venerdì 23 febbraio 2018

Crimini di pace esportati nel Sahel - Mauro Armanino

Si contano a centinaia le morti chiamate ‘bianche’ solo perché non sono rivendicate. Fanno vergogna a chi le pedina e conta. Eppure si tratta di crimini di pace, come aveva affermato Franco Basaglia nell’omonimo libro che denunciava la pazzia da esclusione. I crimini di pace sono il frutto del sistema violento e perverso che li produce e li esporta. Nel Sahel ne sappiamo qualcosa, grazie alle nostre frontiere coloniali. Il problema è che non sembrano neppure crimini ma opere di bene umanitario. La sola differenza coi crimini di guerra è perchè questi ultimi occupano lo spazio mediatico che li fa esistere agli occhi. I crimini di pace mettono insieme misure di contenimento, progetti di sviluppo e reti metalliche spinate quando occorre.
Alla radice di questi crimini si trova l’invisibilità che sola può garantire la riuscita dell’operazione. La prima di queste si trova nel grembo materno che dell’assoluta povertà è il simbolo più eloquente. L’attentato originario si riproduce poi in molte altre forme. Chi non ha modo di difendersi, nel sistema neoliberale che solo valuta le merci, sarà un oggetto tra gli altri, a volte vendibile come gli uteri. E’ in tempo di pace che questo occorre e si insinua poi, come un virus, negli altri organi della democrazia selettiva. I non nati non hanno chi li rappresenti e non ci si accorge che sono loro i primi stranieri senza visto di soggiorno. Non si vogliono vedere e quando questo occorre è troppo tardi per tutti. Il loro grido diventa un legame spezzato.
I crimini di pace hanno come mano d’opera la parola. Nessuna di queste è innocente o neutrale. Ogni parola e ogni verbo sono una vita che nasce o che si tradisce. La menzogna ne è l’espressione più eloquente. Chi sulle parole ha il potere è come l’ultimo dio in ordine di apparizione negli spettacoli. Le guerre sono azioni nobili, le armi necessarie a prevenirle, l’economia di accumulazione è quanto di più naturale ci sia, le migrazioni un’invasione e il migrante un potenziale terrorista di cui l’illegalità non è che il primo passo, le elezioni un mercato ambulante di promesse, il colonialismo porta civiltà e le frontiere sono divinamente rivelate per il consolidamento delle identità nazionali. I crimini di pace sono effetti collaterali.
Sono ospiti a Niamey in attesa di trovare un paese e raccontano di essere stati detenuti per anni in Libia. A migliaia sotto un hangar con un pasto al giorno da consumare in fretta d’un pezzo. Per usufruire dell’acqua la coda era interminabile e lo stesso per le latrine. Lager nella sponda mediterranea custodita dal Mare Nostro, con aguzzini nelle due sponde, gli uni per fare ciò per cui gli altri pagano. I crimini di pace sono possibili perché si appaltano a chi accetta di perpetrarli. In questo mondo di ladri la mano d’opera non manca. Chi con la camicia e i polsini e chi con la mimetica, il prodotto finale è lo stesso. Si tratta di crimini di pace garantiti da accordi internazionali firmati e poi ratificati dall’ipocrisia sovrana dei potenti.
Per Basaglia i crimini di pace, per essere dichiarati tali, devono possedere base empirica. Derivano dall’impianto istituzionale così com’è andato formandosi con le scelte politiche. Muoiono di sete nel deserto, sono rinsecchiti dal vento, sepolti nella sabbia del mare, scompaiono con la carestia annunciata nel Niger meta di pellegrinaggi delle missioni militari. Almeno 800 mila persone a rischio, calcola l’UNICEF, che si occupa di sé e dei bambini quando capita. L’insicurezza di cibo è un crimine di pace mentre i politici si mettono a commerciare la polvere del Niger sperando diventi oro quanto prima sul mercato. E’ di queste ore la notizia della scoperta di nuovi possibili giacimenti di idrocarburi nel deserto del Niger. Si sa, i crimini di pace prosperano sempre nel sottosuolo.
Niamey, febbraio 018

