giovedì 14 dicembre 2017

Il pesticida sia benedetto e (Mon)santo nei secoli - Saverio Pipitone


Discutendo ancora di glifosato e delle contraddizioni di Repubblica e della Ue con alcune indicazioni per la dieta dei molti colori
Per iniziare un breve riassunto. Il 27 novembre l’UE ha deciso il rinnovo per altri 5 anni dell’autorizzazione per l’utilizzo del glifosato. È l’ingrediente chimico alla base dei pesticidi sintetizzato nel 1950 da Henry Martin dell’industria farmaceutica svizzera Cilag e ripreso nel 1974 dai laboratori della multinazionale agrochimica statunitense Monsanto che lo brevetta come erbicida con il prodotto ROUNDUP.
Nel 2001 la licenza scade e un centinaio di produttori entrano nel business, verificandosi una esponenziale diffusione globale del diserbante che raggiunge un attuale impiego intorno alle 900.000 tonnellate all’anno. Di basso costo e di facile utilizzo, è considerato un efficiente killer che in dieci giorni elimina radicalmente le erbe infestanti nelle coltivazioni agricole, giardinaggio e manutenzione del verde, ma con disastrosi effetti sull’ambiente e sulla salute umana.
L’Italia ne ha limitato l’uso in agricoltura e lo ha vietato in determinate zone vicine ai centri abitati; ha votato contro il rinnovo “europeo” insieme ad altri 8 Paesi (il Portogallo si è astenuto) mentre 18 Stati si sono espressi a favore. Il voto determinate è stato quello della Germania che, nonostante sia uno dei territori più green dell’UE, ha scelto l’interesse economico e industriale, anziché della precauzione ambientale, ricevendo il ringraziamento del colosso farmaceutico tedesco Bayer che a settembre 2017 ha siglato un accordo di acquisizione per 66 miliardi di dollari della Monsanto e per altri 5 anni il diserbante (prodotto di punta) darà enormi profitti agli azionisti: in entrambe investono le spietate istituzioni finanziarie Vanguard Group, Blackrock e State Street.
L’1 dicembre 2017 sul cartaceo (e non online) di «Repubblica» (*) – nella sezione “Commenti” – esce l’articolo «Gli equivoci sul glifosato» della farmacologa e senatrice a vita Elena Cattaneo, in doppia veste di scienziata e politica, che difende a spada tratta l’erbicida.
Come l’Ue, la Cattaneo sminuisce il parere dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) che nel 2015, in seguito a un’analisi indipendente, ha definito il glifosato un genetossico capace di danneggiare il dna con conseguenze cancerogene per gli animali e probabilmente per gli esseri umani, che potrebbero rischiare il linfoma tumorale non-Hodgkin. Viceversa la Cattaneo fonda le sue convinzioni sull’improbabile cancerogenicità dichiarata dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare EFSA che ha però valutato l’erbicida sui dati ricevuti dalla stessa Monsanto e addirittura copiandone intere parti, come scoperto dai “Monsanto Papers” e dalle inchieste del quotidiano francese «Le Monde», con un brutto caso di informazione manipolata (**). Spara a zero sul biologico e sulla sua irrealizzabilità per il futuro dell’agricoltura, in cui vede invece l’uso di piante migliorate geneticamente: «[…] i prodotti bio nella grande distribuzione – scrive Cattaneo – presentano un ingiustificato ricarico di prezzo, non differendo in qualità al consumo rispetto ai corrispettivi non biologici; non solo perché le procedure del biologico su larga scala sono piene di deroghe e truffe. Ma soprattutto perché con tali procedure si produce pochissimo, consumando il 40% di suolo in più degli altri modelli di agricoltura».
A tali affermazioni ribatte dopo qualche giorno l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE) con una nota ufficiale nelle pagine web della rivista ecologista «Terra Nuova» dove fra l’altro si legge: «[…] Il commento a firma di Elena Cattaneo elenca una serie di pregiudizi e di semplici opinioni sugli effetti sanitari e ambientali dell’erbicida più diffuso al mondo che non coincidono nel modo più assoluto con le conoscenze attualmente disponibili; il tutto, accompagnato da un concentrato di nozioni sull’agricoltura sostenibile (biologica e biodinamica) che lascia francamente sconcertati. L’innovazione del futuro, sostiene l’autrice, coinciderebbe con l’impiego universale di OGM, capaci di risolvere in un colpo solo la moltitudine di temibili sfide con cui l’agricoltura dovrà fare i conti, dal cambiamento climatico all’erosione della biodiversità, fino alla piaga della denutrizione e chissà cos’altro ancora. […] È evidente che l’eventuale eliminazione del glifosato dal mercato globale dei pesticidi spingerebbe l’industria a sostituirlo con altri prodotti, sulla carta anche più tossici dell’originale. Ma il nodo della questione è proprio questo: il bando del glifosato dovrebbe rappresentare un primo passo verso la progressiva rimozione dei veleni di sintesi dalle pratiche agricole e zootecniche, così come da ogni altro settore in cui i parassiti possono essere controllati con metodi alternativi, non tossici e meno costosi. […] Poiché nessuno dubita – prosegue ISDE – della buona fede con cui è stato scritto il commento, c’è da dubitare della reale conoscenza degli argomenti cruciali che in esso vengono trattati, sui quali la senatrice-farmacologa continua a dispensare opinioni personali e ricette risolutive del tutto infondate».
Che la GDO – cioè la grande distribuzione organizzata – rincari in modo sproporzionato il biologico è verissimo: un cavolfiore di Alce Nero costa 3,99 al kg e mezzo chilo di pasta secca della stessa marca più di € 2 anzi fino a € 4,10 per quella integrale al kamut. Ci sono però numerosi altri prodotti biologici a prezzi più bassi – è sempre importante leggere l’etichetta per una migliore scelta – e hanno sicuramente un’elevata qualità di odore, sapore e nutrimento rispetto al non-bio.
Che i prodotti bio siano salutari lo dice pure – con un eccesso di trionfalismo? – l’articolo di Antonio Canciullo «I pesticidi? Anche nelle urine. Ma con la dieta bio spariscono» riportato il 30 novembre 2017 sul sito internet (e non sul cartaceo) nella sezione “salute” di «La Repubblica» con la notizia di un test fatto su una famiglia (genitori quarantenni e figli piccoli) a dimostrare che attraverso la dieta un’alta percentuale di pesticidi – tra cui il glifosato (che troviamo in moltissimi alimenti) – è assorbito dal corpo umano ma dopo 15 giorni di biologico gli inquinanti chimici scompaiono (o dsembrano scomparire) quasi del tutto.
Ma che fa «Repubblica»? Perché inserisce solo online la notizia contro il glifosato e l’indomani solo sul cartaceo quella a favore? Cerca di raggiungere due diversi target di lettori? Magari vuole tastarne lo spirito critico? O si rivolge alle multinazionali per tranquillizzarle che non si metterebbe mai totalmente contro di loro e possono continuare a farsi pubblicità sul quotidiano? Sarà utile ricordare che il costo degli “spot” sulla carta è molto più alto rispetto al web. Chissà. Ne potrebbero fare un corso di formazione continua per giornalisti con il titolo «Contraddizioni nelle testate giornalistiche tra web e carta».
Tornando al pesticida, il cibo infettato e geneticamente modificato lasciamolo alla senatrice: io la vedo uguale alla donna nella vignetta qui sopra di Joe Dator del «The New Yorker» che al supermercato davanti al banco ortofrutta chiede alla commessa: «qual è il mais geneticamente modificato?» e spunta una pannocchia sorridente che alza la manina come per dire sono qui, comprami e mangiami.
Al contrario è la dieta “arcobaleno” – o se preferite dei molti colori naturali – con frutta e verdura biologica, di stagione e il più possibile a km0 che fa bene, abbassando del 30% circa il rischio di malattie (anche gravi).
Partiamo dal rosso con pomodoro, ravanello, anguria, ciliegia, fragola, arancia, barbabietola: contengono licopene che, agendo in maniera antiossidante, riduce le patologie cardiovascolari e combatte i tumori al seno o alle ovaie nelle donne, alla prostata negli uomini. In particolare, il pomodoro è pieno di questa sostanza; l’anguria con la sua acqua (93,5%) è ricca di enzimi che idratano e depurano; le ciliegie contengono fibre contro la stitichezza e le emorroidi; la fragola, con un’elevata presenza di vitamina C e sali minerali, oltre alle sue proprietà ipotensive, antiaterosclerotiche e diuretiche, cura la tosse, rinforza le gengive e protegge dalle scottature solari.
I colori giallo e arancio con carote, albicocche, kaki, peperoni, zucche, meloni, arance e limoni che includono vitamina C, flavonoidi e betacarotene per proteggersi dai tumori, prevenire l’invecchiamento cellulare e tutelare la vista. I caroteni e la vitamina A della zucca migliorano la funzionalità polmonare; l’arancia è nutritiva, tonica, disintossicante e antinfiammatoria; l’albicocca è anti-aging, in quanto frutto della longevità.
Nel verde ci sono broccoli, cavoli, bietole, spinaci, cime di rape, rucola e insalate, che con la clorofilla e il magnesio purificano il sangue, tonificano il cuore, neutralizzano le tossine, regolano la pressione dei vasi sanguigni e il tasso di colesterolo. Il cavolo pone rimedio a tosse, raffreddore, ulcera gastrica e depressione; il cuore del carciofo è un buon regolatore dell’apparato circolatorio.
Il colore viola include melanzane, radicchio, frutti di bosco, mirtilli, uva rossa, prugne e fichi. Pieni di fibra e antiossidanti prevengono l’aterosclerosi, ictus, patologie neuro-degenerative, curano gambe gonfie o vene varicose e proteggono l’intestino. La melanzana, mangiata con la buccia, è indicata per le insufficienze cardiache, abbassa il colesterolo, favorisce la digestione, difende il fegato e le sue foglie preparate in impacchi sollevano da scottature o ascessi; l’uva è un concentrato di vitamine, depura la pelle, fortifica i capelli, rinforza i muscoli e un grappolo al giorno è consigliato per donne in gravidanza o bambini in crescita.
Il colore bianco racchiude aglio, cavolfiore, finocchi, funghi, mele e pere composti da solforati, flavonoidi, selenio, potassio per combattere l’invecchiamento cellulare, fluidificare il sangue, rafforzare il tessuto osseo e i polmoni. L’acido folico del cavolfiore previene il rischio della spina bifida del nascituro; una mela dopo cena protegge le gengive, sbianca i denti, regola l’intestino e previene l’invecchiamento della pelle. La pera aiuta a perdere peso, riduce il rischio di tumore del colon, regola l’intestino ed è suggerita per la terza età o nell’alimentazione infantile. E teniamo a mente Pinocchio che da capriccioso mangiò solo la polpa della pera, ma poi per gran fame ingerì buccia e torsolo. «Ora sì che sto bene!» disse il burattino e Geppetto rispose: «vedi dunque che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!!…». Tanti, forse troppi e contraddittori: fra inquinamento, disinformazione e inconsapevolezza.
(*) vedi Pesticidi e bio, che bella coppia dove si auspicava che fosse una “prima puntata” perciò considerate questa la seconda.
(**) cfr Monsanto: l’inchiesta di Le Monde e Monsanto: l’inchiesta di Le Monde/2 ma di glifosato ovviamente abbiamo scritto in altre occasioni.
da qui

