sabato 20 gennaio 2018

I piedi nella sabbia, a sud della Libia - Mauro Armanino

C’è lei, la sabbia, di cui siamo creature. C’è lei, la polvere, che si rifugia nelle borse, nelle scarpe e soprattutto negli occhi di coloro che poco sanno del grande SUD. C’è lei, l’acqua salata, delle lacrime e del mare che le inghiotte come fa la notte col tramonto della civiltà che si spegne accanto al pozzo. L’ultimo, battezzato ESPOIR è controllato dai militari che spiano i punti di ristoro dei viaggiatori di sabbia. I pozzi armati sono l’ultimo ritrovato nel variegato panorama del deserto. L’acqua è detenuta perché illegale.
Ci siamo noi, sconosciuti fino a qualche mese fa, al SUD della LIBIA, e d’improvviso ricercati per interposta persona. Terra di mezzo per la ‘spartenza’ di quanti, incoscienti e pazzi e profeti, si azzardano a indossare la sabbia, la polvere e infine il mare come padrini dell’umana arroganza. Corteggiano i muri, disabitati, delle rive che si ‘sguardano’ senza vedersi. Ci sono loro, nomi, volti, storie e follie da esportare agli stolti che pensano di salvarsi senza lacrime di perdono. Hanno sepolto i loro documenti per non tornare indietro.
Ci sono le bandiere degli eserciti e delle multinazionali dell’estrazione della fecondità della terra. Strade che le carovane hanno dimenticato e quelle che i mercanti e i contrabbandieri inventano ogni notte. Si fanno prove quotidiane di occupazione coi droni armati e le piste di atterraggio per le operazioni militari. Ci sono i bambini che giocano con la vita senza contare i giorni del calendario buttato viaCi sono le elezioni truccate e confermate dagli osservatori internazionali. Ci sono i rifugiati riportati indietro dalla prigioni della Libia.
Ci sono loro, i vulnerabili scoperti dal servizio della CNN sugli schiavi africani che tanto ha scandalizzato. Come se nessuno sapesse o fosse per pura fatalità che migliaia di persone erano imprigionate e vendute e comprate dal mondo umanitario che solo quello attende. Arrivano i nostri coi viaggi di salvezza in aereo e meno male che c’è il Niger, appena sotto il Sud della Libia. Dare lavoro alle ONG e pagare gli onerosi affitti per le case adibite a spazio di transito o meglio di attesa. Tra non molto si troveranno in un altro paese.
C’è la stabilità garantita e fragile dell’assedio che il vento organizza ogni mattina. Le frontiere sono l’invenzione più spudorata della civiltà occidentale. I valli romani al confronto sono giardini recintati per passare le ferie in tranquillità. Oggi sono un grande business perché si creano, si vendono e soprattutto si difendono dai viaggiatori senza biglietto di ritorno. A sud della Libia c’è la frontiera dell’Italia e dell’Europa che conta i secoli del passato e i giorni del futuro. La civilizzazione e la demografia vanno assieme.
Ci sono coloro che viaggiano senza sapere. Messi da parte durante i controlli della polizia e della dogana. Migranti, li chiamano, o potenziali irregolari, illegali, criminali che osano sfidare il destino e dare l’assalto al cielo. Li derubano dopo averli prima perquisiti e poi detenuti in attesa di espulsione. Cose d’altro mondo e inconcepibili solo fino a qualche anno fa. Tutto si è deciso altrove coi soldi e le politiche che hanno fabbricato la clandestinità. Cittadini si diventa ma uomini e donne si nasce per diritto di abitabilità terrena.
Qui, a Sud della Libia, stiamo coi piedi per terra, anzi, nella sabbia. Vi facciamo credere di aver vinto la battaglia senza colpo ferire. Soldi, ricatti, commerci e minacce. Immaginatelo pure e venite a controllare i vostri piani di sviluppo coloniale. Avrete l’impressione che tanto, alla fine, vi ringrazieremo per le vostre elemosine umanitarie. Manderete fotografi, giornalisti e ministri per tagliare il nastro di una conquista senza vincitori. Quando meno lo aspettate torneranno tutti, gli assetati del deserto, i perduti nella polvere e i sepolti nel mare. Verranno portando in silenzio la dignità che ci avete rubata.
Niamey, gennaio 017

