venerdì 24 novembre 2017

Non parliamo di cibo – Wolf Bukowski


È il decimo compleanno di Eataly. Per festeggiarlo non parliamo di cibo. Non nominiamo neppure il nuovo Spaghetto Eataly, “cibo del futuro” secondo La Stampa, “servito in tutti i loro ristoranti” a partire dal giorno dell’anniversario. “La ricetta è semplice: pasta con pomodorini datterino condita a crudo con olio extravergine. La novità è non cuocere più la salsa, per assaporare meglio «l’essenza degli ingredienti»” (27/01/2017).  Il motto del piatto, declamato dal menù, avverte: “è difficile essere semplici”; il prezzo è 8 euro e 50 centesimi.
Non parliamo degli spaghetti, prodotti dal pastificio Afeltra (proprietà di Farinetti), né dei datterini di Finagricola, cooperativa che Il Mattino del 20 ottobre 2014 definisce “Fiat del Sud” nonché “impero agricolo a Battipaglia” con numeri “da orgoglio nazionale”. (Com’è pure quella storia del piccolo produttore?) 
Non parliamo del vino, e tantomeno del Vino Libero. La sua (parziale) libertà da solfiti era pubblicizzata da Eataly con tanta… libertà, da averle procurato il fastidio di un provvedimento dell’Antitrust: “l’utilizzo dell’espressione ‘vino libero’ […] in mancanza di ulteriori specificazioni, lascia erroneamente intendere che il vino promosso in vendita sia totalmente libero da sostanze chimiche, inducendo in errore il consumatore circa le effettive caratteristiche del vino e il reale contenuto dei solfiti in esso presenti” (Autorità garante della concorrenza e del mercato, provvedimento n. 25980 del 13 aprile 2016). 
Solfiti o meno, il Vino Libero di cui non parliamo è commercializzato da Fontanafredda srl, azienda che Farinetti ha comprato dalla Fondazione Monte Paschi di Siena in due diverse tranches, nel 2008 e nel 2012.  
Nel 2014, dopo alcune domande insistenti di una giornalista televisiva sulle condizioni di lavoro in Eataly, Fontanafredda si mobilita e raccoglie, in difesa del padrone, le firme dei dipendenti. Su www.vinolibero.it si trova il link al video di quella che viene chiamata “aggressione”: l’intervistatrice ripete le proprie domande a un Farinetti che non risponde sul punto, dà sulla voce e si sbraccia con movimenti che trasudano, quelli sì, aggressività trattenuta. 
I sindacati gialli colgono l’occasione per esibire canina fedeltà: “UILA-UIL respinge sindacalmente questi metodi e non può che dire bene di Fontanafredda […] Ogni giorno, nei nostri uffici, affrontiamo situazioni davvero drammatiche e, proprio per questo motivo, riteniamo che quello che è avvenuto sia un fatto gravissimo.” FAI-CISL rilancia, proponendo una campagna aziendalsindacale di promozione: “Episodi come quello verificatosi martedì fanno male all’azienda e, a ricaduta, ai lavoratori. Dobbiamo tutti insieme ribaltare la situazione e dare eco nazionale alla vicenda”. 
Ecco, non parliamo di tutto questo, ma solo di mattoni. Immobili. Real Estate. Soldi con fondamenta. 
È dalla giunta torinese che Eataly ottiene l’immobile per il suo primo store: l’ex stabilimento Carpano, al Lingotto. Sindaco è Chiamparino, e la città si sta preparando alle Olimpiadi invernali – una macchina di distruzione di territorio e denaro pubblico, degno antecedente dell’Expo milanese. Il bando comunale per l’assegnazione dell’immobile vede un solo partecipante: Eataly. Quello che l’azienda vi realizzerà, e che aprirà nel 2007, non sarà solo un ristorante, e neppure un supermercato di lusso, ma un “parco enogastronomico” – qualsiasi cosa ciò voglia, o non voglia, dire. In cambio della ristrutturazione il canone di affitto è zero, e la concessione dura sessant’anni. 
Analoghe sintonie col potere politico, negli anni successivi, si concretizzano a Bologna in due diversi edifici di proprietà pubblica (un ex cinema e un ex mercato alimentare, entrambi in pieno centro), e a Firenze. Dove, a fronte di promesse occupazionali subito disattese, Farinetti ottiene dal comune il cambio di destinazione d’uso dell’immobile. Sindaco, allora, è Matteo Renzi. 
A Bari, nel 2013, la “licenza di commercio più veloce del mondo” viene rilasciata a Eataly dal sindaco Emiliano, oggi sfidante di Renzi e leader di piddini che fingono di essere un po’ meno di destra degli altri. Forse è in quel momento, diciamo attorno alla metà dei dieci anni che festeggiamo, che matura il salto di qualità. Eataly è risultata utile agli amministratori per valorizzare un edificio, o una zona cittadina, contribuendo così alla speculazione immobiliare, vera tipicità italiana (altro che spaghetti col pomodorino). Perché, allora, non coinvolgerla direttamente in trasformazioni urbane in grande stile?
La prima è Expo 2015, grande eventopera che sblocca la costruzione di autostrade inutili e apre alla cementificazione di terreni non ancora impermeabilizzati, consegnando le scelte urbanistiche ai privati – dopo aver drenato soldi pubblici in quantità impressionante. La seconda è quella che cresce a Bologna attorno a Fico (Fabbrica italiana contadina), expo eterno che aprirà il 4 ottobre 2017 in immobili del valore di 55 milioni di euro, concessi dal Comune per 40 anni a Farinetti, Coop e soci. Abbiamo promesso di non parlare di cibo, quindi non evochiamo neppure la prospettiva che le classi delle elementari, invece di andare in una fattoria, in una cantina o in laboratorio di pasta fresca… siano educate all’alimentazione nella Disneyland del cibo (così chiamavano il parco i promotori stessi, prima di avvedersi del ridicolo). Prospettiva orribile ma vera e incombente: Fico non è ancora aperto, e già gli istituti di due regioni (Emilia Romagna e Campania) possono partecipare ai concorsi “Aspettando FICO… nella scuole”. 
No, non diciamo altro: accenniamo piuttosto ai terreni che aumentano il proprio valore per la prossimità al Fico, alla contemporanea riduzione dello stock di edilizia residenziale pubblica nel quartiere popolare lì accanto, a progetti che si alternano veloci come i frutti sulla bobina di una slot machine ma che sono tutti, uniformemente, grigio cemento. 
Cemento che cala su terreni liberi, in alcuni casi ancora coltivati. Un quartierino nuovo di zecca; no, piuttosto un centro commerciale, un parco divertimenti (sì, un altro!); oppure un hotel. 
E ancora: ogni allargamento di strada, autostrada, tangenziale ormai da anni, a Bologna, è motivata dal Fico. E mentre tutto precipita in un (in)gorgo di mobilità tossica e di malta cementizia, i ragazzi delle scuole cosa impareranno al Fico? La “sostenibilità”. Già, certo. Avevate dubbi? 
Il feticcio, il pretesto del cibo trasforma edifici, poi città, e Farinetti è il suo frontman e ideologo. Ma non basta. Il recente accordo tra Fico e l’Enit, ente governativo di promozione del turismo, consentirà “il consolidamento del Brand Italia”, la diffusione del “modello di lifestyle italiano” e la promozione dell'”italianità nel mondo”. (Comunicato stampa ENIT del 15/2/2017). 
Tradotto dal fuffese, significa che la prospettiva dei farinettiani è di porre il paese intero a servizio del turismo incoming e dell’export agroalimentare. E questo implica: salari bassi, città che espellono gli  abitanti incompatibili con l’arredo dei migliori caffè, cemento quale conseguenza inevitabile, infrastrutture a misura di ricchi turisti e non di pendolari modesti, imposizione del decoro tramite l’uso reiterato e generoso del manganello. Ecco dunque il menù di compleanno di Eataly, e dell’Eatalya intera. I festeggiamenti si profilano eterni. A meno che non vi si ponga termine, per dare inizio a una miglior festa.