martedì 12 dicembre 2017

Camilla: la food coop arriva anche in Italia - Francesco Bevilacqua

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione. Una nuova idea di spesa alimentare sta giungendo in Italia: arriva dalla lontana Brooklyn, è passata attraverso il Belgio e la Francia – dove sta spopolando – e sta prendendo forma a Bologna, dove sta nascendo Camilla, la prima food coop italiana, il “supermercato autogestito” in cui i clienti non sono più tali ma diventano soci, lavoratori, co-produttori.

Siamo alla periferia del capoluogo emiliano. Sono circa le quattro di un fresco venerdì pomeriggio di inizio novembre quando un’anonima piazzetta sovrastata da grigi palazzoni anni settanta comincia ad animarsi, diventando nel giro di pochi minuti un brulicante centro di vita e di socialità. Dai furgoni i contadini di CampiAperti cominciano a scaricare verdura, frutta, torte, conserve, vini e altri generi alimentari del territorio. Gli abitanti del quartiere scendono in strada, si incontrano, fanno la spesa e si intrattengono a chiacchierare con i produttori.

Strappandoli dai banchetti, ci sediamo con alcuni di loro per parlare di Camilla, il progetto pilota per portare l’idea di food coop in Italia. Come ci spiega Giovanni Notarangelo, il nome nasce dalla fusione di CampiAperti – associazione di contadini del territorio – e Alchemilla – gruppo d’acquisto solidale bolognese di cui Giovanni fa parte –, le due realtà che stanno portando avanti questo percorso. «Camilla è nata per dare un’opportunità in più sia ai produttori che ai gasisti, che grazie a un emporio – un luogo fisico, quindi con meno limitazioni rispetto a un gas –, possono acquistare un paniere di prodotti ampio, locale, biologico e garantito».