mercoledì 21 febbraio 2018

È morto Capitàn

Se avete un cane già lo sapete.
Purtroppo le persone passano. I cani invece restano.
Non vuole essere una frase cinica, al contrario. È la verità.
Colui che per primo disse che “il cane è il migliore amico dell’uomo” ci aveva visto giusto. Non a caso non ha detto che “l’uomo è il miglior amico dell’uomo”.
Gli animali, una volta che ci hanno scelti, non ci lasciano più. Il cane promette fedeltà a vita e non cambia idea, mai. Questa è la ragione per cui un cane abbandonato continuerà comunque, nonostante tutto, a cercare colui che l’ha lasciato ai margini della strada.
I cani vedono in noi una bellezza che spesso noi stessi fatichiamo a vedere.
La storia che vi raccontiamo ha fatto il giro del mondo.
Si svolge nel cimitero di Villa Carlos Paz, nella provincia di Còrdoba. Ma non è una storia che parla di morte, anzi. È una storia di amore e di fedeltà suprema.
È la storia di Capitàn, un cane che per oltre 10 anni non si è voluto allontanare dalla tomba del padrone.
Capitàn, incrocio di pastore tedesco, è morto lì, a, di fianco alle spoglie che aveva vegliato per tutti quegli anni.
Capitàn è stato subito definito l’“Hachiko dell'Argentina” perché la sua storia è molto simile a quella dell’Akita bianco giapponese, reso celebre anche dal film con Richard Gere, Hachiko, che ha commosso milioni di persone.
Capitàn fu trovato nel 2005 da Miguel Guzmàn che voleva regalarlo al figlio Damiàn. Purtroppo Miguel morì l’anno dopo e Capitàn scomparve misteriosamente. La moglie di Miguel e il figlio Damiàn erano convinti che fosse morto finché lo ritrovarono all’improvviso.
Durante una visita al cimitero si accorsero che Capitàn era rimasto a vegliare la tomba del suo amato padrone.
La vedova ha raccontato:
«Damiàn iniziò a urlare e il cane si avvicinò a noi, abbaiando come se stesse piangendo».
Fallito ogni tentativo di riportarlo a casa. Il cane non ne voleva sapere di muoversi.
E per oltre dieci anni è rimasto lì, giorno dopo giorno, a vegliare il suo amico umano.
Il cane trascorreva la giornata gironzolando per il cimitero ma la sera tornava sempre a dormire sulla tomba del suo padrone.
La donna che lo ha sfamato per tutti questi anni al cimitero ha dichiarato:
«Gli mancava soltanto la parola, era dolcissimo».
La speranza è che ora che non c’è più Capitàn possa essere sepolto vicino al suo amico Miguel che non ha mai abbandonato per tutti questi anni.
Gli mancava la parola, certo.
Ma i cani sono la prova inconfutabile che il più delle volte le parole non servono poi molto.
Capitàn, con la sua dolcezza, ha mostrato davvero che cosa significhi amare.


lunedì 19 febbraio 2018

La Francia dice addio al Nasan - Francesco Gesualdi

La Francia getta la maschera, denuncia la pseudo cooperazione e se ne va. Il gran rifiuto, come lo avrebbe definito Dante, è avvenuto l’8 febbraio, un’insolita scelta a fianco dei piccoli contadini africani che le multinazionali dell’agrobusiness forse non perdoneranno mai a Macron. Il programma da cui la Francia ha deciso di ritirarsi si chiama “Nuova Alleanza per la sicurezza alimentare e nutrizionale” (in sigla Nasan), un’iniziativa decisa nel corso del G8 che si tenne nel 2012 a Camp David. Al pari del titolo, dal forte richiamo biblico, anche le finalità hanno un vago sapore messianico: in dieci anni liberare dalla povertà e dalla fame 50 milioni di africani attraverso una collaborazione fra governi africani, governi dei paesi ricchi e imprese private.
Ma ad una verifica di metà periodo, si scopre che il progetto è servito a creare dei paradisi fiscali agricoli, come li ha definiti l’organizzazione francese Action contre la faim: occasioni di guadagno per le grandi imprese dell’agroindustria, non di liberazione dei piccoli contadini le cui condizioni sono addirittura peggiorate. In effetti il progetto nasce dalla vecchia convinzione che per risolvere fame e povertà basta aumentare la produzione. Per cui l’unica cosa da fare è facilitare gli investimenti da parte di chi i soldi ce li ha, ossia le grandi imprese nazionali e transnazionali. Da qui la Nuova alleanza che ai governi locali chiede di mettere a disposizione terre e un contesto legislativo favorevole alle imprese, ai governi del Nord di mettere qualche soldo per la costruzione di qualche infrastruttura a titolo di cooperazione, alle imprese private di metterci gli investimenti e guadagnarci.