venerdì 12 gennaio 2018

Marco Astorri. La plastica del futuro



Una plastica biodegradabile per pulire il mare dal petrolio - Edoardo Quartale

Marco Astorri, imprenditore bolognese, è ideatore di Minerv Biorecovery, una plastica naturale e biodegradabile, presentata lo scorso giugno a Bologna in occasione del G7 Ambiente. Una nuova tecnologia potenzialmente in grado di mitigare alcuni dei danni ambientali causati dall’uomo, come lo sversamento di idrocarburi in mare. Della scoperta ne ha parlato lo stesso Astorri lo scorso 18 novembre ad Ancona, nel corso dell’evento “21 Minuti Avant-garde. Un’economia sostenibile”, organizzato dalla Fondazione Paoletti.  

“Un progetto cominciato un paio di anni fa, e come tutte le cose rivoluzionarie nato un po’ per caso” - spiega Astorri, che continua - Era il 2015 e stavamo sviluppando l’utilizzo di questo biopolimero in un altro ambito, quello della cosmesi, per cercare di sostituire le particelle di plastica presenti nei cosmetici. Abbiamo così iniziato a sviluppare delle molecole particolari di biopolimero, cercando di capire se fossero in grado di risvegliare alcuni batteri presenti in natura da sempre, soprattutto nei mari. Questi batteri, che di fatto mangiano gli idrocarburi, tra cui il petrolio, non sono tuttavia in grado di risvegliarsi così facilmente. Minerv riesce invece a riattivare questi batteri accelerando l’intero processo e a ripulire il mare dai danni da sversamento nell’arco di circa venti-trenta giorni”.  

Insomma un italiano ha reinventato la plastica, e lo ha fatto proprio nel territorio dove un altro italiano, Giulio Natta, aveva inventato la plastica per come la conosciamo oggi più di sessant’anni fa. Una plastica che non solo non è fatta di petrolio, ma che il petrolio se lo mangia. Un prodotto naturale al 100%, ottenuto a partire da scarti agricoli di realtà limitrofe all’azienda. Bio-on rappresenta infatti un esempio importante di economia circolare nel panorama italiano ed europeo.  
“Siamo partiti dalle barbabietole, per poi scoprire che si poteva fare la stessa cosa con la canna da zucchero, con gli scarti delle patate e della frutta. Scarti non più utilizzabili per l’industria alimentare che venivano dispersi nell’ambiente - spiega Astorri, che continua - Abbiamo dunque sviluppato un processo industriale completamente green, che ha visto l’abbandono della vecchia chimica pesante”. Astorri è infatti convinto che la natura rappresenti il futuro della chimica moderna: “Il fatto che dal dopoguerra l’uomo abbia fatto un uso sbagliato della chimica è un incidente di percorso. Bisogna dunque fare un passo indietro e tornare ad utilizzare gli elementi che la natura ci offre e trasformarli attraverso la chimica”.  

Un’invenzione che appena brevettata ha visto da subito un grande successo. Le aziende petrolchimiche hanno iniziato a bussare alla porta di Bio-on e solo nel 2016 sono state concesse 13 licenze.  

Su questa scoperta si aprono infatti scenari incoraggianti che vanno dalla pulizia dei porti, tra i luoghi costieri più inquinati, alla bonifica dei disastri in mare, dalla pulizia dei terreni all’eliminazione della plastica in mare, con risvolti positivi anche dal punto dell’alimentazione. Si perché oggi sappiamo che la plastica è entrata a far parte della catena alimentare e gli studi più recenti hanno fatto emergere un dato allarmante: entro il 2050 negli oceani si avrà più plastica che pesci. “‘Bio Recovery’ vuol dire proprio questo, rimediare ai disastri dell’uomo con qualcosa di naturale” conclude Astorri.  
da qui

giovedì 11 gennaio 2018

H2A. L'acquedotto in amianto - Giuliano Bugani e Daniele Marzeddu

Basta con le deroghe per la macellazione religiosa!

Il D.M. 11 giugno 1980 (pubblicato nella G.U. n. 168 del 20 giugno 1980) autorizzò una specifica deroga alla normativa di derivazione comunitaria (direttiva n. 74/577/CEE sull’obbligo di stordimento prima della macellazione e legge n. 439/1978 di recepimento) in favore della macellazione rituale islamica (halal) ed ebraica (kosher).
Il quadro normativo è stato modificato dal decreto legislativo n. 333/1998 e, soprattutto, dal regolamento (CE) n. 1099/2009 del Consiglio (art. 4, comma 4°) che consente una deroga generalizzata all’obbligo di stordimento preventivo in caso di macellazione rituale, in quanto le disposizioni “non si applicano agli animali sottoposti a particolari metodi di macellazione prescritti da riti religiosi, a condizione che la macellazione abbia luogo in un macello”.
Il dialogo con le comunità religiose islamiche ed ebraiche non ha portato, finora, a passi concreti.
Il risultato è visibile in questo video realizzato dall’associazione Animal Equality Italia.
Inutili crudeltà, spesso una punta di sadismo.
E’ ora che qualsiasi deroga sia definitivamente accantonata.  Basta.
Quanta crudeltà nel nome abusato di Dio…
Gruppo d’Intervento Giuridico onlus

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Attenzione: Video soggetto a limiti di età

mercoledì 10 gennaio 2018

La citta' di Shenzhen, Cina elettrifica tutti i suoi 16,359 autobus - Maria Rita D'Orsogna



Shenzhen, Cina
Un’altra citta ' di cui sappiamo poco.

Fa parte della provincia di Guandong, nel delta del fiume Pearl, e immediataamente a nord di Hong Kong.

Fino al 1979 aveva ... 30mila abitanti.  Poi nel 1980 viene designata come zona speciale economica -- Special Economic Zone -- proprio per la sua vicinanza con Hong Kong.

Nel 2010, trenta anni dopo popolazione ed economia esplodono -- siamo a più di 10 milioni di persone. In questo momento e' una delle città con il più alto tasso di crescita del mondo.

E adesso hanno un'altra inziativa -- elettrificare tutto il suo sistema di autobus. E non nel 2020, nel 2030 o quando sara' tempo.

Adesso, gia' fatto.

La citta' infatti ha *completato* l'elettrificazione di tutta la sua flotta di autobus pubblica: tutti i suoi 16,359 sono elettrici, come pure meta' dei suoi taxi. Entro il 2020 saranno tutti elettrici anche tutti i suoi taxi.

L'impresa ha significato non solo comprare nuovi autobus solari, ma anche di disegnare il sistema di centraline di ricarica attorno la citta' per avere un sistema ottimale di approvigionamento di energia.
E infatti hanno costruito anche 510 stazioni di ricarica e 8,000 punti specifici per gli autobus dove una singola ricarica impiega 2 ore per essere completata.  Transitano qui circa 300 autobus al giorno. 

E cosi quelli di Shenzhen evitano l'emissione di 1.35 milioni di tonnellate di CO2 ogni giorno in atmosfera, la citta' e' piu' silenziosa, e i risparmi sono evidenti.

A parte il minor inquinamento, gli autobus solari a Shenzhen usano solo un quarto dell'energia degli autobus fossili.

Perché non si può fare anche a Torino? A Roma? Ad Ascoli Piceno? A Palermo?