COME FUNZIONA UNA FOOD COOP?
L’obiettivo del progetto è costituire una cooperativa e una nuova comunità, una rete di persone che possano partecipare attivamente alla scelta dei prodotti e dei progetti da sostenere all’interno di uno spazio fisico – l’emporio – in cui c’è una particolarità: tutti i soci, che sono gli unici che possono acquistare, sono protagonisti di ciò che succede. Sono loro infatti a definire in maniera partecipata e collettiva tutti gli aspetti organizzativi ed economici.

Non solo: ogni socio fornisce il proprio contributo anche in termini di tempo, mettendo a disposizione un determinato numero di ore per svolgere i compiti adatti alle sue competenze e necessari al funzionamento della cooperativa, dallo stoccaggio alla contabilità, dalla promozione al trasporto.

CAMPIAPERTI: LA GARANZIA È IL RAPPORTO DI FIDUCIA
Il coinvolgimento di CampiAperti nel progetto è fondamentale. Dal punto di vista delle produzioni infatti, consente di avere già un contatto diretto con di più di cento produttori del territorio che, grazie all’emporio, avranno la possibilità di distribuire i loro prodotti. Dal lato di chi acquista, rappresenta invece l’opportunità di avere un sistema funzionante di selezione e di garanzia partecipata dei prodotti.

Pierpaolo Lanzarini è un membro storico di CampiAperti e ci spiega meglio il concetto che sta alla base del progetto: «Attualmente gestiamo sei o sette mercati biologici a filiera corta a Bologna, dove vige un sistema di accesso basato su forme di garanzia partecipata. Questo vuol dire che non ci sono enti terzi che certificano che le aziende ammesse ai mercati rispettano determinati criteri prestabiliti; al contrario, è la comunità stessa del mercato che garantisce che quel produttore rispetta le caratteristiche richieste».

Questo meccanismo è molto più efficiente delle forme di garanzia comunemente intese, dove peraltro vige un grande conflitto di interessi, poiché il controllore è pagato dal controllato. «Da noi puoi avere la certificazione biologica oppure no – spiega Pierpaolo –,  ma il tuo lavoro viene valutato dalla comunità. Inoltre non ci basta considerare gli aspetti della biologicità della produzione: quando facciamo le nostre visite pre-accesso verifichiamo che siano rispettati anche i diritti dei lavoratori e che la gestione dell’azienda sia etica oltre che ecologica».

DA CONSUMATORE A CO-PRODUTTORE
La food coop Camilla ha anche un obiettivo che potremmo definire “politico”: riappropriarsi del rapporto diretto fra chi acquista e chi produce e vende, rapporto che attualmente è stato sostanzialmente espropriato dalla Grande Distribuzione. «Oggi ci rapportiamo unicamente con lo scaffale – sottolinea Roberta Mazzetti, una delle responsabili del progetto Camilla –, neanche più con i commessi. Tutto è basato sulla facilità e sull’immediatezza dell’acquisto. Noi vogliamo sovvertire questo modello, trasformando il consumatore in co-produttore e coinvolgendolo non solo nella scelta critica del cibo che acquista, ma addirittura nella definizione dei criteri di produzione».

Da qui il modello di cooperativa dei consumatori, che si rifà alle cooperative di inizio novecento – ben diverse dalla forma che le coop hanno assunto oggi –, che avevano una grande capacità aggregativa. «Filiera corta non è solo uno slogan – sottolinea Roberta –, è un sistema equo e rispettoso sia per chi compre che per chi produce, sia del lavoro che della qualità della vita».

«Partecipando a questi mercati – aggiunge Alessandro Nannicini, proprietario dell’azienda agricola Il Granaro e membro di CampiAperti – noto che i nostri co-produttori diventano amici, mi vengono a trovare in azienda, vogliono vedere come lavoro. In questo modo si crea un rapporto che va oltre la garanzia partecipata e diventa amicizia. Lo considero un investimento in umanità e per questo destinato al successo».
SI DECIDE INSIEME, SI LAVORA INSIEME
«L’idea è nata circa un anno e mezzo fa», ricorda Giovanni. «Tramite un questionario abbiamo chiesto ai gasisti di Alchemilla se sentivano l’esigenza di un luogo fisico, andando oltre i meccanismi dei normali gruppi d’acquisto. In seguito alle loro risposte, un gruppo di una quindicina di persone ha portato avanti uno studio, analizzando le basi ideali e i progetti a cui potersi ispirare».

L’ispirazione è arrivata dalla food coop di Park Slope, a New York, che ancora mantiene l’organizzazione originale delle food coop, con il contributo di tutti i soci. Negli ultimi anni in Europa ne sono nate altre, soprattutto in Francia e in Belgio, dove c’è Bees Coop. «Abbiamo studiato gli aspetti economici per capire le spese e i costi della fase di avviamento, di quanti soci ci sarebbe stato bisogno e qual è il volume di acquisti necessario affinché il progetto sia economicamente sostenibile».

La fase di redazione dello statuto è molto complessa: «Stiamo proponendo qualcosa che ancora non esiste per la legge italiana e il fatto che i soci daranno un contributo di tempo ci renderà pionieri di questa formula». Questo introduce un altro tema importante, affascinante ma delicato: organizzare il lavoro di tutti i soci. «Ciascuno contribuirà a seconda delle proprie motivazioni. Nel questionario abbiamo chiesto al futuro socio di proporre quella cosa che avrebbe sempre voluto fare ma non ha mai fatto, a sottolineare il fatto che questo è uno spazio di tutti, in cui ognuno mette le proprie peculiarità a disposizione degli altri».

I PROSSIMI PASSI
Attualmente il progetto Camilla ha raggiunto una massa critica, raccogliendo l’adesione di circa 280 soci. Da alcuni giorni sono iniziati i cantieri di progettazione collettiva, nell’ambito dei quali si riuniscono ogni due settimane coloro che hanno già aderito.

Il primo mattone è stato posato il 30 ottobre con la co-redazione e l’approvazione da parte di circa 120 persone della carta d’intenti, dove sono elencati principi fondamentali che vanno dal biologico al rispetto delle persone, dal diritto al giusto cibo ai diritti della comunità agricole rurali.