giovedì 23 novembre 2017

The Fico Show e il pifferaio magico Oscar Farinetti: grazie Melinda e un po’ di info utili - Catia Sulpizi

Avete presente la scena finale del film The Truman Show?

Quando Christof (Il Regista che arricchiva il suo prestigio sulla pelle del povero Truman) si rende conto che ormai Truman ha scoperto la verità ed è disposto anche a morire pur di far cessare la farsa, decide di interrompere la tempesta e, parlandogli direttamente dal cielo della scenografia televisiva, cerca di convincerlo che la finta vita del colorato set televisivo è migliore e più vera di quella grigia della vita reale?
Quando Truman, non cadendo nella tentazione sceglie la cruda verità e salutando scherzosamente con un inchino il suo pubblico «Casomai non vi rivedessi… buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!», si avvia determinato a scoprire la verità?
Questo è ciò che ho provato dopo aver partecipato all’anteprima di Fico: un traboccante bisogno di Vero.
Tutto quel cibo patinato, ben confezionato, frutta e verdura dai colori fluorescenti, quell’idea di serra come il meglio che ti potesse capitare nella vita, fabbriche artigianali contadine dove il contadino assume i connotati di un broker più che di un uomo che “puzza” di fatica e soprattutto la totale assenza di profumi del cibo in un posto che vuole essere la meraviglia dell’agroalimentare italiano mi è sembrato veramente un po’ troppo come forzatura per dichiarare l’eccellenza italiana.