Le imprese che hanno aderito al progetto sono un centinaio, per investimenti complessivi dichiarati attorno ai 5 miliardi di dollari, in sei paesi: Ghana, Etiopia, Tanzania, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Mozambico. Il progetto non prevede la trasparenza fra i propri principi, ma dalle informazioni trapelate si apprende che due multinazionali coprono da sole due quinti dell’importo: Syngenta, azienda di sementi, filiale svizzera della cinese ChemChina, con 500 milioni di investimenti  e Yara, multinazionale di fertilizzanti che batte bandiera norvegese, con 1,5 miliardi di investimenti. Neanche Cargill, multinazionale agro-commerciale statunitense, se la cava male con 525 milioni di investimenti, per poi trovare più giù in graduatoria altre famose multinazionali come Mars, Monsanto, Louis Dreyfus.
Dal che si capisce che il risultato finale della Nuova alleanza sarà un rafforzamento dei prodotti agricoli destinati all’esportazione (cacao, caffè, olio di palma) e un ulteriore spinta ai contadini africani affinché si gettino definitivamente fra le braccia dell’agricoltura industriale basata sulle sementi selezionate, fertilizzanti e pesticidi. Insomma tutto il contrario dell’idea di sovranità alimentare che ha come obiettivo la produzione per i bisogni locali e come strategia produttiva l’autoproduzione delle sementi e l’agricoltura biologica, due modi per rispettare la natura ed impedire che i contadini finiscano nella trappola dei debiti.

Già nel 2016 il Parlamento Europeo avevo chiesto all’Unione Europea di togliere il proprio sostegno al Nasan. In particolare richiamava “il pericolo di replicare in Africa lo stesso modello di rivoluzione verde attuata in Asia negli anni sessanta, senza tenere conto dei suoi impatti sociali e ambientali”. Il governo francese, che partecipava alla Nuova alleanza come partner del Burkina Faso, non ha dato una motivazione ufficiale del suo ritiro dal Nasan, ma un funzionario governativo ha dichiarato a Le Monde che «l’approccio del progetto è troppo ideologico ed esiste un vero rischio di accaparramento di terre a detrimento dei piccoli contadini». I quali confermano: «A noi che produciamo per il mercato locale, la Nuova alleanza non elargisce nessun vantaggio fiscale, mentre alle imprese che producono per l’esportazione garantisce terre e ogni altro genere di facilitazione. Dov’è l’interesse per la sicurezza alimentare del nostro paese? I piccoli contadini che assicurano il 40 per cento del consumo interno di riso hanno mostrato di saper produrre, pur ricorrendo ai metodi di produzione tradizionale. Ciò nonostante il Nasan si prefigge di “modernizzare 30 mila ettari di terreni e di assegnarne 5 mila ai villaggi”.Il che significa farci passare da un’agricoltura di tipo pluviale a un’agricoltura basata sull’irrigazione artificiale. Ma la pioggia la dà la natura gratuitamente, l’acqua del sottosuolo, invece, sarà disponibile solo per chi ha soldi perché richiede macchinari ed energia. In conclusione i contadini più deboli si impoveriranno ulteriormente e la nostra sicurezza alimentare sarà sempre più a rischio». Preoccupazioni evidentemente fatte proprie dal governo francese considerato che l’uscita dal Nasan è stata giustificata dal fatto che «la Francia preferisce dare il proprio sostegno all’agricoltura familiare attraverso un’intensificazione dell’agro-ecologia». Parole su cui meditare, specie oggi che si parla tanto di aiutarli a casa loro.