«Il prossimo passo – conclude Roberta – è l’individuazione del luogo fisico dove sorgerà l’emporio. Il costo è un problema, stiamo cercando sia nel pubblico che ne privato. Il nostro sogno?  Ci piacerebbe che, come è successo alla food coop di Bruxelles, ci fosse qualche mecenate che crede nel valore del progetto che ci mettesse a disposizione uno spazio».


domenica 10 dicembre 2017

Azzardo, dati choc: in un anno nell’Isola ‘bruciati’ 2,1 miliardi di euro

In un solo anno 2,1 miliardi di euro bruciati in Sardegna nel gioco d’azzardo. È il dato drammatico che emerge dal report 2016 dei Monopoli che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto nell’ambito della campagna trasparenza promossa insieme alle associazioni No-Slot. Risorse che alimentano un settore poco produttivo ed escono dall’economia reale, danneggiando il commercio e l’indotto di piccole imprese virtuose. Nell’Isola, in pratica, si registra nel segmento dell’azzardo una spesa pro capite per famiglia pari a 2.968 euro l’anno, 247 euro mensili, contro un esborso in alimentari di 2.128 euro l’anno e di 177 euro al mese. “Cifre da allarme rosso”, denunciano gli esponenti pentastellati.
“L’azzardo è un problema di tutti, non solo di chi tenta la sorte – sottolineano le parlamentari Manuela Serra e Manuela Corda -. Pensate solo cosa sarebbe potuta essere la Sardegna se anche una parte di quei 2,1 miliardi di euro fosse utilizzata per rilanciare l’economia reale, in consumi nel piccolo commercio e l’indotto invece di finire in slot e altro, disperdendosi in un circolo vizioso da cui quelle risorse non tornano più indietro”.
Ma ci sono anche casi virtuosi. “Occorre una normativa regionale stringente con regolamentazioni degli orari e dai luoghi sensibili. E lo stesso devono farlo tutti i Comuni, come Porto Torres, che sta varando un regolamento per limitare gli orari”, ricordano le due esponenti del M5s. “Non ingannino le cosiddette ‘vincite’ – avvertono Serra e Corda – gran parte di quanto ‘vinto’ rientra come un cane che si morde la coda sempre nello stesso circolo. Chi ‘vince’ quasi sempre rigetta subito in azzardo le somme illudendosi di poter sbancare. A questo vanno poi aggiunti i costi socio-sanitari, la mancata Iva sui consumi per beni di consumo”.
Dai dati dei Monopoli usciti disaggregati sui Comuni emerge che gli incassi all’erario sono solo poco più del 10% del giocato. A questo allarmante quadro si aggiunge il flusso di denaro che viene ripulito dalle mafie anche nelle slot online, formalmente legali, che poi si scopre sempre più spesso legate a società vicine alla ‘ndrangheta o alla camorra.

giovedì 7 dicembre 2017

I costi occulti della Nutella


di Maria Teresa Messidoro (*)

Ogni bambino conosce il caratteristico barattolo di Nutella, il prodotto più famoso della Ferrero. Alla Nutella è dedicato il sito https://www.nutella.com/ dove le parole sdolcinate non mancano: fatta con amore, un amore da record, come te non c’è nessuno. Per capirci, la sezione delle storie sulla Nutella riportano, al 3 dicembre 2017, più di 76.000 storie da oltre 110 Paesi.
Nutella, un simbolo italiano. Italiano? Beh, non proprio. Se navighiamo sul sito dell’azienda frutticola Agri Chile – http://www.agrichile.cl/ – scopriamo che è parte del mondo Ferrero; non solo: in venticinque anni di storia, ha trasformato il Cile in uno dei più importanti produttori a livello mondiale della nocciola “europea” (parole testuali).
Cosa succede dunque? Accade che la regione del Maule, in Cile, soprattutto intorno alla cittadina di Pelarco, si sta convertendo in un zona di monocoltura di nocciole europee che, proprio attraverso AgriChile, arrivano alla Ferrero per la produzione della Nutella e di cioccolatini come il celebre e “seducente” Ferrero Rocher.
Il raccolto 2017 parla di 20.000 tonnellate di nocciole, con guscio. Se nel 2016 Agri Chile possedeva 3040 ettari coltivati a nocciole, quest’anno sono 4200, per un’esportazione calcolata in quasi 75 milioni di dollari. Peccato che gli abitanti del luogo denuncino da tempo l’impiego nelle coltivazioni di nocciole del pesticida Paraquat, tanto pericoloso da essere stato messo al bando nell’Unione Europea: gli studi ufficiali della OMS o della FAO ne indicano alta tossicità, possibilità di cancro per gli esseri umani che ne vengano a contatto, effetti mutageni e danni per la riproduzione. In Brasile, come conseguenza della rivalutazione ufficiale dei danni provocati dal pesticida, il Paraquat sarà messo ufficialmente proibito da settembre del 2020.
In Cile la situazione è differente: Maria Elena Rozas, rappresentante di una organizzazione ambientalista contro i pesticidi, la Red de acción en Plaguicidas, di recente ha dichiarato che «nonostante da anni in Cile si chieda la proibizione di pesticidi pericolosi come il Paraquat, la lobby industriale degli agrotossici ha impedito di fatto qualsiasi misura legale a riguardo. Nel 2007, il Senato impedì l’approvazione di una legge che avrebbe messo al bando i pesticidi più pericolosi, nonostante il progetto fosse stato approvato all’unanimità nella Camera dei Deputati. Un segnale inquietante del mondo politico è stata la recente elezione nella Regione del Maule di Jaime Naranjo, uno dei senatori che si oppose a quella legge. D’altra parte è nota la sua connivenza e subalternità all’industria chimica, incurante dei danni patiti da lavoratori e lavoratrici».
La presenza di Agri Chile nel Maule ha di fatto cambiato il paesaggio, rendendo praticamente impossibile la coltivazione biologica da parte di contadini locali o piccole società agricole presenti sul territorio. Non solo: la filiale della Ferrero continua a ignorare il “Protocollo di Agricoltura Sostenibile” che invita a rispettare in Cile i diritti umani, a promuovere condizioni più eque per i lavoratori del settore agricolo e a un monitoraggio costante delle acque dei fiumi, i primi ad essere danneggiati dagli scarichi chimici delle industrie.
La “nostra” Nutella ha costi occulti, che spesso ignoriamo e che una “grande marca” come la Ferrero non ha nessuna intenzione di farci sapere. Desinformemonos – cioè disinformiamoci – è il sito di controinformazione in cui ho scovato l’articolo sui costi della Nutella (**) che termina così: «Questo sito è di libero accesso e riproduzione. Non è finanziato né dalla Nestlè né dalla Monsanto. Desinformemonos non dipende da loro né da altri come loro, ma da te. Contribuisci al giornalismo indipendente. E’ tuo». Sagge parole.