Non a caso tempo utile di fuggire sono andata a riprendere fiato dentro l’Osteria la Bottega dove al contrario tutto trasuda di autentico.
E mentre inebrio l’olfatto con la mortadella Pasquini, avvolta in un velo di malinconia per la recente chiusura del salumificio, riunisco le informazioni acquisite durante la visita al colosso e penso per rimanere in tema di maiali “le perle ai porci”, ci è stata data l’opportunità di fare una Grande Cosa Giusta e noi ci siamo ridotti a fare semplicemente una Grande Cosa.
Perché che Fico sia Grande questo è fuori dubbio.
Ma al posto della parola Cosa che ci mettiamo?
Una Grande Crescita per Bologna.
Le parole di Farinetti non lasciano dubbi a tal proposito “L’obiettivo è quello di creare un luogo che attragga 5 milioni di persone, se va male, l’Italia, come meta turistica nel mondo, è prima tra i desideri ma quinta nei numeri. Fico dovrà essere quello che in Francia è il Louvre: qui si deve capire qual è l’arte italiana“.
Con questi numeri le camere vuote degli alberghi, i taxi inattivi e la disoccupazione divengono un miraggio, il prestigio della città aumenta e tutti vissero felici e contenti.
Sul “tutti” mi riservo, ma certo sarebbe stato utile per evitare ai bolognesi la sensazione del “tu vieni a fare il padrone a casa mia” che Fico qualcosa di Bologna la raccontasse al suo interno, dal momento che sei sempre tu Farinetti a dichiarare nella scelta della città “Bologna è considerata una delle capitali gastronomiche d’Italia celebrata da secoli per la sua tradizione culinaria ed enologica, tanto da essere soprannominata “la dotta e la grassa”.
Lo spazio c’era non farlo è scortesia
Una Grande Impresa.
Ma quale Grande! Grandissima, immensa, imponente, smisurata.
FICO Eataly World è il più grande parco agroalimentare del mondo:10 ettari
Fabbrica Italiana Contadina racchiude la meraviglia della biodiversità italiana attraverso:
2  ETTARI di campi e stalle all’aria aperta
8  ETTARI coperti con 40 fabbriche, oltre 45 luoghi ristoro o botteghe e mercato
Aree dedicate allo sport, ai bimbi, alla lettura e ai servizi
6 aule didattiche,
6 grandi “giostre” educative, teatro e cinema
Un centro congressi modulabile da 50 a 1000 persone
Una Fondazione.
Seppur tutto questo nella scelta architettonica e degli arredi non racconti nulla di nuovo (pardonnez-moi mi ero per un attimo dimenticata del piano-cottura ovvero il pianoforte che può essere anche cucina), non si colloca in una scelta stilistica e tantomeno è espressione di una identità ragionata e lungimirante, non sei “green” non sei glamour, non sei futuristico, non sei lussuoso, di certo non sei per la cura del dettaglio, se non fosse per qualche bottega e qualche ristoro che ha dato una buona sterzata nell’allestimento della sua area, per me sei un certo commerciale del cibo. Grande però!.
Riguardo la scelta della sede ci sarebbe poi sempre da chiarire quella questione dell’inceneritore che produce cadmio in quantità di gran lunga superiore alle norme consentite che sorge proprio accanto e che, come espresso da Greenstyle, secondo gli oncologi dell’Associazione Nazionale Medicina Democratica, sviluppa la possibilità di un aumento di malattie tumorali o di aborti spontanei, ma sicuramente tutto il personale di Fico sarà stato messo a conoscenza della possibilità.
Una Grande Idea.
Questo è innegabile, una Grande Idea.
Non a caso in molti sono scesi in campo per attuarla, soldi pubblici e privati, fondazioni, una struttura pubblica il cui recupero, come dichiarato dalla Dott.ssa Primori, sarebbe valso la cifra di 100 milioni di Euro, certe scelte si fanno o per una Grande Idea o per Grandi Interessi.
Per fortuna “noi” l’abbiamo fatte per una Grande Idea.
Incoerente e Incompleta mi permetto la presunzione di aggiungere.
Incoerente:
Gia sull’uscio della porta d’ingresso ho il primo sentore, dove un cartellone recita quello che dovrebbe essere il payoff del tuo essere: “In Europa ci sono più di 1200 varietà di mele…, 1000 in Italia e 200 nel resto d’Europa, per questo abbiamo fatto Fico, Grazie Melinda”
Qualcosa non torna, al consumatore medio o al bambino che legge in maniera semplice che informazione vuoi dare? Che Melinda da sola fa 1000 varietà di mele? Che Melinda è la prescelta poiché è quella che le fa più buone? O che i restanti dei 1000 sono degli sfigati con le mani troppo sporche di terra per entrare nel super Fico?
Perché anche qui lo spazio (e i soldi) per farli stare non dico tutti, ma i meritevoli di grado c’era; è la volontà che a quanto pare è stranamente mancata.
E questa scelta è ancor più bizzarra se si analizza il core business di Fico dove le due parole più ricorrenti sono educazione ed eccellenza.
Educazione che richiama formazione.
Eccellenza che richiama educazione alla qualità.
Ampi spazi per la didattica, per le scuole, ci sono le giostre formative, le fattorie didattiche, il tutto è stato pensato per dar risalto al ciclo produttivo, alla filiera, caro consumatore da oggi non solo avrai l’opportunità di comprare l’eccellenza italiana come fin oggi è stato con Eataly, ma potrai guardare con i tuoi occhi, capire con i tuoi sensori come si produce l’eccellenza italiana.
Devo ammettere che la parte strutturale della produzione, oltre ad essere ben sviluppata è una inedita opportunità di conoscenza.
Ma quello che emerge, anche qui è la volontà non di raccontare il Vero, ma la Favola.
La Favola del fantastico mondo di Farinetti.
Dove tutto è perfetto, standardizzato, senza problemi di cambiamenti climatici, di siccità, di stagionalità, di costi di produzione, di manodopera.
Le stalle perfette, gli animali felici, i processi produttivi impeccabili, ad un certo punto credo di aver visto anche “Heidi che correva felice sui prati”, lo spazio destinato alla mostra del prodotto tirato a lucido, ma poi non chiudi il cerchio o meglio sei coeso nella scelta del prodotto che rappresenta quel ciclo produttivo.
Mi spiace non avrai mai il mio cervello o quello di mio figlio per lobomizzarci e convincerci che l’eccellenza del pollo italiano è Amadori con tanto di panino con cotoletta e Ketchup!
Tu Fico che vuoi fare formazione non pensi che sia più giusto raccontare le razze avicole, magari quelle autoctone, spiegare il loro rischio estinzione e soprattutto dare palcoscenico a chi le alleva con profonda difficoltà per smorzare proprio questo fenomeno di massificazione della scelta?
In fondo anche la scelta imprenditoriale basata sul modello Montano con il Mercato Centrale, dove le botteghe non hanno costi di affitto, bensì riconoscono un fee (30% se non erro nel caso Fico) al beneficiario poteva permettere l’ingresso veramente a molti meritevoli dei soliti Ignoti e invece Fico ha scelto Amadori per rappresentare l’eccellenza.
Dicevamo incompleta.
Per chi è Fico?
Chi sono questi 5 milioni di visitatori?
Quanto costa ad una famiglia visitare Fico?
Tour di visita degli spazi: 1 ora 15 euro a persona.
Giostre per fare formazione e didattica indispensabili per capirci qualcosa: 10 euro a persona.
Corso, workshop, laboratorio (diversamente che siamo venuti a fare se non facciamo nulla): dai 20 euroai 65 euro per fare con Carpigiani il gelato artigianale in 1 ora e mezza.
E i bimbi?
Ti pare che con quello che stanno spendendo i genitori non ci sia una ludoteca attrezzata dove lasciarli a divertire e ad imparare (qui bastava copiare da Ikea!)?
Certo AgriBottega ti aspetta nella sua officina della creatività per dare voce all’arte che c’è dentro ogni bambino: 20 euro a bambino per 2 ore.
La fame incalza, di certo nessuno si è portato i panini da casa, via libera alla scelta che prevede l’eccellenza dell’offerta (non a caso Rossopomodoro per la pizza) e dei prezzi intuisco per linearità (perchè di quelli malgrado abbia più volte chiesto nessuno mi ha saputo dire).
Ultimo giro e si torna a casa, naturalmente non prima di aver bevuto un caffè Lavazza, ed aver acquistato il pollo Amadori, il panettone Balocco, il pomodoro Murri o il tartufo Urbani.
Quando ti ricapita!!!.
A conti fatti la spesa è alta, non ho abbastanza elementi per dire se cara o costosa, ma di sicuro è alta, la proposta formativa non è per tutti i bambini o per tutti i consumatori, ma per quelli che se lo possono permettere.
Come mai dovrebbe essere la cultura.
Una Grande Opportunità.
Si certo per Far…inetti!

mercoledì 22 novembre 2017

vento vento e vento (dal blog di Maria Rita D'Orsogna)

Un mondo 100% rinnovabile si può

Arriva un nuovo studio dalla Lappeenranta University of Technology di Finlandia che conferma che un mondo 100% rinnovabile si puo', che sara' piu' economicamente vantaggioso del mondo fossile che abbiamo ora.  Il loro traguardo e' il 2050, e forse anche prima grazie ai progressi nel campo dello stoccaggio, con l'abbassamento dei costi del solare, e con nuova tecnologia che permettera' di ottimizzare l'approvvigionamento elettrico. 

E prima ancora con forte volonta' politica.

Si stima che nel 2050, con la transzione green, il costo energetico sara' di 52 euros per MWh, in raffronto ai 70 euros di oggi. La transizione non solo abbasera' i costi, ma creera' anche 36 milioni di posti di lavoro.

L'autore principale dello studio e' Christian Breyer, professore di "economia solare" (in Finlandia hanno professori di economia solare!) che dice che occorre fermare tutti gli investimenti in carbone, nucleare, petrolio e gas, e che invece occorre investire in modo pesante nell'infrastruttura rinnovabile.

Non e' la prima volta che si parla di 100% rinnovabile grazie alla volonta' politica, ed e' evidente che quando lo si vuole una strada la si trova.

Lo studio in questione si chiama Global Energy System Based on 100% Renewable Energy Power Sector, ed e' stato presentato al COP23 di Bonn, la conferenza mondiale sul clima. Il COP21 era quell di due anni fa, a Parigi.  

Di mia natura sono sempre scettica con questi obiettivi a cosi lungo termine, ma il punto e' che di queste cose iniziamo a parlare, a volerle, a programmarle. Che sia il 2050 o il 2040 poco cambia, e' in questa direzione che andiamo, e prima o poi ci arriveremo, perche' e' evidente che l'evidenza contro l'energia fossile e' preponderantemente contro il benessere delle comunita' locali e del pianeta.

