martedì 30 ottobre 2012

La giornata self service ventiquattro ore fai-da-te - Ettore Livini

"Inserire la chiavetta". Bip. "Credito: 2,53 euro, selezionare il numero". Bip. Il buongiorno - nell'era della vita self-service - si vede dal mattino. Le tecnologie - diceva quel povero illuso di John Maynard Keynes - libereranno l'uomo dalla schiavitù del lavoro ("massimo 15 ore alla settimana") regalandogli una ricca vita di relazioni. Ha sbagliato in pieno: oggi produciamo in 9 ore quello che nel 1950 si faceva in 40. In ufficio però ci restiamo di più. E quanto alle relazioni, la novità è solo una: abbiamo imparato a farne a meno.

Dal cappuccino delle sette al distributore automatico nel metrò - "Erogazione conclusa, ritirare la bevanda. Credito residuo 2,08 euro". Bip - fino alla cena, dal matrimonio fino alla toelettatura del cane, nel terzo millennio va di moda l'esistenza fai-da-te. Le macchine ci hanno liberato dal più faticoso degli esercizi, quello del rapporto con il resto del genere umano. E oggi, volendo, si possono vivere 24 ore da sogno (senza privarsi di nulla) interloquendo solo con display azzurrognoli, schermi di computer e consulenti - per l'anima e per il cuore - del tutto virtuali. Il glorioso "Time" l'aveva predetto nel 2008: "Le nuove tecnologie faranno del mondo un gigantesco self-service". Ci ha preso più di Keynes. La macchina del cappuccino da 0,45 euro nel mezzanino del metrò - la qualità è quella che è, per carità - è solo la punta dell'iceberg...

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Morrissey (The Smiths) - Meat is Murder

versione per chi non mangia carne



versione per chi  mangia carne



Le grida delle Mucche sembrano grida umane 
Si avvicina il coltello che urla
E questa bellissima Creatura deve morire 
Di una morte senza motivo 
E la morte senza motivo è Assassinio

E la carne che voi così fantasiosamente friggete
Non è succulenta, gustosa o gradevole
E' morte senza motivo 
E la morte senza motivo è Assassinio 

E il vitello che affettate con un sorriso 
E' Assassinio

E il tacchino che festosamente tagliate
E' Assassinio

Lo sapete come muoiono gli Animali? 

Gli aromi di cucina non sono molto accoglienti 
Non è confortante, allegro o piacevole
E' sangue che frigge, e l'odore empio dell'Assassinio

Non è naturale, normale o gradevole
La carne che così fantasiosamente cucini
La carne dentro la tua bocca 
Mentre assapori il gusto dell'Assassinio

No, No, No, è un Assassinio!

No, No, No, è un Assassinio!

E chi ascolta quando gli Animali piangono?


qui canta Claudia Pastorino

domenica 28 ottobre 2012

la mucca pazza nel 1923 - Rudolf Steiner

Già nel 1923, in una conferenza tenuta a Dornach, Rudolf Steiner mise in guardia sulle conseguenze di un regime alimentare a base di carne peri bovini (1).