(*) Maria Teresa Messidoro è vicepresidente dell’Associazione «Lisangà culture in movimento»

lunedì 4 dicembre 2017

Pesticidi e bio, che bella coppia

1 – Ricevo da Giorgio (grazie) questo msg: «se in “bottega” c’è chi si occupa di agricoltura biologica e/o di alimentazione bio, potrebbe valutare questa notizia, circolata in rete, e magari commentarla.
I pesticidi? Anche nelle urine. Ma con la dieta bio spariscono – contraddizioni tra Repubblica web e carta
«C’è un bell’articolo sul web di Repubblica ma nella versione cartacea si minimizza sul glifosato e si spara sul biologico».
I pesticidi? Anche nelle urine. Ma con la dieta bio spariscono

Una famiglia con due figli è stata sottoposta a un monitoraggio. Ripetuto dopo 15 giorni di alimentazione a base di prodotti senza chimica. E il glifosato crolla
di ANTONIO CIANCIULLO, 30 novembre 2017
« […] due genitori quarantenni, due bambini in età da elementari. Una famiglia come tante, attenta a quello che mangia ma con i compromessi alimentari tipici di chi vive in una grande città. Con una differenza: ha accettato di sottoporsi a un test per misurare il livello di pesticidi nel corpo e si è trovata di fronte a una doppia sorpresa.
La prima è venuta dall’analisi delle urine: Giacomo e Marta erano tranquilli, convinti delle loro scelte: pensavano di aver evitato, per loro e per i figli, i cibi a rischio. Il laboratorio ha fornito un quadro diverso della situazione. Ha accertato la presenza di glifosato (nel padre con valori che superano il doppio della media della popolazione di riferimento), di clorpirifos (un insetticida che provoca problemi di apprendimento: nelle analisi di Giacomo, il bambino di 7 anni, ne è stata trovata una concentrazione più che tripla rispetto alla media della popolazione di riferimento), di contaminazione da piretroidi (i valori di uno dei metaboliti, l’m-MPA, nella madre arriva a 3,4 microgrammi per grammo, un picco che la colloca in cima alla classifica).
A dieta biologica, e i pesticidi scompaiono
La seconda sorpresa è arrivata con le analisi di controllo, dopo 15 giorni di dieta a base di prodotti provenienti da agricoltura biologica. Nell’80% dei nuovi test il quadro è mutato radicalmente mostrando la rapidità degli effetti del cambio di stile di vita. Su 16 analisi delle urine (quattro per ognuno dei membri della famiglia), ben 13 hanno dato risultati estremamente positivi, con significative differenze tra prima e dopo la dieta, e solo in due non si sono registrati miglioramenti. Ad esempio, nel caso di Giacomo, il clorpirifos – una sostanza associata a deficit di capacità di attenzione e di memoria nei bambini – è sceso da oltre 5 microgrammi per grammo di creatinina a 1,5 microgrammi. Quanto al glifosato, nelle urine di Giorgio è scomparso e anche in quelle dei bambini è sceso da 0,19 microgrammi per litro nel più piccolo e da 0,16 per la sorella di 9 anni sotto i limiti di rilevabilità. Sono i risultati della campagna del bio monitoraggio #ipesticididentrodinoi promossa da FederBio con Isde-Medici per l’ambiente, Legambiente, Lipu, Wwf e lanciata dal progetto cambialaterra.it sostenuto da un gruppo di aziende del biologico (Aboca, Germinal Bio, NaturaSì, Pizzi Osvaldo, Probios e Rigoni di Asiago). Le analisi sono state effettuate dal Medizinisches Labor Bremen (MLHB), un laboratorio tedesco di biologia medica fondato nel 1961 che aveva già eseguito questo tipo di analisi per le Coop scandinave.
“Quello della famiglia di cui parliamo è solo un test di bio monitoraggio, ma conferma risultati ottenuti con metodi che hanno superato il vaglio della pubblicazione di riviste scientifiche molto qualificate e che dimostrano i risultati che si possono ottenere anche con un breve periodo di alimentazione bio”, precisa Patrizia Gentilini, oncologa dell’Isde.
“Due studi fra gli altri, uno del febbraio 2006 pubblicato su Environmental Health Perspectives e uno del 2013 sul Journal of Urology, sottolineano la riduzione del rischio ipospadia, una malformazione genitale nei bambini, nel caso di alimentazione biologica. Inoltre nel gennaio scorso l’Unione europea ha pubblicato Human health implication of organic food and organic agricolture, una ricerca che documenta i vantaggi di un’alimentazione priva di tracce di pesticidi per problemi come le malattie allergiche, l’obesità e la resistenza agli antibiotici”».