Intanto, la popolazione cresce. Siamo ora 7.3 miliardi. Entro il 2100 saremo, si prevede, 9.7 miliardi.
La richiesta di energia continua a crescere, grazie al numero di persone su questa terra, ma anche grazie all'aumento dell'armamento tecnologico di ciascuno di noi, e grazie al fatto che con il crescere del benessere in paesi del terzo mondo, ci sara' sempre piu' gente connessa alla rete elettrica.

E' evidente che continuare a fare buchi non e' la soluzione.


Scozia: 99% dell'elettricita' di Ottobre e' arrivata dal vento

La Scozia continua a fare record su record. Nel mese di Ottobre 2017 il 99% della sua elettricita' e arrivata dall'eolico.

Grazie anche all'uragano Ophelia, circa 1.7 milioni di megawatt-ore sono state immesse nella rete elettrica durante i 31 giorni di Ottobre.  Sarebbe stato sufficente per alimentare il doppio delle case di Scozia.

Come e' successo? Ovviamente, grazie al vento, ma anche grazie ad una seria politica di *volere* le rinnovabili in questa area un tempo culla delle trivelle nei mari del nord.  E se Ottobre  e' stato un mese eccezionale, la media annuale e' del 50% circa di energia dalle rinnovabili.

Intanto si moltiplicano i tentativi di stoccaggio di energia a larga scala. Per esempio Hywind Scotland, il primo campo eolico galleggiante a mare inaugurato poche settimana fa e' stato integrato da Batwind, batteria al litio che puo' stoccare un megawatt-ora di potenza. E' stata prodotta... dalla Statol la ditta nazionale petrolifera di petrolio.

Un megawatt-ora non e' tanto ma e' certo un passo in avanti.


28 Ottobre 2017: la Germania genera cosi tanta elettricita' dal vento che la regala

E' stato un fine settimana particolarmente ventoso in Germania quello del 28 Ottobre 2017.

E con Eolo che soffiava a tutta forza, a tutta forza e' andata l'energia eolica del paese.
L'energia elettrica e' stata cosi abbondante che non solo l'energia e' stata regalata, anzi, il gestore ha dovuto pagare i consumatori per prendersela.

I costi sono andati in negativi! Ed e' stato cosi per tutto il giorno, non solo per poche ore.

Di quanta energia si tratta? 39.4 GigaWatt, un record mai raggiunto prima, tanto quanto 40 centrali nucleari. 

Perche' hanno dovuto pagare i consumatori? Perche' purtroppo il reparto stoccaggio dell'energia e' ancora non perfetto e per non fare ingolfare la rete, il gestore paga chi la produce, in modo che viene tolta dalla circolazione in fretta e non si creano intasamenti o sovraccarichi.

Ovviamente e' un problema anche questo, ma e' un problema in positivo, nel senso che mostra solo quanto efficente possa essere l'eolico e che se riuscissimo a migliorare il modo di conservare l'energia, potremmo veramente fare enormi passi in avanti.

So che a molti non piacciono le centrali eoliche, e forse ci sono dei posti in cui vanno in contrasto con la bellezza paesaggistica, o le linee di trasmissione possono essere d'intralcio con la fauna locale. Ma se uno ci pensa bene, in Germania sono state l'equivalente di appunto 40 centrali nucleari!

Il 28 Ottobre e' stato rimarchevole anche per un altro motivo: il 24% di tutta l'energia d'Europa e' arrivato dal vento, la piu' grande percentuale di tutti i tempi per il vecchio contienente.

Il record precedente? E' stato il 7 Ottobre 2017, con il 19%.

Possiamo solo crescere, migliorare. Un giorno sara' cosi' dappertutto e sara' normale. Per adesso, bravi ai tedeschi.


