la ha difesa dal 2012, dopo la sentenza ha ricordato: “Questi cinque anni sono stati anni di enorme tensione per loro, tutti i giorni vigilati, tutti i giorni minacciati, tutti i giorni con la paura, col timore che vengano a invadere o che li caccino o gli tolgano il terreno o che possano perfino ammazzarli; vivere con questa tensione … Essi hanno deciso di difendere il poco che possedevano anche a rischio della vita, e tutto questo è anche una lezione di molto valore, non solo per loro, ma anche per tutta la gente che ha sempre avuto paura di fronte al potere”.
E come ricorda la stessa Mirtha Vazquez, questa è stata una vittoria al femminile:
Le donne di questa famiglia sono quelle che hanno fatto sì che si facesse giustizia, sono il pilastro della famiglia. La più giovane dei Chaupe, Gilda, quando quelli della miniera circondano la proprietà e entrano con un grosso mezzo meccanico (…) Gilda, la più giovane, aveva 17 anni, si lancia contro la macchina e il guidatore si ferma per paura di ammazzarla, ed è allora che si chiede alla polizia di entrare, e la polizia cerca di trascinarla via con la forza e Gilda si divincola, un poliziotto la colpisce alla testa col fucile e la stordisce, rendendola incosciente. Il poliziotto, credendo di averla uccisa, arretra e la polizia decide di ritirarsi. Questo atto di valore ha impedito lo sfratto. L’altra figlia, Isidora, è quella che filma tutto col suo cellulare ed è grazie a questo che abbiamo la registrazione degli abusi. E’ lei che dice alla famiglia: “Di qui non ci muoviamo, perché se ci portano via non potremo tornare mai più”. E infine Máxima, che difende la propria famiglia come una leonessa. Le tre donne sono state molto valorose in tutto questa faccenda.
“Conga no va” è stato lo slogan di cinque anni di lotta. Ma nelle alte sfere del potere qualcuno insiste.
NB Chi volesse avere notizie più dettagliate sulle vicende giudiziarie e sulle lotte di questi anni può effettuare il link su questi due documenti:
http://www.grufides.org/sites/default/files/Documentos/fichas_casos/CONFLICTO%20MINERO%20CONGA.pdf2 Jun 2015
Minería en Cajamarca: Caso Conga. Miltón Sánchez – Slideshare https://es.slideshare.net/RossanaMendoza/minera-48498149
Sulla figura di Máxima Acuña segnaliamo il bellissimo video di Simona Carnino Aguas de Oro (Italiano) – YouTube https://www.youtube.com/watch?v=f02LbhNniGk