2 – Contrariamente a quel che spera Giorgio (e piacerebbe a noi bottegarde/i) non abbiamo qui chi studia su “veleni, bugie e forse salute”. Però la “bottega” chiesto a un paio di persone che collaborano se avevano voglia di commentare/intervenire. Ecco i “cattivi” pensieri di Claud’Io [o Claud-Io, se preferite].
OPINIONE MUTANTE DI TIPO METEREOLOGICO (scritto in poco tempo e passibile di errori ma non di malafede).
Su internet non bisogna fidarsi altrimenti si finisce per avere una cognizione metereologica del problema. Oggi piove, domani nevica, poi viene il sole. Ogni giorno è diverso.
GLIFOSATO 
E’ un dissecante, deriva dall’AGENTE ARANCIO utilizzato nel Vietnam dove ha fatto danni che ancora oggi non sono sanati. Fa bene, fa male? Sicuramente fa male e chi afferma il contrario è, nel migliore dei casi, un disinformato. Se nell’ultima decisione della Comunità Europea ne è stato consentito per altri 5 anni l’uso, contro il parere di Italia e Francia, non è perché innocuo, è stata una decisione politica non tecnica: la Bayer (Germania) sta acquistando la Monsanto (USA) cioè il maggior produttore di glifosato. Tecnicamente è un prodotto “perfetto” soprattutto sulle piante Ogm create per quel dissecante; è selettivo. Viene usato anche come disseccante sul grano non maturo. In Canada il clima non è ideale per portare il grano alla sua completa maturazione ma si deve farlo arrivare in Italia – e altrove – in tempo, quando qui si miete il grano, così da poterlo mischiare con il nostro. Hanno un mese. In Italia è proibito ma non è vietato importare e utilizzare grani provenienti da Paesi dove è consentito. Il risultato è: non è grano maturo ed è anche dannoso.
BIOLOGICO
«Bio» è un termine che purtroppo è diventato un brand e non qualifica i prodotti. Per marchiarsi «bio» basta essere certificati da enti preposti. Vi garantisco che c’è da ridere (o da piangere?). Non puoi utilizzare antiparassitari e anticrittogamici di sintesi ma ora hanno scoperto che il solfato di rame, un prodotto utilizzato da sempre come anticrittogamico per produzioni «bio», è tossico in maniera minore sull’uomo… però molto per la natura. La Comunità Europea dovrà decidere e come per il glifosato verrà presa una decisione politica. «Bio» non vuol dire qualità nè sicurezza. Se si affermi che un vero prodotto «bio», sempre che possa esistere, sia uguale a uno Ogm e trattato con sostanze dannose, è tipico di chi non sa cosa è l’agricoltura. Se io faccio un’analisi organolettica a una mela che non ha subìto trattamenti e a una che viene da impianti industriali che utilizzano dai 35 ai 50 trattamenti di antiparassitari e anticrittogamici all’anno, trovo le stesse sostanze organolettiche ma non lo stesso gusto, sapore. Non sono nello stesso equilibrio. I presunti prodotti «bio» vengono venduti anche a 3/4 volte il prezzo di un “non bio”. Ora vi trovate nella GDO (grande distribuzione organizzata, i supermercati) al reparto di frutta e verdura «bio». La differenza? Il prezzo, non la qualità . Poi se acquisto peperoni a dicembre, «bio» o no, sono di serra, non naturali: insipidi e pieni di acqua. Finti. Non ci vuole un genio per capire che devi acquistare e mangiare frutta e verdura di stagione, possibilmente coltivata il più vicino possibile. Se hai voglia di ciliegie a dicembre, arrivano dal Sud Africa o dal Cile, lì sono di stagione, ma non pensar che arrivino mature: vengono raccolte acerbe e poi trattate. Un frutto maturo ha compiuto il suo ciclo di sviluppo, è dolce. Uno non maturo non lo sarà mai.
TEST
Ovviamente un test su 4 persone non può essere indicativo. Se mangio frutta o verdura con qualcosa che mi crea danni poi cambio e mangio senza quelle sostanze, può essere che la mia situazione migliori ma qui si vorrebbe certificare che è sufficiente non mangiare più un prodotto “rischioso” e tutto si risolve. Se vi ricordate di Seveso o Bhopal sapete che non va così. Voglio rivederli fra 20 anni. Forse non ci sarà più la sostanza dannosa nelle urine ma nel frattempo quali danni sono stati fatti? E poi le analisi non hanno dato nessuna certezza totale. Un test sulle urine verifica la presenza o assenza di una sostanza, non dice cosa sia rimasto in giro, per il resto del corpo, dove si sia depositato e cosa può provocare. Hanno fatto verifiche? Mi sa di no.
Faciloneria e ignoranza non sono ammissibili: portano a dire tutto e il contrario. Creare confusione significa far passare che il cattivo diventa buono e/o viceversa.
Provo a riassumere. «Bio» significa meno trattamenti; è un brand che permette alla GDO di vendere a un prezzo maggiorato fino a 3/4 volte. Fatevi una domanda: lo acquistano da piccoli produttori seri e al giusto prezzo oppure al prezzo “non bio” e poi intascano il resto?
Fra poco vedrete – hanno già iniziato – supermercati BIO e NON BIO con «bio» e “non bio” separati ma fisicamente vicini. Il marketing ha individuato una fascia di consumatori disposti a pagare prezzi assurdi per prodotti … assurdi (e non parlo di soli alimentari). Per ricchi. La qualità sarà decisa dal prezzo: più costa, più è buono e salubre. Preparatevi al peggio.
Io sono nato in campagna, ho studiato all’Itas di Imola, laureato alla facoltà di Agraria di Bologna e continuo a studiare la materia. Non sarò un genio ma non sono un cialtrone.

3 – Nella lista «gasbo» (GAS sta per Gruppo Acquisto Solidale) c’è una bella discussione su glisofato e dintorni. Qui sotto alcuni stralci.
Scrive Wladi: «[…] la Bayer ha acquisito Monsanto ed è attualmente
il più grande produttore di glisofato. Il corto circuito o la logica è evidente: coi loro veleni  ci ammaliamo poi con le loro medicine ci curiamo (?). Non è complottismo, non sono fake news: è il capitalismo baby, connaturato allo sfruttamento e al far soldi fregandosene di tutto sulla pelle della gente. Vaccinate gente, vaccinate».
Gli chiede Glauco: «Si può fare qualcosa?».
E risponde Wlado: «un tempo ti avrei detto che serve sostenere l’economia solidale, la transizione, l’equo solidale, il boicottaggio di Gdo e di agricoltura non contadina…
ora non credo sia sufficiente, credo che serva radicalità nei fini (non dico nei mezzi)  e si debba combattere il capitalismo senza aspettare che risulti desueto o si consumi da solo, in tutte le sue componenti di dominio: politica, economica, culturale, sociale. Informarsi e agire collettivamente, preparandosi a resistere e aprendo crepe nel sistema… finché non crolla! Tante, piccole, insistenti crepe finché le fondamenta non crolleranno».

4 – E dopo Claud’io la “bottega” è aperta ovviamente ad altri interventi.

http://www.labottegadelbarbieri.org/pesticidi-e-bio-che-bella-coppia/

sabato 2 dicembre 2017

Il migliore albergo d’Europa - Piergiorgio Barbetta, Ludovica Ricci, Enrico Russo