giovedì 16 novembre 2017

Pastorale emiliana - Giovanni Iozzoli


Da qualche tempo si è riacceso il conflitto nel comparto carni modenese. O meglio: riemerge la situazione di cronico malessere che cova da almeno due decenni sotto le ceneri, sbottando rabbia e mobilitazione. Quando parliamo di questo territorio – l’angolo di provincia compreso tra Castelnuovo, Castelvetro, Spilamberto, Vignola – stiamo parlando di un pezzo importante del Pil italiano, circa tre miliardi di euro, realizzati da 179 aziende, 5000 addetti, con 8 milioni di quintali all’anno di carni fresche lavorate e salumi: una macchina produttiva potente che importa dagli allevamenti del nord Europa 200 camion di suini macellati ogni giorno – la materia prima che, lavorata in loco, rifornirà tutti i grandi marchi nazionali ed esteri.
Il monoteismo del prosciutto regna sovrano, in questi luoghi; tra i miasmi degli stabilimenti aleggia un vago sentore calvinista – impresa e denaro come manifestazioni della benevolenza divina. Un maialino bronzeo troneggia nella piazza centrale di Castelnuovo Rangone – omaggio a se stessa, di una comunità sobria, laboriosa e danarosa, che vede il suino come metafora della vita.
Quello che è successo, negli ultimi vent’anni in questo comparto, è la nota accelerazione globale di mercati, merci e processi produttivi, che si è abbattuta drasticamente su un distretto che un tempo si sentiva vincente per qualità e specializzazione: concorrenza sempre più feroce, prezzi al ribasso, qualità a picco e pressione sempre più distruttiva sul lavoro vivo. Appalti, sub appalti, spezzettamenti, la filiera che si slabbra e si allunga come un verme. Migliaia di lavoratori, principalmente stranieri, collocati nei gironi via via più degradanti del lavoro in appalto, tra cooperative spurie, terziarizzazioni, consorzi fittizi creati dalle stesse imprese appaltatrici – ovviamente nei segmenti produttivi dove regnano fatica, nocività, rischio per la salute. Insaccati, polpettoni, prodotti precotti e surgelati di ogni ordine e grado: tutto passa dalle mani di queste migliaia di pseudofacchiniquasialimentaristi, dalla salute spesso compromessa – abbondano problemi muscolo scheletrici, polmoniti, ferite da taglio, perché qui le lavorazioni più essenziali si fanno ancora di gomito e coltello.
Ma quella del distretto carni non è la solita minestra avvelenata del panorama italiano – cooperative che non sono cooperative, facchini che non sono facchini, contratti che non sono contratti. Non è solo una storia di appalti fasulli, elusione fiscale e capannoni della logistica persi nelle nebbie brumose della campagna padana. No, qui si sta parlando di un palcoscenico rinomato, dove va in scena ogni giorno la farsa dell’eccellenza agroalimentare italiana: un concentrato di bugie, affarismo, arroganza e retorica tricolore – straprovinciale e global, allo stesso tempo.
Il distretto carni rappresenta la vetrina delle scelleratezze italiane degli ultimi due decenni, un esempio della svalorizzazione del lavoro, della mortificazione operaia. E delle viltà, delle complicità, della subordinazione della politica e del sindacato, della retorica del primato dell’impresa come valore unanimemente condiviso. Perché questi territori, nell’immaginario, amano rappresentarsi come i luoghi dell’eccellenza alimentare, il richiamo ancestrale e fasullo alla terra, alla genuinità della tradizione, al mangiar sano, al mulino bianco e al vivere comunitario.
Tutta fuffa, tutto marketing. In questo comparto (come ovunque) la risorsa essenziale non è la genialità imprenditoriale o il retaggio di mestiere: il fattore chiave è il lavoro vivo, le braccia, l’intelligenza e la disperata disponibilità indotta dalla miseria. Si, la miseria, la vecchia, cara indispensabile miseria, altro che eccellenze: perché solo la miseria può indurre migliaia di nuovi schiavi a rinchiudersi in capannoni e celle frigorifere a rifilare, disossare, tagliare – ballando, a salario pieno, intorno alla soglia di povertà. La miseria è il miglior motivatore professionale, la leva perenne di ogni intrapresa economica. Industria 4.0? Da queste parti si preferiscono ingredienti antichi e tradizionali: sfruttamento, gerarchia, ricatto e sottomissione. Un tempo, per i locali, l’industria norcina fu davvero elemento di elevazione sociale: macelli, laboratori e fabbriche furono tra i templi del compromesso sociale emiliano. Oggi non c’è tempo per favole rassicuranti. Sei euro lorde all’ora, una settimana a casa l’altra lavorare 60 ore – anche 12 ore filate, fino a pisciarsi addosso o mangiare in piedi come i cavalli. E a ogni cambio appalto si sfoltiscono i ranghi dei sindacalizzati e dei riluttanti.
È una storia di pervicace illegalità, quella del distretto carni. Un morto ammazzato nel 2001 (fanno capolino anche i soliti servizi segreti), pestaggi, minacce, auto bruciate, criminali di ogni risma che attraversano la vita, e spesso i cancelli, di aziende prestigiose. Una pastorale emiliana (e segnatamente modenese) dove molti attori diversi continuano immutabilmente a cantare la loro parte – incassando milioni o sputando sangue -, comunque seguendo una partitura criminale efficace, per quanto tremendamente precaria. Il giorno che qualcuno si decidesse ad applicare (almeno un po’) le leggi della Repubblica, il mito dell’eccellenza agroalimentare italiana crollerebbe miseramente – e questo vale per tutta la cigolante catena nazionale, dai raccoglitori di pomodori del foggiano a questi strani facchini ghanesi, cinesi, filippini e albanesi, le cui mani callose (senza retorica) custodiscono il buon nome e la credibilità del marchio made in Italy che finisce sulle tavole di mezzo mondo. E allora, vediamoli, i protagonisti di questa moderna pastorale di provincia.
I PADRONI
Qualcuno è di nobile schiatta imprenditoriale, qualcuno è diventato un global player, qualcuno è un artigiano arricchito, qualcuno ha la mentalità truce del macellaio che sorveglia il negozio: tutti devono correre al ritmo spietato della concorrenza, che significa spremere lavoro e abbassare costi, pretese e qualità. Negli anni 90 hanno venduto tutti l’anima al diavolo, anche se oggi si ostinano a firmare protocolli etici. Aumentare i margini intensificando lo sfruttamento, è l’unica arma rimastagli. Sanno fidelizzare la gente, pagando in nero gli accoliti per scagliarli contro i lavoratori in appalto. Pagano anche giornalisti, pubblici funzionari, eserciti di consulenti, finanziano iniziative pubbliche, civiche, sportive, foraggiano sindaci costantemente distratti, rispetto alle brutture sociali che amministrano. Non sono mai stati soli, nella continua opera di evasione, elusione, violazione di norme e contratti. Queste pratiche non sono invenzione estemporanea di qualche imprenditore spregiudicato: mamma Confindustria veglia su tutti loro e non si è mai dissociata da nessuno dei suoi prosciuttai.
LE CENTRALI COOPERATIVE
Prendono le distanze dal sottobosco malavitoso, per tutelare il buon nome della “vera cooperazione”. Ma se il termine cooperativa è diventata una parolaccia è anche colpa loro, delle loro omissioni e complicità. Del resto i grandi gruppi cooperativi ufficiali hanno da tempo “marchionnizzato” le loro relazioni interne e i rapporti sindacali. Le cooperative spurie sono solo il bordo sfrangiato e impresentabile di un mondo geneticamente modificato, che comincia già dietro i banconi della Coop. Non è un caso che il Ministro del Lavoro nell’epoca del Jobs Act, venga da quella giungla.
LE COOPERATIVE SPURIE