domenica 18 febbraio 2018

Siamo tutti stranieri residenti - Lorenzo Guadagnucci


La cosiddetta emergenza migratoria sta facendo colare a picco le democrazie europee, che stanno rinnegando i propri valori fondamentali, ossia la dottrina dei diritti umani e il principio di uguaglianza, per l’obiettivo dichiarato di proteggere i propri cittadini, tutto sommato benestanti, da una presunta minaccia – fisica, economica, di valori – in arrivo dall’esterno.
Il potenziale immigrato è il nuovo barbaro e viene sistematicamente destituito della propria dignità di persona. Si agita lo spauracchio della sicurezza esasperando diffidenze istintive e poco ragionate col progetto di istituire il “governo della paura”:  è questo il nuovo carburante dell’azione politica, miserabile sostituto delle correnti culturali e ideologiche di un tempo. È un progetto rovinoso e contraddittorio, se pensiamo che un’Europa senza gli immigrati presenti e futuri andrebbe incontro a un inesorabile tracollo demografico e quindi economico, oltre che culturale.
È un ragionamento, quello appena esposto, escluso dal ragionamento politico corrente: viene di solito bollato come ideologico, oppure buonista, o magari ingenuo; la tesi corrente è che siamo di fronte a un’invasione epocale, che occorre “governare” i flussi e che l’obiettivo dev’essere la limitazione degli ingressi e il rafforzamento delle frontiere, costi quel che costi (c’è anche ci si produce in acrobatici cortocircuiti sostenendo che proprio il blocco delle migrazioni salvaguarda le democrazie, che altrimenti finirebbero sgretolate dal rancore sociale e dall’odio razziale…).
Donatella Di Cesare, in un bellissimo intervento su Radio 3, ha sviluppato su questo tema una visione filosofico-politica molto originale, nella quale mette a fuoco le origini dell’attuale guerra che lo stato nazionale sta conducendo contro i migranti, in nome di un’idea di cittadinanza che postula un sorta di diritto di proprietà sul territorio spettante ai nativi. Per difendere questa equivoca idea di cittadinanza lo stato è disposto a sacrificare i diritti umani, abiurando così i propri valori fondamentali.
Eppure le migrazioni non sono certo una novità nella storia dell’umanità e della stessa società occidentale: il punto è allora tutto politico. Donatella Di Cesare afferma che la globalizzazione ha portato in primo piano il cuore di un diverso concetto di cittadinanza, nel quale non esiste una relazione di proprietà fra nativi e territorio: siamo invece tutti “stranieri residenti”, a vario titolo ospiti del luogo nel quale si vive e si opera, senza alcun diritto proprietario. Questa visione è oggi negata da chi ha interesse a mantenere lo status quo, costi quel che costi, anche una guerra ai migranti e ai diritti umani, una guerra che sta mettendo a repentaglio la stessa possibilità di una convivenza democratica su basi di uguaglianza.
Perciò Di Cesare conclude sostenendo che il diritto di migrare è la prospettiva dei nostri tempi e del nostro futuro, in una battaglia culturale e politica simile– dice – a quella combattuta contro la schiavitù.

domenica 11 febbraio 2018

Due anni fa moriva Jonah Lomu - Fiorenzo Caterini

Per quanto mi sforzi di ricordare, non riesco a trovare nessun atleta, nella storia dello sport, che abbia avuto la potenza pura di Jonah Lomu. L’unico che forse poteva avvicinarlo è il pugile George Foreman. Nessun altro mi viene in mente. (Anzi, mi torna in mente un tale Ben Johnson, velocista squalificato per doping, dotato di una potenza mostruosa, ma frutto più della chimica che del talento).
Nessuno del peso di 118 chili e dell’altezza di 1 metro e 96 era in grado di correre i 100 metri in 10 secondi e 8 decimi, tempo preso quanto Lomu era ancora ragazzino. Un mostro.
Lomu giocava per la nazionale neozelandese. Veniva dai bassifondi di Auckland, figlio di genitori Tongani. Non era di etnia maori, quelli della famosa danza Haka, ma era pur sempre uno di quei “aborigeni” che nell’emisfero australe solo il Rugby poteva riscattare.
Palla alla mano Lomu ha fatto la leggenda del Rugby. Durante la Coppa del mondo del 1995, fece una meta travolgendo uno dietro l’altro tre dei più forti giocatori della nazionale inglese. Contro la Francia si trovò, ai mondiali di Rugby del 1999, circondato di sei avversari. Bucò quella muraglia di bestioni come se niente fosse.
E’ come se attorno alla sua figura si formasse un alone di invincibilità. Improvvisamente, dal mucchio, spuntava lui alla velocità di un treno in corsa. Afferrava la palla vagante ad una velocità che ti faceva dubitare che fosse davvero destinata a lui. Oppure i suo validi compagni sapevano che lì, in quel punto, nessun altro poteva afferrarla.
Sbucava lui ad una velocità pazzesca, dunque, e la controffensiva veniva subito annichilita da quella sola forza e potenza, qualche finta, qualche manata per tenere distanti gli avversari che, come mosche in nugolo, gli si formavano attorno. Il resto lo facevano la velocità e la forza. Chi gli stava dietro, non poteva raggiungerlo, chi gli stava davanti, veniva travolto.
Era come se fosse invincibile. Per tornare ai paragoni, solo Eddy Merckx, o Carlos Monzon, o, per certi versi, Pietro Mennea, hanno fornito alla storia dello sport la stessa sensazione di prepotenza, di invincibilità, di voglia di vincere. Una forza oscura, misteriosa, sembrava animarlo, palla alla mano.
Per i puristi dello sport, per gli esteti del gesto atletico, era una meraviglia da ammirare. La corsa era quella di un centrometrista naturale, con la spinta completa e le ginocchia tenute alte. Impressionava poi la facilità con cui l’atleta fintava e scartava lateralmente, a quella velocità.
In soli due campionati del mondo Lomu stabilì il record dei punti ottenuti tramite le mete. Purtroppo la sua carriera, di fatto, si è interrotta a soli 25 anni, con la terribile diagnosi della nefropatia.
E’ come se madre natura avesse concentrato tutta la potenze mostruosa in un solo corpo, ma con una breve scadenza. Per solo 5 anni, Lomu, mostrò al mondo il suo impareggiabile talento.
Tutto quel concentrato di forza esplosiva risiedeva in una macchina imperfetta, difettosa, affetta da questa malattia, la sindrome nefropatica, che distrugge anima e corpo con inesorabile e logorante lentezza.
Il gigantesco rugbista iniziò così il suo calvario, fino al primo trapianto del rene, avvenuto nel 2007. Tuttavia, le dialisi e il trapianto non gli impedirono di giocare fino al 2010, anche se in squadre minori, persino dilettantistiche. Il rugby era la sua vita.
Dammi il tempo, malattia, per vedere crescere i miei figli, diceva con tutto l’ottimismo possibile. Anche dopo il rigetto del trapianto, avvenuto nel 2011.
L’immagine che mi viene in mente, ora, in associazione mentale e involontaria, è quella in bianco e nero di un letto di ospedale, dove annaspa moribondo un uomo, magro e ossuto, con il volto caratterizzato dalle inconfondibili guance scavate e il naso sottile e aquilino. Forse il più grande ciclista di tutti i tempi, Fausto Coppi, morto a 40 anni per una malaria contratta durante una gara in Africa. Certamente è quel numero tondo, 40, che mi porta ad associare queste due figure dello sport, unite dalla leggenda, dal mito, e da una morte così ingiusta.
Jonah Lomu muore il 18 novembre del 2015, a soli 40 anni.
da qui

giovedì 8 febbraio 2018

Un parco da 10 milioni di acri, grande quanto la Svizzera, sta prendendo forma in Cile

(di Noemi Penna)

Dieci milioni di acri, ovvero una grandezza pari alla Svizzera. Sono queste le misure colossali dell'impresa della Tompkins Conservancy: la creazione di cinque nuovi parchi nazionali in Cile e l'espansione di altri tre, frutto della più grande donazione di terra di un ente privato a un governo. Protagonista di questa  incredibile storia è Kristine McDivitt Tompkins, moglie dell'eco-milionario fondatore di The North Face, che con questa impresa ha voluto realizzare il desiderio del marito, scomparso nel 2015.  

L'annuncio era stato fatto nel marzo del 2017, ora c'è stata la prima firma, che ha dato vita ai primi due nuovi parchi cileni. Un primo passo vero la creazione di un parco tre volte più grande dello Yosemite e dello Yellowstone messi insieme. 

A nascere con questa firma sono i parchi nazionali Patagonia e Pumalin, già aperti ai viaggiatori di tutto il mondo. Un ampio territorio protetto dove perdersi nella bellezza della flora e della fauna cileni, per molte generazioni a venire. 

Con questa impresa, la Tompkins Conservancy ha calcolato un indotto di 270 milioni di dollari annui in ecoturismo, generando 40 mila posti di lavoro e arrivando a proteggere il 20% di tutta la nazione.Una visione confermata anche da National Geographic, che ha definito Douglas Tompkins l'imprenditore che ha protetto più terra rispetto a qualsiasi altro privato sino ad oggi.  

E non è finita qui, visto che otre ai terreni nella Patagonia cilena, le proprietà dei Tompkins comprendono anche un’ampia zona della Patagonia argentina che Kristine McDivitt si è detta disponibile a donare a patto che anche il governo argentino s'impegni a tutelare ecosistemi e biodiversità, preservando il territorio dai latifondisti e da tutti coloro che vogliono sfruttarlo.