L’albergo migliore d’Europa non è un albergo. È un centro di accoglienza, il “Refugee accommodation and solidarity space City Plaza”, che alcuni attivisti e giornali chiamano appunto The best hotel in Europe. L’edificio, abbandonato dal 2008, è stato occupato da un anno e mezzo, con il sostegno e l’appoggio di svariate organizzazioni, un tempo vicine e ora deluse e arrabbiate con Syriza e i suoi quadri. Ora il City Plaza ospita più di 350 rifugiati e gode del sostegno e del lavoro, oltre che di gruppi e collettivi greci, di diverse decine di volontari internazionali. Poco distante da piazza Victoria, punto di ritrovo di tanti migranti che vivono ad Atene, in un quartiere tradizionalmente di destra, in una città estremamente contraddittoria e violenta, il City Plaza rappresenta un modello, una rivendicazione e una richiesta di un’accoglienza diversa, piena, degna.
Al piano terra dell’edificio, si incontrano i volontari addetti alla sicurezza. Il loro ruolo, oltre a quello di tenere la struttura aperta e fruibile, consiste principalmente nel controllare che chi entra sia un residente, un volontario o un visitatore. Con la notifica dell’ingiunzione di sgombero e la decrescente ma comunque viva presenza di Alba Dorata, è bene assicurarsi delle intenzioni dei visitatori. I turni della sicurezza coprono tutte le 24 ore e vengono svolti, come tutte le attività dell’hotel, da volontari internazionali, residenti e greci. Il che permette di gestire le lamentele del vicinato e una notevole flessibilità nella Babele di lingue della migrazione. Quotidianamente arrivano persone che chiedono un posto dove stare. Purtroppo, in inglese, francese, arabo, farsi o greco, l’unica cosa che si possa fare in quel momento è aggiornare un’impietosa lista, dove si indicano nomi, un recapito e attuale sistemazione. Quest’ultima voce racconta di una parte di città disperata, costretta a vivere in strada: street è la voce in assoluto più ricorrente di un elenco di varie centinaia di nomi. Il criterio di accoglienza non segue però esclusivamente la cronologia di questa impietosa lista d’attesa. Uno spazio è riservato alle donne in stato di gravidanza, malattie, situazioni critiche. A tutti questi aspetti viene data attenzione particolare all’interno delle assemblee periodiche che valutano queste situazioni per assegnare un posto o una camera liberi. 400 persone non sono che una goccia nel mare magnum delle migrazioni. L’obiettivo non è spostare i problemi di sovraffollamento dai campi in città, ma offrire un posto adeguato. I residenti non sono pochi ma, assunta l’impossibilità di risolvere al livello di un singolo posto la questione dell’accoglienza, si è preferito puntare sulla qualità della vita. Considerati anche i tempi biblici della gestione delle richieste di asilo e della conseguente attesa coatta, è sembrato ragionevole creare un posto che possa assomigliare ad una casa comune. Un’attenzione particolare viene riservata ai bambini: sono più di 100, che scorrazzano liberamente per i corridoi e le scale dell’hotel, che fanno assemblee e riunioni per conquistare il diritto di entrare al bar, che salgono sulla sedia per arrivare al bancone a chiedere un bicchiere d’acqua. Giocano a fare i grandi: “water please!”, è la richiesta più frequente anche tra gli adulti, visto che all’interno dell’edificio è stato vietato il consumo di bevande alcoliche e il caldo si fa sentire. La loro natura di bambini cresciuti troppo velocemente non è solo un gioco. Si manifesta in ogni momento della vita quotidiana dell’albergo, una furbizia e un’energia traboccante che cerca di essere incanalata dagli sforzi dei volontari che hanno deciso di dedicare il loro tempo alla costruzione e all’apertura di uno spazio giochi, alla proiezione di cartoni animati, film e corsi di lingua per bambini. Per piccoli e grandi vengono organizzati corsi di diverse lingue a vari livelli, alunni e insegnanti si scambiano i ruoli a vicenda. Un volontario greco impara l’inglese insieme ad un ragazzo arabo da un volontario scozzese, che si siede a sua volta affianco al greco nel corso di arabo. Grazie alla determinazione di alcune volontarie, che hanno dovuto affrontare molte resistenze interne alla stessa assemblea, una stanza è stata adibita a women’s space: le donne possono ritrovarsi per staccare dai bimbi, seguire corsi di danza, fare lezione. La domenica le famiglie e i volontari vanno al mare, decidono insieme dove, preparano i panini e una simpatica carovana invade i vagoni della metro e dei tram ateniesi. Abbattimento delle barriere linguistiche e culturali e lavoro di comunità procedono parallelamente. Dalle lezioni di lingua, ai turni in cucina, le attività nell’hotel vengono organizzate tramite assemblee aperte, in cui non serve il patentino di militante per prendere parola, alle quali partecipano attivamente residenti e volontari. In cucina lo chef cambia continuamente e, a turno, qualcuno si assume la responsabilità di preparare uno dei tre pasti giornalieri da offrire gratuitamente nel salone comune. Anche in cucina lo chef coordina, non comanda, come il “nuovo politico” che Dolci si augurava, perché la parola politica potesse avere il senso pieno di “complesso delle azioni per cui le persone, i popoli, determinano la direzione della propria vita”. Politica è la parola chiave dell’equilibrio raggiunto al Plaza. Garantire il rispetto dell’intimità, un posto degno e accogliente in cui stare, la possibilità di partecipare e di attivarsi mentre si aspettano le lungaggini delle burocrazie e i cambi d’umore istituzionali, è politica. È politica discutere collettivamente dei problemi di convivenza, di gestione, delle donazioni che arrivano e di come utilizzarle. È politica fornire gratuitamente assistenza legale e medica, grazie alla presenza di avvocati e di diversi dottori, tutti volontari, che hanno creato un piccolo ambulatorio. È politica prestare attenzione alle persone, ascoltarne i racconti, lavorare perché tutti possano sentirsi a proprio agio, aiutati e volenterosi di aiutare creando un clima di rispetto e mutuo soccorso che ha il sapore di una famigliona allargata. È politica cercare di arginare la crescita di ulteriori sacche di disperazione e marginalità. Marx aveva sostenuto, salvo poi smussare decisamente questa tesi, che gli stadi di sviluppo dei paesi più avanzati forniscono schemi ed esempi dello sviluppo dei paesi arretrati. Il movimento per l’accoglienza in una Grecia devastata dalla crisi e dalle speculazioni sembra indicare il contrario. Un paese in crisi, con un debito imponente e massicci interventi di privatizzazioni, dimostra che c’è ancora spazio per la solidarietà, che lo sviluppo reale si oppone alla barbarie razzista che si aggira per l’Europa. La crisi, più che migratoria, è di gestione delle politiche d’asilo degli stati dell’Unione europea, dei principi e valori che le orientano e delle pratiche che le caratterizzano. Gli aiuti umanitari diventano strumenti di controllo dei flussi migratori, attraverso l’allocazione di privilegi o penali a paesi terzi, a seconda che collaborino o meno alle procedure di espulsione e rimpatrio, secondo lo schema di un freddo e disumano “subappalto” cui fa eco un cieco e patinato “aiutiamoli a casa loro”. La prova evidente di questa esternalizzazione è nella strategia che sottende gli accordi tra Turchia e Ue: chiusura della rotta balcanica e stazionamento di migliaia di persone nel limbo infernale degli hotspot e dei campi, in attesa di procedure giuridiche che stabiliscano chi è legale, e dunque meritevole di restare, e chi illegale, e dunque punibile col respingimento in Turchia. La cui ospitalità sarà ricompensata dall’Ue con sei miliardi di euro. Da parte sua il governo greco, in barba alle promesse elettorali, preferisce rinunciare alla costruzione di una forma diversa di accoglienza, facendo strategicamente pesare l’ingestibilità della questione migranti nei negoziati sul debito. Strategia fallimentare, che non si discosta affatto dai meccanismi neoliberali e che non lascia molto spazio alla speranza di un’inversione delle politiche economiche. Il risultato è, piuttosto, la riproposizione della dialettica “interno/esterno”, col conseguente acuirsi della narrazione identitaria e di una spersonalizzazione dello straniero cui, se va bene, viene riconosciuto lo status di vittima incapace. Nel suo piccolo, il City Plaza riesce a spezzare questa dinamica, con la sua autorganizzazione e la creazione di una comunità che rifiuta logiche assistenziali e autoritarie. Per questo si considera un esempio per altre realtà associative e di movimento, spesso intrappolate dentro ragnatele ideologiche che impediscono di prestare attenzione ai bisogni e ai desideri delle persone, come per le istituzioni e organizzazioni, siano esse statali o non governative. La disillusione e la rabbia verso le ong e la gestione istituzionale dei campi sono palpabili, tanto tra i volontari che vi hanno collaborato, quanto tra i residenti che ne sono stati clienti.
Forse quanto in Italia. Ma nascono da presupposti e principi, politici e morali, opposti e antagonisti. La polemica nostrana (almeno quella mainstream) affonda le sue radici in un misto di xenofobia, violenza verbale e securitarismo. La cosiddetta sinistra istituzionale e di governo ha ceduto su tutta la linea alla retorica delle destre, concretizzandola in un vergognoso codice di condotta, in una disgustosa e artefatta polemica sul soccorso in mare e in una sistematica operazione di repressione delle esperienze di solidarietà autogestite. Le critiche mosse dal City Plaza, ma più in generale da una notevole fetta dei movimenti per la casa e per l’accoglienza di Atene, coinvolgono la fallimentare gestione dei finanziamenti erogati dall’Ue, lo stato dei campi profughi governativi, l’assoluta mancanza di attenzione al benessere delle persone. Contestano la logica per cui tanto una tenda è meglio di niente. Se nella logica istituzionale, il concetto di empowerment è spesso un meschino grimaldello per legittimare l’opera di smantellamento dei servizi di assistenza alla persona, al City Plaza è una pratica quotidiana. Solidarietà, integrazione e benessere non sono parole. All’interno si percepisce chiara quella dialettica tra tensione e istituzione – l’una pratica libera, l’altra lettera morta – sulla quale Capitini fondava le sue critiche allo stato e alla chiesa, il rifiuto della “civiltà dei pubblici servizi […] che non può non prendere Gesù Cristo e metterlo in croce per mantenere l’ordine pubblico”. La stessa dialettica sulla base della quale Ivan Illich denunciava l’istituzionalizzazione di pratiche e valori come una mistificazione che conduce a giudicare e misurare gli uomini sulla base della capacità di consumare prodotti istituzionali, di essere, come si dice oggi, “attivabili”. Nel difendere i valori di solidarietà, autogestione e integrazione, nel renderli concreti ed agibili, la posizione del Plaza in questa dialettica è chiara. Altrettanto chiara è quella di tante istituzioni, governative e non.