Le mafie hanno scoperto questo mondo negli anni 90 e se ne sono innamorate. Costruire aziende cooperative, riciclare, vincere finti appalti, infilare al lavoro i picciotti in semilibertà. E finalmente entrare a testa alta, senza estorsioni, dentro i circuiti ufficiali del settore, insediarsi legittimamente in territori floridi, sottraendosi ai capricci mutevoli del ciclo dell’edilizia. Una volta i gruppi dirigenti di queste cooperative erano composti direttamente da pregiudicati casertani e calabresi. Oggi hanno imparato meglio a usare i prestanome, anche se magari le sedi legali sono gli studi di avvocati specializzati nel 416 bis. Naturalmente non tutte queste cooperative hanno origine e matrice criminale; nell’affare ci si è buttata tanta gente sveglia che da anni alimenta un tourbillon inafferrabile di sigle, consorzi, concordati, fallimenti, spesso riconducibili agli stessi capicordata e alle medesime aziende appaltatrici. Tecnicamente una “cooperativa spuria” è un’associazione a delinquere. Non dovrebbe occuparsene l’Ispettorato del Lavoro.
I SINDACALISTI
Ne sono passati tanti, dentro e davanti quei cancelli. Non si deve essere ingenerosi o qualunquisti, molti danno l’anima per organizzare e dare sbocco alla rabbia sorda della gente – se si va domattina, alle 5, ai cancelli della Castelfrigo o della Alcar, li si trova là davanti, col megafono e la bandiera. Ma tanti sono stati anche i vili, gli imboscati, gli impotenti che allargavano le braccia davanti a ogni abuso, quelli che limitavano la loro funzione alle denunce e agli esposti. Per non parlare di quelli che si sono prestati a fare da consulenti occulti nell’interesse delle aziende. Se avesse incontrato davanti a sé, il muro di un movimento sindacale serio e autorevole, tutta questa metastasi non si sarebbe mai estesa negli anni.
I QUESTORI
Hanno messo le forze di polizia al servizio delle aziende, a presidio della santa continuità produttiva, come se la Questura fosse l’Agenzia Pinkerton (che almeno non era pagata dai contribuenti). Se avessero “attenzionato” seriamente il comparto carni, oggi nelle carceri di Sant’Anna dovrebbe esistere un “padiglione cooperatori”. Particolarmente deplorevole il metro e la misura delle scelte di ordine pubblico: perché da queste parti, di solito, non si usano i manganelli contro I presidi sindacali; ma se a farli sono questi lavoratori un po’ scurotti (e si presume, meno tutelati), la celere si sente autorizzata a rompere ogni tabù – e anche qualche testa. Come se a questi proletari non si riconoscesse neanche il diritto minimo di sentirsi pienamente classe operaia.
I PM
Hanno lavorato con foga, nei mesi scorsi, per liberare le aziende dalla morsa dei sindacalisti molesti. L’inchiesta contro Aldo Milani, di quale dispiegamento di uomini e mezzi ha potuto giovarsi? Telecamere nascoste, microfoni, intelligence, agenti provocatori e trame raffinate. Chi ha mai visto un magistrato indagare con la stessa determinazione sul settore carni e le sue derive criminali? In occasione dell’arresto del leader del SI Cobas, la Procura ha ufficialmente esposto anche il suo teorema: lo sciopero e il picchetto, in una certa misura, possono essere inquadrati sotto il profilo criminale dell’estorsione. Bloccare un’azienda per spillare quattrini a un padrone, è un’azione delittuosa. Quando la politica muore, entrano in scena i corpi armati dello Stato (tale è la magistratura, non dimentichiamolo mai), che vanno a prendersi il loro spazio di supplenza e direzione politica, rilasciano proclami a reti unificate, scavalcano l’ectoplasma di amministratori e partiti, stabiliscono in proprio ciò che è lecito fare o non fare, nella Repubblica del Maiale.
I CONSULENTI
Ogni mafia ha bisogno dei suoi colletti bianchi. La mafia delle cooperative – e dei suoi committenti industriali – può contare su una pletora di avvocati, consulenti, commercialisti, facilitatori di ogni tipo. Parassiti ben pagati che studiano giorno e notte il modo per eludere leggi, fisco e contratti. Sono professionisti seri, sobri, abituati al basso profilo; magari vivono in questi stessi territori, dentro villette a schiera senza pretese. Fingono di ignorare quello che succede concretamente dietro le piramidi societarie e le trappole antioperaie che progettano. Probabilmente, per giustificare se stessi, nutrono anche una qualche confusa idea di progresso e di necessità dello stato di cose presenti. Una lumpen-borghesia delle professioni che spiega molto di questo paese, da Sud a Nord.
I DIRETTI
Sono I lavoratori assunti dalle imprese, magari con contratti stabili a tempo indeterminato. Sono quelli che fanno più pena di tutti sul piano morale. Ormai si tratta di minoranze dentro aziende che realizzano i volumi produttivi solo grazie al personale delle finte cooperative. Stanno abbarbicati ai loro lavoretti, al loro minuscolo privilegio, guardando ai colleghi del piano di sotto, come mine vaganti che possono mettere in discussione tutto il baraccone. Sono spesso immigrati anche loro, meridionali piovuti qui nei tristi anni 80, con mutui pesanti e figli precari da mantenere. Entrano a testa bassa, la mattina, davanti ai cancelli presidiati dalle lotte. Sanno che quei loro quasi colleghi hanno ragioni da vendere. “Ma così va il mondo: e meno male che non tocca a me…”. La mancanza di dignità a cui questi padri di famiglia egoisti si sottopongono è la parte peggiore della storia.
GLI AUTOCTONI
Sono commercianti, impiegati, spesso anziani pensionati che nella vecchia industria norcina hanno lavorato duramente e guadagnato onorevolmente. Quando i cortei dei nuovi schiavi del prosciutto passano in centro, li guardano, dalle soglie dei bar e dei negozi e scuotono la testa; pensano che questi nuovi arrivati abbiano poca voglia di lavorare, accampino troppe pretese, reclamino troppi diritti. Intanto gli affittano a caro prezzo stamberghe umide in centro, o vecchie masserie in campagna – perché del facchino “non si butta via niente”, si deve spremerlo in fabbrica e fuori, con metodo e scrupolo.
I POLITICI
Pallide figure che cominciano ad affacciarsi ai cancelli degli stabilimenti in lotta, in vista delle prossime elezioni. Sanno di non contare più niente – dichiarazioni di intenti, tavoli, protocolli – , un vecchio mondo caduto in disuso. Esprimono la pochezza caotica dei tempi: un esponente può esprimere “preoccupazione per i licenziamenti” e un altro può tuonare contro le “illegalità dei picchetti”, magari stando nello stesso partito. I facchini ghanesi o filippini, li guardano con perplessa ironia.
LE ROTATORIE
Sono l’elemento più innocente della zona, non fanno male a nessuno, non possono neanche tanto peggiorare la tragica bruttezza dei luoghi. Chissà com’erano le campagne, qui, un po’ di decenni fa, si fa fatica anche a immaginarlo. Dopo aver infilato capannoni grigi dappertutto, negli anni scorsi, oggi prevale la passione per le rotatorie di ogni ordine e grado. Danno al forestiero l’idea di un moto perpetuo in cui non ci si muove mai davvero. Non servono a niente. Sono buone solo per farci dei blocchi stradali.
GLI SCHIAVI RIOTTOSI
E poi c’è finalmente la contropastorale, il coro stonato e furente di Ahmed, Tashi, Antonu, Chen, Salvatore, Frank e molti altri pirati del prosciutto che, coltello in mezzo ai denti, si stanno lanciando contro le vestigia scassate del modello emiliano. Si ribellano perché non hanno altra scelta. Sono le vittime sacrificali del futuro luminoso che ci attende, i neo-schiavi dell’economia servile 4.0. Perché non c’è sviluppo o rivoluzione produttiva senza un esercito di servi pronti a tutto (è per quello che i ricchi, di solito, sono genuini no border e sostenitori dell’Open Society). Ma questi ragazzotti hanno la testa dura, non sono venuti fin qui per immolarsi sull’altare del Made in Italy, se ne fottono del Gran Biscotto, dei sofficini e del polpettone italiano. Hanno già dato abbastanza. Nel centesimo anniversario dell’Ottobre, stanno imparando a volgere le loro baionette da disossatori verso i generali. In questo momento sono loro l’unica vera eccellenza che esprime il territorio.