"... Immaginate ora che a questo bue venga in mente di dirsi: che scocciatura pascolare e dover brucare questa erba. Potrei procurarmi il cibo prendendolo da un altro animale: mi mangio direttamente questo! Bene: il bue inizierebbe dunque a mangiare carne. Ma esso è anche in grado di produrre carne! Porta in sé le forze per farlo. Che cosa accade se invece di brucare erba mangia direttamente carne? Così facendo il bue lascia inattive tutte quelle forze che in lui possono produrre carne! Immaginate per un momento di avere una fabbrica con cui dovreste produrre qualcosa e non producete nulla, mettendola comunque in piena attività: che spreco di energie!
Andrebbe certamente perduta un'enorme quantità di forza. La forza che però va perduta nel corpo animale non si può semplicemente perdere. Il bue viene alla fine del tutto riempito di questa forza, che compie in lui qualcosa di diverso dal produrre carne dalle sostanze vegetali.
Questa forza rimane in lui, c'è di fatto, e compie qualcos'altro. E ciò che essa compie genera in lui ogni sorta di putridume. Invece di venir prodotta carne si generano sostanze nocive. Se il bue iniziasse quindi lmprovvisamente a comportarsi come un carnivoro, si riempirebbe di ogni sorta di
sostanze nocive. Si riempirebbe cioè di acido urico e dei suoi sali.
Ora, questi sali dell'acido urico hanno pure una loro particolare caratteristica, che
è quella di ingenerare una debolezza proprio a carico del sistema nervoso e del cervello. Se il bue si cibasse direttamente di carne, in lui verrebbe a prodursi un' enorme quantità di sali urici; questi andrebbero al
cervello e il bue impazzirebbe.
Se noi potessimo fare un esperimento: alimentare di punto in bianco una mandria di buoi con dei colombi, quel che otterremmo sarebbe una mandria di buoi completamente pazzi. Questo è quello che accadrebbe. Nonostante i colombi siano cosìmiti, i buoi impazzirebbero ..."
(1) - Rudolf Steiner, "Salute e malattia.
Linee fondamentali per una teoria dei sensi alla luce della scienza dello spirito" (Conferenze per gli operai del
Goetheanum), non pubblicato in italiano.

da qui

grazie ad Antonella per avermelo segnalato

sabato 20 ottobre 2012

Solo la zappa potrà salvare questo mondo - Carlo Petrini

C’è la pancia di Fiorito intasata di ostriche e quella dei contadini africani svuotata dalle grandi multinazionali, che come la Nestlè e la Danone, hanno confiscato loro ottanta milioni di ettari. C’è questo mondo e quell’altro negli occhi e nell’esperienza di Carlin Petrini, fondatore di Slow Food. “Guardo l’Italia dall’Africa e mi sento disperato. L’umore non cambia se la miro dalle finestre della mia casa di Bra. Resisto allo sconforto rileggendo Edgard Morin, il più lucido pensatore del Novecento e anche di questo nuovo secolo: “Quando credi che sia impossibile uscirne nota i rivoli di energie che come un fiume carsico spuntano di qua e di là. Sono forze liberatrici anarcoidi, gente che in tutto il mondo si allerta e smuove il mondo”. Questa gente è a mani nude e si trova di fronte eserciti insuperabili. Ma il mondo si cambia a mani nude!

L’intelligenza può dove l’ingordigia non riesce a infilarsi.
E in Italia accadrà lo stesso: la terra è il centro del problema, come la accudiamo, come la consumiamo, cosa ci facciamo con la terra. La terra è la questione capitale, non la legge elettorale. Tu campi solo se mangi. Per avere un chilo di carne c’è bisogno di 15 mila litri di acqua: lo capisci o no che non è pensabile continuare così...

venerdì 19 ottobre 2012

Ecuador 1 e 2

Di notte a Quito, che sta a 2800 metri, il freddo ti investe appena si spalanca la porta automatica dell'aeroporto. Ma se la mattina dopo di buon'ora, assieme all'incaricato di Oxfam Italia , señor Jesus, si percorrono un centinaio di chilometri verso nord sulla Panamericana, si arriva nella provincia andina dell'Imbabura, a Cotacachi, dove il sole alle 8 picchia già forte, mentre si arrampica su un cielo di un azzurro accecante e irraggiungibile, senza rendere mai l'aria torrida. Neanche a mezzogiorno. 

"Perché siamo qui".
 Lungo il percorso, Jesus con voce garbata, la sua faccia antica e gentile da indigeno radicato serenamente nella sua terra, anticipa con parole semplici il lavoro di 
Oxfam Italia qui in Ecuador. Dove i difficili progetti di cooperazione sono ispirati al grande tema della sovranità alimentare. Il diritto cioè dei popoli della Terra, sempre meno rispettato, che ha molto a che fare con il cibo quotidiano, che si vorrebbe salubre, compatibile con le tradizioni, i gusti maturati attraverso millenarie abitudini gastronomiche. Ma soprattutto è un diritto che afferma il potere inalienabile di produrre cibo con i propri sistemi agricoli, senza le imposizioni e le pressioni dell'oligopolio del sistema alimentare, che orientano la qualità, la quantità e il commercio dei prodotti. Pressioni e imposizioni che, qui in Ecuador, sembrano addirittura incoraggiate dal governo di  Rafael Correa, il giovane presidente ecuatoriano che nella campagna elettorale del 2009 aveva invece promesso tutt'altro, e cioè di voler favorire il ritorno all'agricoltura familiare, oltre che il recupero e la tutela delle colture tradizionali…
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Chevron vuole gabbare l'Ecuador - Paola Desai