venerdì 1 dicembre 2017

Se niente importa...- Rita



Ieri abbiamo fatto il nostro 32° presidio davanti al mattatoio di Passo Corese, in provincia di Rieti.
A differenza degli altri organizzati a Roma, gli agenti di polizia ci hanno permesso di andare fin davanti all'ingresso e ci hanno lasciato osservare tranquillamente quanto avveniva all'esterno, sul piazzale, su cui era posizionata anche la stalla di sosta, piena di animali in attesa di essere macellati, e su cui affacciavano varie porte; su una c'era scritto: uscita pelli. 
Abbiamo potuto così assistere da vicino al "lavoro" giornaliero dei vari addetti alle operazioni di smontaggio dei corpi, iniziato con l'andirivieni di quelli che uscivano a prendere gli animali dalla stalla di sosta per trascinarli dentro alla stanza di macellazione, per poi proseguire con la pulizia della stessa una volta "svuotata" e l'uscita dei carrelli contenenti i resti della macellazioni dalla porta su cui c'era scritto "uscita pelli", oltre la quale, attraverso uno spiraglio, si sono intravisti i corpi di alcune pecore appese e già scuoiate. 

Nonostante non fosse certo la prima volta che vedevamo degli animali poco prima di entrare al mattatoio, la giornata di ieri è stata per tutti particolarmente dura, probabilmente perché è stata la prima volta che abbiamo potuto osservare dal vivo tutta una serie di gesti routinari eseguiti con una freddezza agghiacciante. 
Gli addetti cantavano mentre portavano pecore e agnelli a morire, ascoltavano la radio, mangiucchiavano, fischiettavano. Più volte ci hanno guardato con sfida. Uno ci ha detto: "Io mi sono alzato alle cinque e mezza per venire a lavorare". "Anche io", gli ho risposto, "ma la differenza tra me e te è che io sono venuta per difendere quelli che tu stai per uccidere". Non ha replicato. Ma immagino che lui si sentisse legittimato a sfidarmi, in fondo lui era quello che stava facendo soltanto il suo lavoro, come ogni bravo cittadino e padre di famiglia che si rispetti, mentre io quella che aveva trovato il tempo di andargli a rompere le scatole, come una nullafacente qualsiasi che osa criticare chi si guadagna il pane.
Siamo sempre lì. Alla banalità del male. Alla deresponsabilizzazione individuale. Alla legittimazione sociale e culturale di chi sfrutta e schiavizza per il profitto, alla totale inconsapevolezza e incoscienza del peso delle proprie azioni e scelte.

Uno degli addetti alla macellazione è uscito fuori più volte. Aveva il grembiule imbrattato di sangue e così gli stivali. Vestita come lui c'era anche una donna. 
Ricordo di aver pensato una cosa, quando l'ho vista: la sua faccia è l'ultima cosa che vedranno gli agnellini prima di essere sgozzati.

Ho pensato alla maternità, al valore femminile del dare la vita, alla tenerezza dei cuccioli, così stridenti con il suo grembiule macchiato di sangue e con la normalità con la quale mangiava un pezzo di pizza dopo il "lavoro".

Un'altra cosa che mi/ci ha colpito è la casetta del guardiano a pochi metri dalla stalla di sosta. Addobbata per il Natale. Con le lucine e tutto il resto. 

C'è una forte dissociazione cognitiva nella mente di queste persone. Agiscono come automi convinti di fare un lavoro uguale a un altro, magari necessario, anzi, sicuramente necessario, dal momento che tutti poi vanno a comprare la carne, no?

Non abbiamo potuto fare nulla per salvare quegli animali e sono soltanto una parte infinitesimale rispetto ai milioni che vengono macellati ogni giorno nei mattatoi di tutto il mondo. 
Ma di una cosa sono certa: la nostra presenza lì non è passata inosservata. I nostri occhi increduli, il nostro sguardo addolorato ha lasciato un segno sulle macchine che passavano al di sopra, persino sulle forze dell'ordine che erano lì per controllarci ("noi siamo nel mezzo", mi ha detto un agente, "capisco voi, sono sensibile, ci rifletto da mesi ormai sulla vostra lotta, ma devo stare qui anche a difendere il lavoro dei macellai perché purtroppo è legale"), e poi, forse anche su quelle persone stesse che abbiamo osservato tutto il tempo come se provenissero da un altro pianeta. Anzi, come se NOI provenissimo da un altro pianeta in cui quello che oggi qui sembra normale, uccidere animali per il profitto e l'abitudine, lì non lo è. La nostra presenza DEVE aver lasciato un segno. Deve essere così. Altrimenti significa che è tutto inutile. 

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