martedì 14 novembre 2017

Migliaia di ettari di terreni a uso civico in mano a società immobiliari - Stefano Deliperi

L’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico onlus, nell’ambito della propria campagna per la tutela delle terre collettive, ha inoltrato (31 ottobre 2017) una nuova specifica istanza ad alcuni Comuni della Sardegnache vedono migliaia di ettari di terreni a uso civico occupati illegittimamenteda Privati e da Società immobiliari per l’adozione delle necessarie azioni di recupero ai rispettivi demani civici (art. 22 della legge regionale n. 12/1994 e s.m.i.) e di razionalizzazione delle terre collettive (artt. 36-41 della legge regionale n. 11/2017).
I Comuni interessati sono San Vero Milis, Narbolia, Cabras, Lotzorai, Alà dei Sardi, Porto Torres, Dolianova, Carloforte, Barumini e Posada. Coinvolta anche la Regione autonoma della Sardegna (Presidenza, Assessorato dell’agricoltura, Agenzia Argea Sardegna, Direzione generale Pianificazione territoriale e vigilanza edilizia) e le strutture del Ministero per i beni e attività culturali (Ministro, Direzione generale Paesaggio, Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari e di Sassari) per l’esercizio dei poteri sostitutivi in caso di inerzia comunale e per l’abusivismo edilizio presente nelle terre collettive, informate per gli accertamenti e i provvedimenti di competenza la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, la Procura regionale della Corte dei conti per la Sardegna e il Commissariato per gli Usi Civici per la Sardegna.
Attraverso un’analisi dei dati pubblici dell’Inventario generale delle Terre civiche, è stato possibile verificare un’ampia casistica di terreni appartenenti ai rispettivi demani civici, ma occupati senza alcun titolo da Privati. In Sardegna sono stati accertati demani civici in ben 236 Comuni sui 377, in altri 120 il provvedimento di accertamento è pronto, ma non è stato promulgato (in 21 Comuni non sono stati riscontrati diritti di uso civico), complessivamente 4-500 mila ettari. Naturalmente anche in tanti altri Comuni sardi si riscontrano analoghe situazioni, da Orosei a San Gavino Monreale, da Portoscuso a Baunei, ma da qualche parte bisogna pur iniziare. Fra i casi più rilevanti vi sono gli oltre 530 ettari di dune boscate di Is Arenas, fra San Vero Milis (la gran parte) e Narbolia, ora intestati alle società immobiliari del Gruppo Is Arenas e ad altre società turistico-edilizie (Villaggio Pineta s.p.a., Sviluppo e Produzione s.p.a.), 55 ettari di bosco e macchia mediterranea di Bricco Nasca, a Carloforte, le decine di lotti nella località costiera di Tancau, a Lotzorai, i circa 150 mila metri quadri intestati alla società estrattiva Industriale Monte Rosè a Porto Torres.
Singolare quanto accaduto sulla costa di Posada: oltre 550 mila metri quadriintestati a una società immobiliare (la Lagare s.p.a.di Como) a Monte Orvile, vennero con autorizzazione regionale con atto del 26 marzo 1964 rogato presso la Prefettura di Nuoro, e poi vennero recentemente (2013) ricomprati dal Comune, dopo varie vicissitudini e rischi speculativi, pur non rientrando nel demanio civico. Sempre a Posada, tanti piccoli lotti risultano occupati da Privati sulla costa di San Giovanni – Sos Palones. E ancora: decine e decine di ettari di pascoli e bosco a uso civico intestati a Privati ad Alà dei Sardi(centinaia di ettari di boschi a uso civico sono stati venduti all’allora Azienda Foreste Demaniali della Regione Sardegna) e ben 12.382.732 metri quadri ceduti in diritto di superficie dal Comune per la realizzazione della centrale eolica della Geopower s.r.l. – Falck Renewables. L’operazione è stata legittimamente autorizzata? I diritti di uso civico dei residenti sono stati tutelati?
Sulle colline e i monti (loc. PillonadorisMonti MannuPadentinoSa Mitza e s’Iixi e altre) di Dolianova risultano parecchi ettari di terreni a uso civico intestati a Privati senza alcuna spiegazione, mentre nel Sinis di Cabras non si contano i terreni appartenenti al demanio civico con intestazione a Privati: da Is Aruttas a Mari Ermi, da Mistras San Giovanni di Sinis, da Funtana Meiga S’Acqua Mala, ad Acqua Durci – Sa Concullia Ogai. Analoga situazione a Mandriola e Su Pallosu, in territorio comunale di San Vero Milis, dove a partire dagli anni ’60 del secolo scorso sono stati alienati illegittimamente a Privati numerosi lotti di terreno ormai edificati sul litorale. Svariati ettari di terreno agricolo appartenenti al demanio civico di Barumini (ma in territorio comunale di Las Plassas) risultano anch’essi intestati a Privati.
Finora non si ha notizia di alcuna attività comunale o regionale finalizzata al recupero dei terreni a uso civico occupati senza titolo da Privati. Chi ci guadagna? Riscontri elettorali, imprese industriali, piccoli e grandi abusi (forse anche di qualche amministratore pubblico), grandi imprese immobiliari. Chi ci perde? Le tante collettività locali sparse in tutta la Sardegna (in tre quarti dei Comuni sono presenti terre a uso civico), a cui vengono sottratti coste, pascoli, boschi senza nulla in cambio. Tutti noi per quanto concerne il valore ambientale dei demani civici. La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari ha aperto in proposito un procedimento penale, esteso anche alla denunciata mancata promulgazione di più di 120 provvedimenti di accertamento di altrettanti demani civici che dormono nei cassetti regionali da 5 anni.
Tuttavia, la recente legge regionale Sardegna n. 11/2017 (artt. 36-41) consente una razionalizzazione e un ritorno alla legalità in tema di usi civici. In proposito, il Gruppo d’Intervento Giuridico onlus ha espresso forte soddisfazione, in quanto sono state sostanzialmente accolti i contenuti della propria Proposta di legge regionale “Trasferimento dei diritti di uso civico e sdemanializzazione di aree compromesse appartenenti ai demani civici. La recente legge regionale prevede interventi esclusivamente finalizzati a ripristino e bonifiche ambientali nei demani civici in assenza di titolo per l’occupazione dei terreni (art. 36), come in varie aree minerarie del Sulcis, viene introdotta la valutazione paesaggistica congiunta con il Ministero per i beni e attività culturali attraverso l’istituto della copianificazione nei casi di permuta e alienazione di terreni a uso civico (art. 37), viene resa permanente la possibilità del trasferimento dei diritti di uso civico in caso di reali benefici per la collettività locale titolare dei diritti (art. 38).
Inoltre, finalmente, l’ipotesi di sdemanializzazione di terreni a uso civico che abbiano perso irreversibilmente le loro caratteristiche morfologiche viene vincolata al trasferimento dei diritti di uso civico in terreni di valore ambientalemessi a disposizione da parte del Comune interessato e dalla Regione (art. 39), così da non impoverire ambiente e patrimonio delle comunità locali nei casi di trasformazioni irreversibili di terreni a uso civico. In questo modo si viene anche incontro ai tanti cittadini che hanno incolpevolmente acquistato dai Comuni e realizzato la propria casa su terreni a uso civico venduti illegittimamente. Anche nei casi di sdemanializzazione e trasferimento dei diritti di uso civico la valutazione congiunta del valore paesaggistico è attuata attraverso l’istituto della copianificazione, mentre vengono previste procedure per la regolarizzazione degli atti di alienazione eventualmente intervenuti.
Un primo importantissimo passo verso la legalità e la corretta gestione di diritti collettivi e di un patrimonio che interessa 4-500 mila ettari di coste, boschi, pascoli, terreni agricoli e quasi tutti i territori comunali dell’Isola. Regione autonoma della Sardegna e Comuni devono finalmente fare la loro parte fino in fondo per garantire diritti collettivi dei cittadini e la salvaguardia ambientale di circa un quinto dell’Isola.