Una nuova sconfitta legale per Chevron: la Corte suprema degli Stati uniti ha rifiutato di considerare il suo ricorso contro il giudizio emesso la scorsa settimana da un tribunale di New York, che a sua volta respingeva un ricorso presentato dalla compagnia petrolifera. Quello che Chevron sta cercando (finora invano) di ottenere è che sia bloccata la condanna a suo carico emessa nel febbraio scorso dal tribunale di Lago Agrio, cittadina dell'Ecuador: dopo un processo durato ben 8 anni, i giudici ecuadoriani hanno infatti ritenuto la multinazionale americana responsabile di aver provocato gravi danni ambientali, condannandola a pagare un sostanzioso risarcimento - 18,2 miliardi di dollari - alle popolazioni danneggiate. Da quando la sentenza è stata emessa Chevron le ha tentate tutte. Il suo primo ricorso è stato respinto dalla Corte d'appello di Lago Agrio, che ha ratificato il giudizio di primo grado «in tutte le sue parti, inclusa la sentenza per risarcimenti morali», ovvero quei 18 miliardi di dollari. Allora, urlando che la decisione del tribunale ecuadoriano è un «chiaro esempio della politicizzazione e corruzione della magistratura dell'Ecuador», Chevron si è rivolta alla magistratura degli Stati uniti. Qui però una corte d'appello di New York ha obiettato che «imputati delusi da un giudizio emesso all'estero» non possono chiedere alla giustizia americana di «delegittimare il sistema legale» di un altro paese. 

Il caso Chevron versus la popolazione del distretto di Lago Agrio, nell'amazzonia ecuadoriana, è una battaglia cominciata ormai vent'anni fa, nel 1993, quando circa trentamila abitanti dei villaggi di quella regione amazzonica, sostenuti da alcune organizzazioni ambientaliste, hanno fatto causa contro Texaco al tribunale di New York. L'accusavano di aver scaricato nella foresta 18,5 milioni di galloni di rifiuti oleosi (circa 68 milioni di litri), buttati in centinaia di fosse aperte nella zona di sua concessione, oltre a 16 milioni di galloni (64 milioni di litri) dispersi da pozzi e oleodotti…
  

mercoledì 17 ottobre 2012

Il latte della Mauritania - Marina Forti

Una «favoletta» che viene dalla Mauritania: illustra come i sussidi agricoli, concessi con larghezza dall'Unione europea ai suoi produttori, siano una concorrenza sleale che soffoca le economie locali altrui. Nel villaggio di Ari Hara, nella Mauritania meridionale, una cooperativa formata da donne ha avviato con successo una produzione di latte e prodotti caseari: trasformano il latte in yoghurt dolce che poi vendono nella vicina città, Boghé, 350 chilometri a sud-est della capitale Nouakchott. Quella è sempre stata una zona di pastori e coltivatori, e da quando le donne hanno formato la cooperativa nel 2009 hanno garantito alle loro famiglie un piccolo reddito stabile e cibo assicurato anche nei periodi di siccità, riferisce Irin news, il notiziario on-line dell'Ufficio Onu per gli affari umanitari (in un dispaccio del 1 ottobre). Certo, la cooperativa potrebbe aumentare la rete di vendita se avesse la possibilità di raggiungere mercati più distanti, ma per questo servirebbero strade migliori e furgoni frigorifero. Un'organizzazione non governativa locale, l'Association mauritanienne pour l'auto-développement (Associazione mauritana per l'auto-sviluppo, Amad) aveva aiutato la cooperativa nella fase di avvio con 30mila dollari di finanziamento, ma non ha fondi per aiutarle a espandersi. 
Strade e furgoni però sono solo una parte del problema. C'è un ostacolo ancora più insormontabile, per le donne di Ari Hara: è che il mercato della Mauritania è invaso da latte e latticini importati a basso costo dall'Europa. Pensate: il 60% della popolazione mauritana vive direttamente o indirettamente dell'allevamento (inclusa la produzione casearia), settore che contribuisce circa il 13% del Prodotto interno lordo del paese. Eppure la Mauritania importa il 65% del latte che consuma, sottolinea un rapporto congiunto dell'Associazione mauritana Amad, Oxfam e Acord. In parte è un retaggio del passato recente: ancora negli anni '80 nei mercati delle città mauritane era impossibile trovare latte fresco, c'era solo quello in polvere o a lunga conservazione importato (di solito dall'Europa). Poi però si è sviluppata anche in Mauritania un'industria casearia, che distribuisce latte Uht, yoghurt, panna e così via. Irin ricorda Tiviski, la prima azienda casearia avviata a Noouakchott nel 1987 da una britannica sposata con un mauritano: aveva cominciato a comprare il latte di cammello da produttori delle campagne circostanti, buon latte fresco che poi pasteurizzava e distribuiva in città...

domenica 14 ottobre 2012

ricordo di Thomas Sankara - Marinella Correggia


Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale «Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che. Come una parola d'ordine Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987. Sovranità alimentare nel Sahel L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara). Un presidente senza privilegi Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».

sabato 13 ottobre 2012

Arundhati Roy

le balene di plastica

Quando si nuota, trovare uno shopper o un altro oggetto di plastica galleggiante dà fastidio. Ma quando la plastica non si vede può essere anche peggio. Lo prova una ricerca, condotta dall'università di Siena, appena pubblicata dal Marine Pollution Bulletin: l'invasione di frammenti di plastica nel Santuario dei cetacei - l'area protetta situata tra la Corsica, la Costa Azzurra e la Toscana - mette in pericolo la sopravvivenza delle balene.
Nelle microparticelle di plastica sono infatti presenti - spiega Maria Cristina Fossi, la biologa che ha coordinato lo studio finanziato dal ministero dell'Ambiente - gli ftalati e altri distruttori endocrini. Sono le sostanze che alterano gli ormoni sessuali, creando una tendenza all'ermafroditismo che può mettere in pericolo la sopravvivenza dei grandi gruppi di cetacei.

Questa minaccia chimica è consistente perché le micro plastiche inferiori a 5 millimetri, prodotte dalla degradazione di sacchetti e di altri oggetti e da attività industriali, nel Mediterraneo hanno una concentrazione simile a quella delle aree del Pacifico in cui, a causa di un particolare gioco di correnti, si formano le grandi isole di plastica galleggianti. 

La ricerca mostra per la prima volta il rapporto tra questo inquinamento diffuso e gli effetti sui grandi mammiferi del mare dimostrando che i distruttori endocrini sono assunti in dosi rilevanti: ai test sulle balene spiaggiate si sono aggiunti quelli condotti sui cetacei in libertà (con un dardo modificato è possibile catturare un piccolo frammento di pelle, sufficiente per le analisi)...

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martedì 9 ottobre 2012

olio fritto


Buttarlo nel wc o nel lavandino è una pessima abitudine che provoca gravi danni all'ambiente. Tramite processi di trattamento e riciclo, dall’olio usato si possono ottenere svariati prodotti. Ecco come sbarazzarsene in maniera ecologica

Patatine e verdure, carne e pesce. E l'olio utilizzato per le fritture dove va a finire? Quella di buttarlo nel wc o nel lavandino è una pessima abitudine che provoca gravi danni all'ambiente.
Quando si frigge, infatti, l'olio vegetale raggiunge temperatute elevate che possono arrivare fino a 200° C. A queste condizioni l'olio (definito "esausto") subisce una trasformazione chimica diventando un fluido denso, appiccicoso, di colore rosso-bruno o giallo e con un odore sgradevole. Si stima che ogni anno oltre 200.00 tonnellate di olio fritto finiscano nell'ambiente. E pensare che con un litro di olio di frittura una famiglia potrebbe contribuire a far camminare uno scuolabus per circa 15 chilometri.
Dalla padella al lavandino. Le conseguenze
L'acqua di scarto di gabinetti, lavandini o pozzetti attraverso le tubature finisce nella rete fognaria e poi nel depuratore. In presenza di scarti non degradabili come l'olio, però, il depuratore non funziona correttamente.
Si aggrava il carico da depurare quindi si ha una depurazione meno efficiente e più costosa (serve più energia elettrica per garantire una migliore depurazione). Le acque che arrivano ai fiumi e al mare, a questo punto, non sono pulite come dovrebbero.
Danni
In acqua. L'olio, più leggero, galleggia sull'acqua formando una barriera traslucida e impermeabile che impedisce il normale scambio di ossigeno tra aria e acqua compromettendo la sopravvivenza di flora e fauna.
Nel suolo. L'olio che finisce direttamente nel suolo impedisce alle radici di assorbire le sostanze nutritive necessarie alla sopravvivenza delle piante, uccidendole.
Falde. L'olio potrebbe raggiungere direttamente le falde acquifere, inquinandole irrimediabilmente. Un litro di olio mescolato a un milione di litri d'acqua basta ad alterarla e a renderla non potabile…
Consigli per la raccolta
Una volta terminata la frittura, è opportuno aspettare che l'olio si raffreddi prima di metterlo nei contenitori appositi oppure in semplici bottiglie di plastica.
Se pentole e padelle sono unte o sporche di grasso prima di metterle a lavare, è buona norma strofinarle con un tovagliolo di carta che poi andrà buttato nell'umido o nella comune spazzatura…



lunedì 8 ottobre 2012

vivi con stile

...Si chiama ETICHETTA PER IL CLIMA e consente alle aziende che aderiscono all'iniziativa di poter tracciare i propri prodotti fornendo al consumatore un dato numerico sintetico espressione di quanto quel prodotto "incide" sull'ambiente. "In Europa e nel mondo questo genere di attività è già in forte espansione", commenta Andrea Poggio, presidente della Fondazione Legambiente Innovazione, "in Inghilterra, ad esempio, tramite la Carbon Footprint, sono già oltre 25 mila i prodotti tracciati, oltre 10 mila negli Stati Uniti, la Francia ha siglato un accordo con la grande distribuzione affinché si prosegua con questa grande politica di trasparenza e di innovazione". "In Italia ci stiamo muovendo", prosegue Poggio, "sia noi di Legambiente, ma anche il Ministero dell'Ambiente, ma non è ancora abbastanza". 

Sul sito www.viviconstile.org 1, infatti, sono catalogate un centinaio di aziende con relativi prodotti: dalle passate di pomodori, alle stampanti, ai televisori, ai meloni, fino ai crackers, ma anche i menu completi. "Scopriamo così  -  dichiara Andrea Poggio -  che il menu vegetariano proposto dall'Agriturismo Il Campagnino costa all'ambiente 1.060 grammi di CO2, mentre il menu di carne ben 8.350 grammi, otto volte di più. Di fianco al prezzo, potrebbe dunque comparire su qualsiasi prodotto, anche il costo ambientale. E' quello che ha fatto Legambiente con l'istituto Ambiente Italia, scoprendo così le emissioni di CO2 di diversi articoli, tra cui lampadine, passate di pomodoro, stampa di carta, meloni, adesivi per parquet, biscotti e imballaggi. Con queste aziende, inoltre, siamo stati pionieri della prima comunicazione ambientale sul prodotto rivolta al consumatore finale".
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sabato 6 ottobre 2012

grafene

IMMAGINATE un materiale capace di condurre l'elettricità meglio del rame, trasparente come il vetro e più resistente dell'acciaio. Immaginate poi di poterlo piegare come se fosse plastica, e realizzare così schermi touchscreen da arrotolare e portarvi in tasca. Pura fantascienza? Forse no, perché gli scienziati conoscono già da anni il grafene, un "materiale delle meraviglie" con proprietà ed applicazioni in parte ancora ignote. 

Così, mentre parte della comunità scientifica sta studiando le caratteristiche del grafene, molti ricercatori in tutto il mondo sono impegnati a sviluppare tecniche di produzione innovative, come quella recentemente sviluppata alla Toyohashi University of Technology 2

Un gruppo coordinato da Yuji Tanizawa è infatti riuscito ad "addomesticare" dei microorganismi raccolti in un fiume vicino al campus universitario, nella prefettura di Aichi, ed utilizzarli così per produrre i sottilissimi fogli di grafene. Il nuovo metodo, presentato sulle Conference Series del Journal of Physics, sfrutta quindi un procedimento ibrido che combina processi chimici ed agenti biologici e che potrebbe offrire un nuovo canale per produrre grafene di alta qualità, a basso costo, e nel completo rispetto dell'ambiente.

Un materiale da premio Nobel
. Costituito da uno strato di atomi di carbonio collocati su una struttura a nido d'ape, il grafene è considerato uno dei materiali più promettenti del futuro. Questo materiale bidimensionale è infatti ultrasottile, flessibile, ed è circa 200 volte più resistente dell'acciaio. E' inoltre un ottimo conduttore di calore e di elettricità, e per le sue proprietà di trasporto degli elettroni è già considerato l'erede del silicio 3nell'elettronica del futuro. 

Ma uno degli aspetti più sorprendenti del grafene è che ce l'abbiamo sotto gli occhi praticamente quasi tutti i giorni, ogni volta che scriviamo con una matita. La grafite, di cui è fatto il cuore delle nostre matite, è infatti una sovrapposizione di strati di grafene separati da tre decimilionesimi di millimetro. 

Nonostante molti studi teorici avessero iniziato a delineare le proprietà fisiche e chimiche degli strati di grafite sin dalla prima metà del Novecento, il grafene rimase per decenni lontano dai laboratori. Si riteneva infatti che la configurazione atomica del grafene fosse altamente instabile e che fosse quindi impossibile crearlo a temperatura ambiente...


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martedì 2 ottobre 2012

Il ministro che difende i tribali - Paola Desai

È la prima volta che accade. Il ministro «per gli affari tribali» del governo dell'Unione indiana ha revocato sette concessioni minerarie invocando i suoi poteri costituzionali per la difesa degli interessi delle popolazioni native, o adivasi («tribali» nel linguaggio comune in India).
Il gesto del ministro Kishore Chandra Deo è riferito con un certo scalpore dalla stampa indiana, e si capisce: l'India ha grandi giacimenti e l'industria mineraria è in piena espansione, muovendo interessi economici enormi - ma creando anche grandi conflitti sociali. E l'intervento di un ministro in nome degli interessi della popolazione nativa ha messo in allarme le lobby industriali.
La scorsa settimana dunque il ministro «per gli affari tribali» ha revocato sette concessioni per l'estrazione di bauxite (materia prima dell'alluminio) nello stato di Andhra Pradesh, nell'India centrale, che il governo di quello stato aveva dato sei anni fa all'industria statale, la AP Mineral Development Corporation. Le miniere sarebbero state aperte in due zone del Ghat orientali, la dorsale montagnosa che traversa l'India peninsulare; per lavorare il minerale due imprese private sono già state autorizzate ad aprire due raffinerie. 
Quei progetti minerari però avevano suscitato polemiche e proteste. Diverse organizzazioni sociali e ambientaliste dicono che miniere e raffinerie avrebbero reato danni irreparabili all'ecologia della regione, privando la popolazione rurale delle sue fonti di sussistenza. Anche perché estrarre bauxite significa rimuovere il terreno dalla sommità delle colline - è lì che il minerale si trova - togliendone la copertura verde e stravolgendone l'equilibrio, prosciugando le fonti d'acqua, fino a rendere impossibile coltivare e vivere su quelle terre...

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