lunedì 13 novembre 2017

Gli sporchi segreti della carne vegetale - Silvia Ribeiro


L’industria della carne è un grave problema per la salute, l’ambiente e per gli animali che sono costretti a vivere tutta la loro vita in condizioni deplorevoli. Per tutte queste ragioni, sempre più persone scelgono di mangiare meno carne o di abbandonare totalmente il suo consumo. Davanti a questa domanda, l’industria dei sostituti vegetali della carne cresce molto rapidamente, ma sono davvero migliori?
Ad esempio, il cosiddetto hamburger impossibile (Impossible Burger) dell’impresa high-tech Impossible Foods, nella quale molti operatori provengono dall’industria biochimica e informatica più che da quella alimentare, è uno dei prodotti di questo fiorente mercato. Lo presentano come completamente vegetale, ma con una salsa segreta che lo fa sanguinare e con un sapore e un colore molto simili a quelli della carne.
L’ingrediente che gli dà questo effetto, la leghemoglobina (abbreviata in inglese SLH o semplicemente heme), è in questo caso un prodotto derivato dall’ingegneria genetica che non è stato approvato come sicuro per la salute umana dall’Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali degli Stati Uniti(FDA nel suo acronimo inglese): malgrado ciò, dal 2016 l’azienda lo ha messo sul mercato.
La questione è venuta alla luce per un articolo del New York Times dell’8 agosto 2017, a partire dal quale le organizzazioni Amigos de la Tierra e Grupo ETC hanno ottenuto, mediante la legge di accesso all’informazione, i documenti che l’impresa ha presentato alla FDA, nel tentativo di ottenere la sua approvazione (tinyurl.com).
Secondo quanto ha spiegato Jim Thomas, del Grupo ETC, la FDA ha detto a Impossible Foods che il suo hamburger non raggiunge gli standard di innocuità, e l’impresa ha ammesso di non conoscere tutti i suoi ingredienti. Anche così, lo ha venduto a migliaia di incauti consumatoriL’azienda dovrebbe ritirare dal mercato i suoi hamburger fino a quando la FDA non stabilisce la sicurezza del prodotto e dovrebbe porgere le sue scuse a coloro che sono stati messi a rischio.
La leghemoglobina usata per questo hamburger, è una proteina creata in laboratorio che ne imita una presente nella radice delle piante di soia, ma viene prodotta, all’interno di serbatoi, da microbi alterati mediante la biologia sintetica. Nei documenti presentati dall’azienda alla FDA, l’agenzia ha avvertito che secondo i dati forniti, l’heme, ingrediente chiave dell’hamburger, non rispetta gli standard per lo status di sicurezza generalmente riconosciuti (GRAS, nel suo acronimo in inglese). L’impresa ha ammesso che nel processo di ingegneria genetica per l’heme, si erano generate 46 proteine supplementari inaspettate, nessuna delle quali era stata valutata nel dossier presentato alla FDA. Per evitare che la FDA respingesse la richiesta, l’impresa l’ha volontariamente ritirata, assicurando che avrebbe realizzato nuovi test, che attualmente assicura di aver realizzato con successo – in esperimenti di alimentazione con topi da laboratorio- ma, malgrado questo, lo studio non è pubblico. Anche se l’azienda sostiene che la proteina contenuta nella soia è stata consumata per molto tempo e non sono noti effetti avversi, la versione costruita mediante biologia sintetica, così come le proteine supplementari inaspettate, sono sconosciute e hanno un potenziale allergenico e altri sconosciuti.
Il caso di questo hamburger vegetale sanguinante è significativo dello sviluppo in questo settore. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di alternative sostenibili, ma in molti casi sono sostituti con ingredienti che sono stati secreti, in vasche di fermentazione, da microbi o lieviti alterati geneticamente mediante la biologia sintetica: un settore scarsamente o per nulla regolamentato, nel quale non esistono neanche norme di biosicurezza adeguate a questo processo industriale nuovo e per nulla naturale. Altri esempi dello stesso tipo sono i sostituti che imitano il latte vaccino prodotti dall’azienda Perfect Day o gli albumi di Clara Foods, entrambi prodotti con biologia sintetica.
Sono aziende che cercano di approfittare commercialmente delle lacune normative e della critica e della sensibilità di sempre più persone davanti alla produzione industriale di carne e alla crudeltà degli allevamenti, ma senza spiegare che il processo di produzione si basa su tecnologie rischiose, sia in questi che in altri casi, come quelli che producono carne in laboratorio, un’altra avventura di alta tecnologia che implica rischi sulla salute che non sono stati valutati.
Il motore di questo settore industriale è che il mercato dei sostituti dei prodotti animali è enorme e in rapida crescita: il fondatore della Impossible Foods stima che, in pochi anni, sarà di miliardi di dollari. Sicuramente è anche il motivo per cui Impossible Foods ha ottenuto investimenti per 200 milioni di dollari da parte di Bill Gates, Khosla Ventures e anche dal miliardario di Hong Kong, Li Ka-Shing, ai quali questo mese si sono aggiunti ulteriori 75 milioni di dollari dal fondo di investimento sovrano di Singapore (NYT).
La messa in discussione dell’allevamento industriale degli animali è completamente giustificata per una vasta gamma di ragioni, ma non abbiamo bisogno di cambiarlo per un’altra industria nociva e rischiosa. La produzione contadina, agro-ecologica, di pastori e pescatori artigianali, ci offre abbondanti alternative reali, sane e provate.
(Pubblicato sul blog di Silvia Ribeiro, direttrice del Gruppo ETC per l’America Latina, con il titolo Secretos sucios de la carne vegetal e qui con la sua autorizzazione. Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo)