giovedì 24 maggio 2018

Lollove: un paese sardo si scopre perfetto per i matrimoni - Cristiana Nadotti

Ridi di gusto, amore!", l'esortazione è già nel nome del paese, Lollove ("lol" cioè laughing out loud e love), perfetto per attirare sposi in cerca di un'ambientazione rurale e unica. Proprio quella che offre il borgo a 15 chilometri da Nuoro, Nell'era di Internet, però, non bastano paesaggio, sito storico e tradizioni per garantire visibilità, così Lollove non esita a fare di quel "love" un marchio per attirare l'attenzione e proporsi come destinazione di punta per i matrimoni nel centro dell'isola.

"In effetti il nome ci viene incontro e lo vogliamo sfruttare - ammette Valeria Romagna, assessora alle politiche sociali di Nuoro - Lol-Love è già una "love destination", dove le parole amore e divertimento compongono lo stesso nome del borgo. Ma il nostro progetto è ampio e si fonda su elementi ben più solidi. La promozione di Lollove rientra nel piano strategico regionale del turismo e qui in Barbagia stiamo lavorando per un’offerta turistica che vada oltre la stagione balneare. Il settore wedding può essere una buona alternativa, perché ci permette di far conoscere le bellezze del nostro interno. Lollove è un gioiellino di per sé, che ben rappresenta la ricchezza del territorio di cui Nuoro è capoluogo".

Dietro al lancio di Lollove come borgo dell'amore c'è però anche una storia personale, quella di Francesca Floris, fotografa di 37 anni che, come molti sardi, ha cominciato a lavorare all'estero e riportato la sua esperienza a casa. "Ho iniziato a fare la fotografa matrimonialista in Irlanda - racconta Floris - e conosco la passione degli stranieri per le destinazioni autentiche. In Sardegna si celebrano molti matrimoni sulle spiagge, ma il mercato sta cambiando, soprattutto gli americani cercano ambientazioni più caratteristiche e spesso non riescono a trovarle da noi. Ecco perché sono voluta tornare a Nuoro e penso che Lollove sia perfetta".

Floris ha così organizzato, insieme al Comune di Nuoro che ha concesso soltanto il patrocinio, a un collega fotografo, Antonio Patta, e alla videomaker Chiara Mela un matrimonio di prova, per far vedere cosa offre Lollove. L'ambientazione è stata curata seguendo un'idea precisa: "Mi sono ispirata alla letteratura e al luogo - spiega la fotografa - ho creato delle immagini sperando di evocare la natura di Lollove e le opere di Grazia Deledda (il romanzo La madre è ambientato nel borgo, n.d.r. ) e a modo mio anche la tradizione. Un esempio è la gallina bianca, infatti un tempo, non troppo lontano, la mattina del matrimonio lo sposo donava una gallina bianca alla sposa. La gallina simbolo di prosperità e bianca come i capelli bianchi, quindi augurio di longevità".

Il matrimonio di prova non è servito soltanto per creare delle immagini pubblicitarie, perché Floris ha già pronta la squadra per offrire il pacchetto completo, con ristorante per il catering, wedding planner e servizi come trucco e acconciatura della sposa. Mancano, insomma, soltanto gli sposi veri, ma sia l'assessora Romagna, sia la fotografa sono ottimiste e soprattutto appassionate, come i sardi sanno essere quando parlano della loro isola. "Vorrei mostrare l'essenza vera della Sardegna - conclude Floris - perché quando frequento corsi e convegni nel Nord Europa sento che gli stranieri conoscono le spiagge sarde, ma cercano per i matrimoni destinazioni "country" e non sanno di poter trovare da noi anche quelle.

lunedì 21 maggio 2018

L’università della terra - Claudio Orrù, Irene Ragazzini





In Messico attualmente convivono nello stesso territorio situazioni sociali estremamente opposte. Da un lato troviamo l’orrore della guerra civile, una spirale di violenza che ha lasciato più di 80.000 morti negli ultimi sei anni: la mal chiamata “guerra contro il narcotraffico” del governo, che in realtà è una guerra contro la popolazione, in cui le fazioni non sono chiare e dipendono dalle relazioni di potere locale di ogni territorio. Troviamo un’emigrazione forzata verso gli Stati Uniti che distrugge il tessuto sociale; una situazione di sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, soprattutto minerarie, che avvelena e impoverisce popolazioni e territori interi. Troviamo un governo mafioso e dittatoriale che ha comprato palesemente le elezioni, facendo sì che il Pri (Partido Revolucionario Institucional) che ha governato per 70 anni fino al 2000, tornasse al potere per ridare ancora più forza alla struttura essenzialmente corrotta delle istituzioni messicane.
Tuttavia, e forse anche a causa di tutto questo orrore, il popolo messicano ha saputo reagire da molti anni a questa parte, in maniera estremamente radicale. Sul territorio messicano troviamo le esperienze di costruzione di alternative più avanzate e consolidate, tra cui non possiamo non menzionare la lotta degli zapatisti, che da alcuni anni hanno dato vita ai municipi autonomi, costruendo una forma di buon-governo basato sul servizio e sull’annullamento delle relazioni di potere, oltre a un sistema di educazione ed un sistema di salute autonomi. Oltre all’esperienza zapatista, esistono moltissime altre esperienze in molte comunità indigene e nelle città, di costruzione di autonomia dal basso, difesa del territorio e auto-organizzazione.
In questo contesto va intesa l’esperienza della Unitierra, come parte di un movimento amplio, quotidianamente impegnato nella costruzione di alternative sociali e politiche di vita, attraverso lo sforzo di “recuperare i verbi”: non più quindi esigere dall’alto che vengano coperte necessità concepite come scarse: come educazione, sanità, alloggio, alimentazione etc., ma recuperare la nostra capacità autonoma di imparare, sanare, abitare, mangiare, etc., ricostruendo il tessuto sociale e comunitario, ricostruendo il “noi” in grado di decidere e di agire autonomamente per le nostre vite. La Unitierra, in particolare, si propone di recuperare quindi la capacità autonoma di apprendere insieme .
Partendo dalla volontà di apprendere insieme, la Unitierra non vuole essere una scuola popolare né un centro o un modello di educazione alternativa, vuole piuttosto costituire una alternativa all’educazione e andare oltre l’educazione.
Questa riflessione trova molta della sua ispirazione nel pensiero di Ivan Illich, nella sua critica alle istituzioni educative e nella critica all’idea stessa di educazione. Quello che ci insegnano, prima di tutto, le istituzioni educative con il curricolo occulto, è che il sapere acquisisce valore solo se convalidato dalla loro certificazione: al di fuori da esse ciò che si sa, ciò che si impara, nella società dominante è privo di valore.
La scuola funziona come rituale d’iniziazione alla società dello sviluppoproprio quando porta ad assimilare questa logica, ovvero quando la persona è alienata dalla propria capacità di imparare, quando la nostra porta principale d’accesso alla conoscenza, non è più il mondo, ma qualcuno o qualcosa che ci da informazioni su di esso: quando l’apprendimento, da attività, diventa prodotto, ecco che una nostra relazione sociale primaria si trasforma in atto di consumo. Ma per Illich questa trasformazione non soggiace solo alle istituzioni educative tradizionali, svolgeranno la funzione di rituali d’iniziazione anche le esperienze più radicali e alternative, sino a che saranno fondate sullo stesso mito, quello dell’educazione e della sua affermazione implicita: che l’uomo nasca incompetente per la società, e che solo il passaggio attraverso un ventre istituzionale lo possa rendere pronto ad essa, che solo attraverso un processo di naturalizzazione al mondo si possa imparare ciò che è importante per poter vivere.
Solo attraverso l’educazione, il sapere può essere concepito come un bene scarso, come un prodotto che deve essere confezionato e successivamente assegnato, dallo stato o dal mercato, che di conseguenza non può che essere richiesto. La rottura della dipendenza e della scarsità, si riflette come già menzionato attraverso la riappropriazione del linguaggio: se al posto di chiedere educazione, affermiamo di voler apprendere, ciò che cerchiamo non può esserci fornito da qualcuno o qualcosa, nessuno può imparare al posto nostro.
Alla Unitierra, riappropriarsi del sapere significa riconsiderare la sua natura: il sapere non è un oggetto da ottenere, un prodotto da consumare, un pacchetto di informazioni da processare, quanto piuttosto una relazione col mondo e con le persone. La vita reale e la conoscenza non sono due mondi separati e distanti, al contrario, apprendiamo soprattutto quando stiamo facendo ciò che abbiamo scelto di fare, quando ci caliamo nell’esperienza e nella riflessione su ciò che ci circonda e ci coinvolge direttamente, impariamo dal mondo e non acquisendo informazioni su di esso.
Alla Unitierra, riprendendo tra le nostre mani la responsabilità di apprendere, imparando dal mondo, vogliamo esercitare una libertà, invece di esigere il riconoscimento di un diritto, impariamo insieme, in gruppo attraverso le riflessioni collettive così come in laboratori pratici, apprendiamo il fare non sui libri, ma nell’esperienza e da coloro che fanno quotidianamente ciò che ci interessa imparare, approfondiamo le nostre riflessioni attraverso letture e la discussione collettiva e condivisa, in seminari, gruppi di studio, circoli. Apprendiamo, mantenendo un determinato sguardo sulla realtà: la costruzione dell’autonomia, la continua ricerca di quello che insieme, dal basso, dal nostro territorio e dal suo tessuto sociale, possiamo fare per costruire alternative allo stato attuale delle cose, impariamo anche osservando e riflettendo sulle esperienze che altre e altri, a livello locale, nazionale o internazionale mettono in pratica in maniera simile, e su ciò che al contrario sta avvenendo nella politica dell’alto, nelle istituzioni, nel mercato.
Andare oltre l’educazione significa così dar vita costantemente ad una rete, uno spazio, un’organizzazione, che sia da supporto alla comunità di apprendisti decisa ad imparare verso questa direzione, in maniera libera e gozosa1. La metafora che meglio rappresenta questa flessibilità della Unitierra è quella dell’amaca: la sua forma si adatta al corpo di chi la usa, a prescindere che si sia alti, bassi, magri o grassi, se necessario può essere facilmente smontata, ripiegata e spostata da un posto all’altro.
Se nelle istituzioni e organizzazioni classiche, fatte di obiettivi, regole e requisiti la persona deve adeguarsi ad una struttura rigida per potervici fare accesso, l’amaca-Unitierra non vuole avere una forma predeterminata, ma invece adattarsi alle esigenze della comunità che la compone: non c’è un programma precostituitoche definisca ciò che deve essere appreso o il percorso su cui camminare, si tratta piuttosto di adattare lo spazio e l’organizzazione alle esigenze di coloro che la vivono, “i suoi studenti” e a quello che decidono di fare e imparare.
Non vi sono requisiti per potervici entrare, non c’è un costo per le attività a cui si sceglie di partecipare, così come non viene richiesto alcun tipo di titolo di studio, allo stesso tempo non si assegnano diplomi, se non in maniera scherzosa, scrivendoli e stampandoli al computer di fronte alla persona che li richiedesse per ricordo.

Il Seminario “Caminos de la Autonomía”
La “colonna vertebrale” dell’Unitierra è il Seminario settimanale “Caminos de la Autonomía” (Cammini dell’Autonomia). Si tratta di uno spazio d’incontro e di riflessione su quello che sta succedendo nel mondo, in Messico e a Oaxaca, con una domanda centrale ¿Cosa possiamo fare qui ora noi? L’idea non è arrivare a soluzioni pratiche ma approfondire la riflessione e l’analisi. Per fare questo ci chiediamo sempre: cosa sta succedendo in alto (arriba), ovvero negli ambiti del potere, le istituzioni e il capitale? Come questo che sta succedendo in alto ha impatti sulla gente (in basso)? ¿Cosa sta succedendo in basso? Ovvero quali sono le reazioni e le alternative costruite dalla gente e all’interno dei movimenti sociali? Alla luce di questo, qual è il ruolo che vogliamo assumere?
Grazie a queste riflessioni, sono molte le iniziative concrete che sono state prese da diversi gruppi che partecipano al Seminario. Una delle più rilevanti in questo momento è il processo “Rigenerare le nostre comunità”.

Rigenerare le nostre comunità
Questo processo (non ci piace chiamarlo progetto, perchè non c’è un piano prestabilito che determini dove condurrà), nasce proprio cercando di dare una risposta concreta alla costante domanda posta nel seminario “il cosa possiamo fare noi, qui, ora, dal basso?”, nella ricerca da parte di un gruppo di comunità (attualmente 20) della regione circostante alla città di Oaxaca, (Valles centrales), di soluzioni ai sempre più grandi problemi che stanno affrontando: le condizioni di vita materiale in costante peggioramento, la devastazione dell’ambiente che le circonda, la crescente preoccupazione per le prospettive dei giovani (moltissimi abbandonano presto le scuole e non hanno un lavoro), la violenza dilagante con cui sempre più devono fare i conti.
Con la convinzione che un cambiamento sostanziale a tali condizioni non possa arrivare dall’alto, si cerca quindi di trovare insieme risposte che partano dal loro tessuto sociale, imparando come rigenerare le loro capacità autonome.
Si è cominciato dai problemi materiali di base, tutt’altro che marginali, individuati dai gruppi delle comunità: principalmente acqua, alimentazione, rifiuti. In base all’interesse delle famiglie, spesso nelle loro stesse case, ci si riunisce in gruppo per imparare, mettendole direttamente in pratica, alcune tecniche ecologiche realizzabili con costi nulli o per lo più molto bassi e accessibili (p.es con materiali di scarto o facilmente reperibili sul territorio locale), per trovare soluzioni alle esigenze quotidiane più immediate e allo stesso tempo alla devastazione dell’ambiente.
L’acqua è per molte comunità, un problema costante, i fiumi, che sino a 15 anni fa erano fonte di vita così come di lavoro, sono stati devastati dall’inquinamento degli scarichi fognari e di tutto quello che i centri popolati producono, i pozzi hanno sempre meno acqua o quella che hanno è sempre più spesso inquinata già dalla falda da cui attingono, l’acqua intubata per uso domestico in alcuni casi non arriva ai centri abitati o arriva in misure molto scarsa, e non è mai potabile. Nei laboratori si impara quindi a costruire strumenti come: filtri per potabilizzare l’acqua (fatti con sabbia, pietre di fiume e carbone), per smettere di comprare la costosa acqua imbottigliata; bagni secchi, che permettono di far diventare nel giro di 6 mesi concime ciò che invece si sarebbe scaricato nei fiumi, autonomizzando così dalla necessità di connessione alla rete fognaria; scaldabagni solari (fatti con il vecchio copertone di bus, un vetro che lo ricopra e 50 m di pompa per l’acqua); sistemi di raccolta delle acque piovane dai tetti e cisterne per il loro immagazzinamento; filtri vegetali per il riutilizzo delle acque saponose.
La questione dei rifiuti è un emergenza sempre più rilevante: senza contare tutto ciò che è abbandonato nella natura, smaltire la spazzatura è un pesante costo economico e anche una costante minaccia per la salute : si paga il camion dei rifiuti, sia esso privato o pubblico, ogni volta che porta via il proprio sacco di spazzatura, le discariche sono sempre più piene, vengono costruite vicino a centri abitati, e portano sempre più costantemente malattie e inquinamento dell’aria, dell’acqua e della terra. Si impara dunque come affrontare il problema su due livelli: un primo dando ai materiali di scarto nuovo valore d’uso attraverso il riciclo diretto, con la costruzione di oggetti e strumenti che possano servire alla vita quotidiana, un secondo di più vasta portata, basato sulla condivisione della conoscenza necessaria all’organizzazione a livello comunitario di un sistema di raccolta e differenziazione dei rifiuti, in modo che siano le stesse comunità a rivendere ciò che si è differenziato ai centri di riciclo: una comunità che è stata di ispirazione su questo percorso, è riuscita in questo modo a far diventare lo smaltimento, da costo privato dei suoi abitanti, un guadagno diretto da reinvestire in strutture e attività comunitarie.
La terza area di attività pratiche è relativa al cibo: la preoccupazione sulle malattie derivate dagli alimenti di produzione industriale, così come le difficoltà derivanti dal loro crescente costo, ha portato alla costituzione di laboratori di agricoltura ecologica in cui si apprende a coltivare direttamente le proprie verdure e piante medicinali. Senza l’uso di prodotti chimici e anche con ridotti spazi a disposizione, ci si occupa quindi di tutto il relativo processo: dalla ricerca dei semi, all’uso di pesticidi e concimi naturali, alla raccolta di ciò che si è seminato, si compiono piccoli passi per il recupero della sovranità alimentare familiare e comunitaria.
In questo processo, il fine ultimo non è la semplice realizzazione del laboratorio e della tecnica ecologica, il percorso che si intraprende vuole arrivare ad una più ampia portata: riunirsi per imparare assieme come affrontare la situazione attuale, implica prima di tutto la volontà di rigenerare il tessuto sociale comunitario e rinvigorire, attraverso la condivisione, le relazioni e i legami che lo compongono: è solo da qui che può partire la ripresa in mano delle proprie vite, la costruzione dell’autonomia. Questo significa cercare che le comunità diventino in breve tempo autonome dalla Unitierra stessa: il principio di gratuità dei laboratori comporta un impegno morale, quello di condividere la conoscenza appresa con le altre famiglie della comunità, l’idea è che dopo alcune sessioni dello stesso laboratorio, le tecniche ecologiche vengano fatte proprie e non abbiano più bisogno di alcun esterno per continuare ad essere implementate. In alcuni casi inoltre, sono stati gli stessi partecipanti a diventare “promotori locali” dei laboratori stessi, ovvero attivi nel condividere la conoscenza delle tecniche ecologiche nella propria o in altre comunità.
Nella fase attuale è emersa la spinta verso tipi di attività che vadano oltre l’immediatezza delle tre appena descritte, la Unitierra sta dando per esempio supporto alla costituzione di cooperative di giovani delle comunità che gli permettano di ottenere un’entrata economica dignitosa attraverso la realizzazione di attività integrate alla rete dei processi di autonomia comunitaria: la costruzione delle strutture per i bagni secchi, il riciclo di determinati materiali etc.

Le comunità di Oaxaca
È interessante soffermarci un poco su come sono le comunità in cui mettiamo in pratica queste alternative. Si tratta di comunità indigene, o di origine indigena, rurali e urbane, ovvero paesi e quartieri nella regione delle Valli Centrali di Oaxaca. Questi paesi e quartieri mantengono, alcuni più ed altri meno, forme organizzative comunitarie, ed è per questo che si concepiscono come comunità e si reggono costituzionalmente per “usos y costumbres” (usi e costumi). Questo significa che hanno un sistema di governo comunitario (che molto spesso coincide con il livello di amministrazione pubblica municipale) diverso da quello rappresentativo ed elettorale. Le comunità che si reggono sugli usi e costumi, infatti si governano attraverso un’assemblea di tutta la comunità che prende le decisioni attraverso il consenso. Le autorità municipali o comunitarie sono nominate in questo modo e offrono un servizio gratuito da uno a tre anni, oltre alle autorità (presidente municipale, segretario/a, tesoriere/a, etc.) le comunità si organizzano attraverso comitati e incarichi. I comitati sono gruppi di persone che si occupano di temi specifici della comunità, i comitati più comuni sono quelli della scuola, dell’acqua e i canali d’irrigazione, delle terre comunali, delle feste del paese etc. In molte comunità anche il servizio di sicurezza e di giustizia è gestito a livello comunitario, per cui gli abitanti della comunità fanno dei turni di servizio gratuito come “poliziotti” o meglio guardiani della comunità. Un pilastro importante delle comunità è il cosiddetto tequio, ovvero il lavoro collettivo gratuito di tutta la comunità per il beneficio comune (esempio: costruzione di un’opera pubblica, o pulizia dei canali d’irrigazione o del cimitero, etc.). Gli ambiti di lavoro in comune sono quelli che contribuiscono al rafforzamento del tessuto sociale.
È chiaro che questi sistemi comunitari non si trovano isolati e pertanto non sono quasi da nessuna parte “puri” ma si ibridano con il sistema statale e dei partiti e con l’economia di mercato, che nella maggior parte dei casi ha una funzione di disgregazione del tessuto comunitario. Quindi esiste una tensione costante tra le pratiche comunitarie e le logiche di potere e di risoluzione individualista della vita. Le pratiche promosse all’interno dell’Unitierra, in questo contesto, puntano percfiò a rafforzare le pratiche comunitarie già esistenti e a recuperarle dove si sono perse.
Oltre agli incontri nelle comunità, un’altra delle iniziative in corso, nata a partire dalle riflessioni del Seminario, è quella di Radio Unitierra, un progetto che sta nascendo sulla base dell’esperienza delle radio comunitarie che si sono diffuse molto a Oaxaca e in altre parti del Messico negli ultimi anni, come mezzi di comunicazione autonomi e alternativi ai media di massa. A Oaxaca le radio comunitarie e del movimento sociale hanno svolto una funzione importantissima, specialmente durante il 2006 con il movimento della Assemblea Popolare dei Popoli di Oaxaca (APPO) quando per mesi interi la popolazione ha occupato le radio e le televisioni commerciali locali per diffondere la parola della APPO e della gente. Da quel momento si è riscoperta l’immenso potenziale dei mezzi di comunicazione autonomi e molte comunità hanno istallato le proprie radio comunitarie dove possono trasmettere nella propria lingua e parlare delle cose che realmente riguardano la comunità. In questo senso Radio Unitierra si concepisce come un progetto di radio urbana che possa diventare un punto d’incontro anche per le radio comunitarie circostanti.

Un altro tema ricorrente nel Seminario Caminos de la Autonomia è quello del modo di resistere delle comunità zapatiste. Quest’anno dopo alcune forti aggressioni paramilitari a alcune comunità, alcuni partecipanti del seminario hanno sentito la necessità di dimostrare più attivamente la loro solidarietà sulla base dell’idea che difendere lo zapatismo oggi, significa difendere anche noi stessi, per la speranza e il cammino che rappresentano. Per cui si è dato vita al Circolo di Informazione e Sostegno “Veredas Autonomas” (Sentieri Autonomi) che sta iniziando a fare attività di diffusione e solidarietà con gli zapatisti e con altre lotte sul cammino dell’autonomia come per esempio “Las Abejas”, organizzazione indigena pacifista del Chiapas.
In generale, si può dire che la Unitierra è un contenitore che funge da laboratorio per iniziative autonome. Gli esempi sono innumerevoli e si trovano anche nel passato, tra questi vale la pena citare il Centro Autonomo di Creazione Interculturale di Tecnolgie Appropiate (CACITA), un’idea nata all’interno dell’Unitierra e ora con vita propria, grazie alla quale si è dato vita a uno spazio di generazione di innovazioni tecnologiche a servizio delle persone o strumenti conviviali (in termini di Illich) come per esempio le bici-macchine. Altre come la campagna “Sin maíz no hay país ” (Senza mais non c’è paese) o la cooperativa di produzione interculturale di cioccolata Chocosol anch’esse generate col supporto di Unitierra e ora autonome: la prima è impegnata a livello nazionale nella difesa delle innumerevoli varietà di mais nativo (l’elemento millenario a cui è legata la nascita della vita e delle molteplici culture mesomericane, nonché tuttora alimento base del paese) dai forti tentativi di imposizione delle sementi ogm brevettate delle multinazionali, sempre più sostenute dai governi nazionali e statali; la seconda, mettendo in relazione luoghi distanti come Oaxaca, Chiapas e Toronto, ha portato alla produzione di cioccolata attraverso l’utilizzo di strumenti conviviali come forni solari e bici-macchine, generando un meccanismo di scambio basato sul commercio orizzontale, permettendo così di creare attività autonome basate su un lavoro dignitoso e ben remunerato per tutti gli attori coinvolti nel circuito.
Oltre alle iniziative pratiche, la Unitierra ha sempre favorito l’esistenza di gruppi di studio, ricerca e riflessione su temi specifici (per esempio qualche anno fa si è portato avanti un seminario sulle culture orali). In questo momento si sta realizzando un seminario sia presenziale sia in linea, sul pensiero di Marx e Illich coordinato da Gustavo Esteva e un gruppo di ricerca sul lavoro non salariato a Oaxaca.

Conclusione
In conclusione, suonerà forse banale dire che non è semplice poter descrivere a parole quello che sta succedendo e che ogni giorno si vive, attraverso la Universidad de la Tierra. La costruzione dell’autonomia, è un cammino, non un piano di tappe prestabilite, il suo cuore è il noi, fatto di vite e le relazioni, persone in carne e ossa, è solo questo noi a compiere passi nel mondo reale, nel qui che ci circonda, nell’ora in cui siamo immersi, riscrivendo la sua storia ogni giorno. Senza di esso, tutto ciò che abbiamo appena descritto in questo testo, semplicemente non sarebbe stato possibile. Al contrario vediamo con sorpresa come, nella sua persistenza, la riaffermazione del noi si stia giorno per giorno allargando, in maniera radicalmente plurale, senza controllo e tentativi di indottrinamento: per contagio. Amici vicini e lontani, comunità così come quartieri urbani, dentro e fuori dal Messico e da Oaxaca, accogliendo questo messaggio, fanno propria la volontà di riprendere in mano le proprie vite. Così come la Universidad de la Tierra è sorta in California, in Chiapas e a Puebla, altri, partendo da ambiti diversi, camminano verso l’autonomia a volte senza neanche necessità di darsi un nome, in maniera simile però, si riappropriano del linguaggio quotidiano e del fare come perni dell’inversione politica.
Per questo si può forse dire che non è solo la critica di Illich ad ispirare la Unitierra, non solo si è fatto tesoro della sua cassetta degli attrezzi, grazie a cui interpretare quello che sta succedendo attorno a noi, nel mondo.
In maniera esplicita o meno, si mantiene vivo e si rinnova anche il suo invito, tutt’altro che obsoleto: guardare in faccia la realtà e vivere un reale cambiamento. Con parole semplici e chiare, quasi cinquant’anni fa, insieme ad alcuni amici, lo definì una chiamata alla celebrazione.
Veniva descritta così:
“Noi dobbiamo viverli, questi cambiamenti; non possiamo soltanto pensare al cammino da fare verso una nuova umanità. Ciascuno di noi e ciascuno gruppo col quale viviamo e lavoriamo deve diventare il modello della nuova età che vogliamo creare. Tutti questi modelli che si verranno sviluppando potranno fornire a ciascuno di noi la condizione reale in cui è possibile celebrare ogni nostra potenzialità e scoprire il cammino verso un mondo più umano. […]
Noi possiamo uscire da questi sistemi disumanizzanti. La via per andare avanti sarà trovata da quanti non accettano l’apparente totale determinismo delle forze e delle strutture dell’epoca industriale. La nostra libertà e il nostro potere di agire, dipendono dalla volontà di assumerci la responsabilità del futuro. […]
La celebrazione di questa umanità dell’uomo mediante l’unione di tutti, mediante la guarigione delle ferite esistenti nelle relazioni reciproche, dove ciascuno accetta sempre più la natura dell’altro e sopperisce alle sue necessità, creerà indubbiamente nuove occasioni di confronto per mettere in discussione i valori ed i sistemi esistenti. Una più ampia dignità di ogni uomo e delle sue relazione con gli altri uomini, non può che essere una sfida per il sistema esistente.
Questo è un appello a vivere il futuro. Uniamoci tutti insieme nella gioia per celebrare la nostra consapevolezza di questo grande fatto: noi possiamo costruire la nostra vita oggi sull’immagine di quella di domani.”2

Questo testo presenta e racconta l’esperienza diretta di Irene Ragazzini e Claudio Orrù nella Unitierra di Oaxaca. È stato preparato per il convegno su Ivan Illich, tenuto a Lucca nei primi giorni di dicembre del 2012.

*Gustavo Esteva ama dichiararsi un intellettuale deprofessionalizzato ed è il fondatore dell’Universidad de la Tierra, a Oaxaca, Messico. La sua vita è fatta di molte rotture: nei primi anni ’60 è giovane dirigente della Ibm e poi della Banca pubblica del commercio, mentre comincia il suo impegno in gruppi di ispirazione marxista che poi abbandona per le loro posizioni sulle lotte contadine. Dal 1970 al 1976 è un funzionario del governo del presidente Echeverría. Economia e alienazione è il titolo del suo primo libro, scritto per mettere in discussione lo sviluppo statalista. Poco dopo comincia il suo lavoro per organizzazioni non profit e diventa amico e collaboratore di Ivan Illich, ma anche consulente per l’Esercito zapatista di liberazione nazionale in Chiapas ai negoziati con il governo.
«Ho il sospetto che la rottura più importante della mia vita – ha raccontato – si è verificata quando ho cominciato a ricordare le esperienze con mia nonna da bambino. Non poteva venire a casa nostra a Città del Messico perché era indigena. Mia madre non le permetteva di parlare con noi in zapoteco o raccontarci storie della sua comunità. Ma io adoravo mia nonna e durante le vacanze riuscivo a stare con lei molto tempo…». Dalla fine degli anni ’80, Esteva vive nello stato di Oaxaca e ha dedicato il suo lavoro di ricerca alla critica profonda dell’idea di modernità occidentale, partendo dal punto di vista e dall’idea di cambiamento di alcune comunità indigene.
Esteva è autore di numerosi saggi per riviste e di diversi libri, tra quelli tradotti in italiano, Elogio dello zapatismo per Karma edizioni e La comune di Oaxaca per Carta. L’ultimo è Antistasis. L’insurrezione in corso, edito da Asterios.
Video realizzato nei primi giorni del 2013 al Cideci Centro Indigena De Capacitación Integral nel seminario sul pianeta e i movimenti anti-sistemici:

venerdì 18 maggio 2018

Decreto Martina: il pesticida imposto in Salento non è tra quelli vietati dall’UE. E quindi? – Gianluca Ricciato



Nel mio articolo uscito su questo sito lo scorso 4 maggio, c’è un errore di cui mi scuso: il pesticida neonicotinoide il cui utilizzo è imposto dal decreto del 13 febbraio 2018 è unicamente l’Acetamiprid, commercializzato in Italia da Sipcam sotto il nome di Epik, e non rientra nei tre neonicotinoidi vietati lo scorso 27 aprile dall’Unione Europea (imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam) in quanto riconosciuti come “apicidi” . La parte del decreto che riguarda questo aspetto si può rinvenire da pagina 89 a pagina 95 del numero 80 della Gazzetta Ufficiale 2018.
Subiremo quindi un attacco chimico legale, e questo dovrebbe tranquillizzarci.
Riporto qui di seguito alcune posizioni ufficiali riguardanti l’Acetamiprid.

> EFSA (European Food Society Authority) nel dicembre 2013
“Il gruppo di esperti scientifici PPR ha riscontrato che acetamiprid e imidacloprid possono avere un effetto avverso sullo sviluppo dei neuroni e delle strutture cerebrali associate a funzioni quali l’apprendimento e la memoria. Ha concluso che alcuni dei livelli guida attuali per l’esposizione ammissibile ad acetamiprid e imidacloprid potrebbero non essere sufficienti a salvaguardare dalla neurotossicità nella fase di sviluppo e dovrebbero essere ridotti. Questi cosiddetti valori tossicologici di riferimento forniscono indicazioni chiare sul livello di una sostanza a cui i consumatori possono essere esposti a breve e a lungo termine senza un rischio apprezzabile per la salute. Alcuni esempi sono la dose acuta di riferimento (DAR), la dose giornaliera ammissibile (DGA) e il livello ammissibile di esposizione dell’operatore (LAEO)” http://www.efsa.europa.eu/it/press/news/131217
Ma dato che anche un organismo come l’EFSA è fatto da essere umani, suscettibili come me di errore, o peggio ancora di pressioni esterne, non voglio considerare oro colato quello che dice l’EFSA, anzi giacché sono in argomento, ricordo quello che successe pochi mesi fa con i cosiddetti “Monsanto Papers”:
“Le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati, quasi parola per parola, dal dossier presentato da Monsanto. Sono 100 pagine sulle circa 4.300 del rapporto finale, ma si tratta delle sezioni più controverse e al centro dell’aspro dibattito degli ultimi mesi, quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato”  http://www.lastampa.it/2017/09/15/scienza/glifosato-la-valutazione-dei-rischi-ue-copiata-dai-documenti-monsanto-SpexAUwAx6B23ei8G70xYL/pagina.html
Ovviamente anche il quotidiano torinese La Stampa non va preso per oro colato (il movimento No Tav la chiama, da circa un ventennio, “la busiarda”). Ma la diffusione di questa notizia è avvenuta principalmente dall’estero ed è stata oggetto dell’interesse di tutti i quotidiani internazionali e anche di interrogazioni parlamentari. Ma qui sembra non ci si possa fidare di nessuno. Quindi andiamo avanti, sempre più a fondo per quanto possibile, per capire cosa dicono le fonti ufficiali sull’Acetamiprid. Passiamo alla ricerca universitaria.

Rispetto agli altri Neonicotinoidi, cioè quelli recentemente vietati dall’Unione Europea, l’Acetamiprid sembra non avere gli stessi effetti nocivi sulle api, stando alle ricerche sperimentali degli autori di questo articolo:
“Nel trasporto sistemico di alcuni principi attivi all’interno della pianta, le molecole originarie vengono metabolizzate dal sistema di detossificazione e degradate in altri composti. Un fenomeno simile ha luogo anche all’interno del corpo delle api che vengano in contatto con il composto madre. In alcuni casi, come per l’acetamiprid, le molecole prodotte dalla degradazione non sono in grado di esprimere tossicità. Per altri principi attivi, invece, i metaboliti possono avere proprietà tossiche paragonabili o superiori a quelle della molecola madre (…) All’interno della classe dei neonicotinoidi esistono due gruppi con caratteristiche tossicologiche distinte: i composti nitro-sostituiti e i composti ciano-sostituiti. I primi (es. imidacloprid, thiamethoxam e clothianidin) hanno una tossicità fino a 1000 volte superiore rispetto ai secondi (es. acetamiprid e thiacloprid) (…) Un’altra particolarità dell’esposizione cronica riscontrata nei piretroidi e in alcuni neonicotinoidi, è la relazione negativa che lega la dose e la mortalità provocata, per cui a dosi più alte non corrisponde necessariamente una mortalità finale maggiore. L’imidacloprid, se somministrato cronicamente in concentrazioni riscontrabili nel polline (1 e 10 ppb) attraverso una soluzione zuccherina, è in grado di provocare una mortalità del 50% dopo 8 giorni. Nel medesimo studio è stato dimostrato che, per raggiungere un effetto comparabile, in modalità acuta, è necessaria una dose fino a 6000 volte superiore della stessa sostanza. Acetamiprid e thiacloprid, al contrario, non mostrano lo stesso comportamento. L’acetamiprid, ad esempio, se somministrato in dosi subletali (0,1 e 1 µg/ape) per 11 giorni, sia per ingestione, che per contatto, non provoca un aumento della mortalità rispetto ad api non trattate” (pp. 8-10)

Questo non vuol dire tuttavia che la sostanza in questione risulti innocua, perché ci sono in ballo altri fattori, in particolare quelli “sistemici”, cioè legati all’interazione tra sostanze, sia immesse dall’uomo sia naturali:
“Anche il thiamethoxam, per contatto diretto con 0,1 e 1 ng/ape in condizioni di laboratorio, ha provocato un calo della capacità delle api di apprendere gli odori e di memorizzare le informazioni apprese. Analogamente l’acetamiprid, a dosi subletali e per ingestione (0,1 µg/ape), ha dimostrato di inibire la memoria a lungo termine legata a stimoli odorosi [82]. L’interpretazione di questi risultati è interessante anche alla luce del fatto che, nella maggior parte degli studi, gli odori usati come stimoli sono sostanze comuni nella vita delle api come il citronellolo o il linalolo, componenti naturali dell’aroma dei fiori o come la miscela di molecole emessa dalla ghiandola di Nasonov nelle api operaie. La minore reattività a questo genere di stimoli in un’ape bottinatrice, ad esempio, potrebbe andare a danneggiare la capacità di rintracciare le fonti di cibo migliori. L’effetto deleterio del clothianidin sull’apprendimento e la memoria delle api, è stato inoltre dimostrato anche nel caso in cui l’odore proposto era rappresentato dal feromone reale, un altro componente essenziale della vita e dell’aggregazione della famiglia di api (…) L’azione sinergica tra la deltametrina ed il fungicida imidazolico prochloraz, è stata verificata sulle api adulte sia per quanto riguarda la mortalità, sia per gli effetti subletali come la capacità di termoregolazione. L’aumento di tossicità sarebbe provocato da un’interazione a livello biochimico, grazie alla quale i fungicidi azolici sono in grado di ostacolare la detossificazione dei piretroidi, rendendo quindi le api più suscettibili all’azione di questi comuni insetticidi. In condizioni di semicampo questi risultati sono stati confermati, presentando però anche un’altra interpretazione del fenomeno. Secondo questa infatti, il fungicida prochloraz sarebbe in grado di ridurre l’effetto repellente della deltametrina, aumentando quindi il rischio di esposizione al piretroide. Nel caso dei neonicotinoidi, la combinazione con altri principi attivi è prevista in molte formulazioni commerciali; tra i prodotti spray troviamo infatti associazioni tra neonicotinoidi e piretroidi (deltametrina e cipermetrina prevalentemente), mentre tra le formulazioni utilizzate nella concia di sementi, la combinazione tra insetticida e fungicida è molto diffusa. Allo stesso modo di quanto dimostrato per i piretroidi, anche l’associazione tra i neonicotinoidi e i fungicidi azolici presenta un carattere sinergico negativo nei confronti delle api adulte. Il trattamento combinato, per contatto, con triflumizolo, ad esempio, ha aumentato la tossicità dell’acetamiprid e del thiacloprid più di 200 e 1000 volte rispettivamente. Analogamente la DL50 del thiacloprid è risultata di 500 volte più bassa in corrispondenza del trattamento combinato con il propiconazolo. Questo tipo di sinergia si verifica sopratuttutto con i neonicotinoidi di tipo “ciano-sostituito”, che esprimono una tossicità individuale molto inferiore rispetto agli altri; nel caso dell’imidacloprid, infatti, l’effetto sinergico con i fungicidi menzionati è risultato molto limitato (pagg. 12-16)
La conclusione del dossier, in particolare, sembra fungere da monito in particolare sull’interpretazione riduzionistica e a breve termine della singola sostanza, a favore di un’assunzione del problema a livello più generale, di eco-sistema:
“La valutazione degli effetti dei pesticidi a livello della famiglia, inoltre, deve tenere presente la capacità di resilienza dell’alveare. La colonia va considerata, infatti, non come la somma degli individui ma come un superorganismo coordinato da un’intricata rete di relazioni tra individui e con un’alta capacità di far fronte alle perturbazioni esterne. Gli eventuali effetti che potrebbero essere osservati sul lungo periodo possono quindi non essere evidenti nel corso di una sperimentazione. Tuttavia, anche alla luce della difficoltà di appurare l’azione di un pesticida in condizioni di campo, le evidenze fornite dalle attività di monitoraggio, come le numerose segnalazioni di morie e spopolamenti, dovrebbero essere prese in considerazione nel processo di valutazione del rischio post-registrazione (agrofarmaco-sorveglianza). In conclusione, la vasta produzione scientifica e le numerose evidenze che dimostrano la pericolosità di molti pesticidi nei confronti delle api, richiedono una particolare attenzione nel processo di registrazione ed utilizzo di questi prodotti, tenendo presente che gli effetti riscontrati sulle api possono interessare anche altri impollinatori ed insetti utili, con un notevole impatto sull’agroecosistema.” (pag. 19)

Tutto questo, più che suggerire al comune cittadino, cioè a me, di utilizzare allegramente questo tipo di prodotti, fa venire in mente invece un altro testo, del 1992, uno dei testi più vituperati degli ultimi anni e che invece, quando uscì, sembrava l’approdo di una nuova civiltà.

> DICHIARAZIONE DI RIO (1992)

“Con il termine principio di precauzione, o principio precauzionale, si intende una politica di condotta cautelativa per quanto riguarda le decisioni politiche ed economiche sulla gestione delle questioni scientificamente controverse.
Principio 15. Al fine di proteggere l’ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il Principio di precauzione. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale.”

Tutto quello che sto facendo insomma, per accordo internazionale tra stati, non dovrebbe nemmeno esistere: non dovrei essere io a dover dimostrare la sospetta nocività di una sostanza perché questa non venga iniettata nei miei polmoni, nel mio apparato digerente, nella terra dove cammino e nell’acqua che bevo. E non è una questione che riguarda solo le api, per quanto importanti esse siano. Dovrebbero essere i somministratori di questa sostanza a dimostrare l’innocuità della stessa o semmai, in caso di emergenza, la priorità del suo utilizzo in un rapporto costi-benefici, e tale priorità dovrebbe essere condivisa dalla maggioranza dei cittadini secondo la democrazia. Ma tutto questo allo stato attuale sembra fantascienza. Allo stato attuale, da cittadino e – faccio coming out – da ecologista ormai ventennale, con studi universitari di filosofia e di educazione ambientale, con partecipazione ormai ventennale a pratiche legate alla sostenibilità, quando cerco di parlare di principio di precauzione mi viene risposto: “di questo devono parlare solo i laureati in…”, assumendo che questa questione riguardi solo i laureati in qualcosa. Per questo motivo ho riportato finora solo fonti “neutre”, e non perché io creda che esistano fonti veramente “neutre”: siamo tutti fallibili e abbiamo tutti dei punti di vista, la differenza semmai per me sta se uno ha o non ha la capacità di fare domande e rispettare le opinioni altrui.
Ci sono opinioni, per me, rispettabilissime, ma considerate “ideologiche” da chi ritiene di avere la verità assoluta in tasca. A me sembra infatti che oggi non siano più i comunisti, ma gli ecologisti, a “mangiare i bambini”. Ne riporto alcune, di queste opinioni, riguardanti l’Acetamiprid.

> VINCENZO VIZIOLI, PRESIDENTE DI AIAB (ASSOCIAZIONE ITALIANA AGRICOLTURA BIOLOGICA), INTERVISTATO DAL MAGAZINE GREENME 
“L’acetamiprid non è stato vietato, perché la sua tossicità risulta più bassa degli altri tre neonicotinoidi ora messi al bando. Ma per gli ecosistemi potrebbe non cambiare nulla. “Alta o bassa, le api sono particolarmente sensibili a tossicità anche molto basse”.
Ricordiamo inoltre che se gli agricoltori biologici useranno queste sostanze, perderanno le certificazioni e servirebbe anche a poco un’eventuale deroga concessa dalla Regione (ovvero la possibilità di continuare a mantenerle vista la situazione di emergenza), perchè perderebbero comunque tutto il mercato a loro legato e faticosamente creato negli anni.”

> ASSOCIAZIONE MEDICI PER L’AMBIENTE – ISDE ITALIA

“L’emivita biologica dei neonicotinoidi può arrivare a due-tre anni e, quando queste sostanze sono immesse nell’ambiente, possono rimanere nel suolo e nelle falde acquifere per lungo tempo senza essere degradate e accumulandosi nelle piante, comprese quelle a destinazione alimentare. L’acetamiprid, in particolare, è stato riscontrato nell’11,6 % dei punti di monitoraggio delle acque superficiali (nelle aree dove è stato cercato) e nel 3,2 % di quelli delle acque sotterranee. Questi rilievi sono particolarmente gravi in considerazione anche degli effetti letali e subletali sugli anfibi. Secondo evidenze scientifiche elencate dall’agenzia per la protezione ambientale americana (US EPA), l’acetamiprid è neurotossico e, nei mammiferi, ha conseguenze biologiche negative su fegato, reni, tiroide, testicoli e sistema immunitario. Ha inoltre un’alta tossicità per gli uccelli. Gli effetti biologici dei neonicotinoidi sull’uomo (che può assumerli per contatto, per inalazione e per ingestione) devono essere ancora compiutamente chiariti. Sono stati tuttavia pubblicati sino ad ora 4 ampi studi caso-controllo che descrivono, in tutti i casi e con metodologia adeguata, associazioni significative tra esposizione cronica a neonicotinoidi e rischio di alterazioni dello sviluppo come tetralogia di Fallot, anencefalia, disturbi dello spettro autistico, alterazioni mnesiche e motorie”

CONCLUSIONI, COME SI DICE
Un noto sito “antibufala”, che non nomino non solo per non fargli guadagnare ulteriori clic, ma anche perché mi sono stancato anche di sentirlo nominare e utilizzare come “fonte” – è lo stesso sito che si fregia di aver dipinto la nota scienziata ecofemminista indiana Vandana Shiva come una “santona” – non ha perso occasione per prendere posizione anche in questo caso e svelare le “fake news” riguardanti il decreto Martina. Il problema per me non è che ognuno possa sparare le proprie idee, giuste o sbagliate, sul web: di questo per me ha paura solo chi è in malafede e ha qualcosa da nascondere.
Il problema è chi, non rispettando le idee altrui, considera sé stesso “neutro e oggettivo” (quindi “assoluto”) e ridicolizza come ignorante chiunque sia l’altro-da-sé: questo nel mio linguaggio si chiama dogma, pensiero unico e se si diffonde diventa pericoloso perché è l’anticamera che giustifica, da sempre, ogni totalitarismo. Specie quando avviene tra posizioni sociali, filosofiche, politiche e scientifiche complesse, che avrebbero bisogno del confronto, non di questo atteggiamento. Avere punti di vista diversi sull’argomento, nel senso proprio di provenire da “ambiti diversi” rispetto ad uno stesso argomento, dovrebbe accrescere le conoscenze, invece assistiamo a una guerra tra specialismi, questa sì, allarmante.
E’ facile girare su Internet e citare i più faciloni e cialtroni per screditare un argomento, quelli che non sanno scrivere, quelli che ripetono a pappagallo posizioni sentite, lo possiamo fare tutti: soprattutto di ripetitori di fake news ufficiali ce ne sono a milioni, in questo paese, da tempo immemorabile. Da quando Enrico Mattei morì in un “tragico incidente aereo”, Peppino Impastato mise una “bomba terrorista” su un binario siciliano e Pier Paolo Pasolini fu ucciso perché un ragazzo “non voleva fare sesso” con lui: i depistaggi mediatici di Stato e i loro ripetitori, su qualsiasi argomento, sono all’ordine del giorno, ma non per questo io, personalmente, ritengo un cialtrone chiunque appoggi delle versioni dei fatti che io non condivido, e non penso nemmeno che sia uno stupido, penso che si basi su esperienze di vita, modelli e fonti di conoscenza diverse, magari in parte, dalle mie.
Prima di sentenziare, dalla propria posizione, che “L’Acetamiprid non ha alti livelli di rischio”,  il pluricitato sito antibufale – metonimia del suo autore e fondatore – fa la seguente riflessione: “Ammetto che sto iniziando a pensare seriamente che alla fine ci sia sotto qualcosa per cui non si vuole minimamente intervenire contro la Xylella. Ci deve essere qualcuno a cui tutte queste polemiche fanno comodo. Non comprendo però chi siano”
Do per buona la sincerità di questa domanda, che in un mondo di “falchi” quale quello che viviamo è anche giustificata, e condivido con il sito che è sbagliato non approfondire e non dare informazioni quanto più corrette possibile. Quello che non condivido è il fatto di non esplicitare che si sta scrivendo dalla propria posizione, dal proprio vissuto, emotivo, intellettuale, di esperienza teorica e pratica, dalle proprie conoscenze: dal proprio “sé situato”, come dice il pensiero femminista, partendo da sé prima di tutto e non dai pezzi di carta che, lo sappiamo tutti, possono essere segno di conoscenza, ma non per forza. Del resto, questo sito antibufala sembra avere un pezzo di carta su tutto, sebbene accusi gli altri di “tuttologia”.
Io non condivido la posizione che hanno avuto alcuni secondo cui “la xylella non esiste”, li vedo gli ulivi nella mia terra e mi faccio delle domande a cui non ho avuto finora risposte che mi soddisfano definitivamente. Non ho nemmeno una posizione netta, in linea generale, nei confronti del fatto che gli abbattimenti di ulivi potessero o meno essere una soluzione che funzionava, “un male minore” rispetto soprattutto all’attacco chimico iniziato da qualche giorno in Salento. Anche se l’entità dei tagli proposti, cioè la quantità di kilometri quadrati di ulivi da abbattere, mi ha lasciato di stucco e mi ha fatto sempre chiedere se fosse necessaria una tale quantità di eradicazioni.
Del resto, c’è una realtà che fa agricoltura naturale, tra le mille cose che fa, di cui mi sento parte anche se non vivo lì, i cui 30 ettari di terra ricadono tutti interi all’interno di quello che fu il primo piano di abbattimenti proposto: i loro uliveti sono ad oggi, maggio 2018, totalmente sani, nonostante siano vicinissimi ad un famoso focolaio di cui tanto si è parlato. Non sono ancora stati intaccati, quindi è questione di tempo, o è grazie alle loro pratiche eco-sistemiche e al modello ecologico che adottano da più di vent’anni? Perché il punto, rispetto alle imposizioni, è questo: possono (possiamo) fare disobbedienza civile all’imposizione di neonicotinoidi, subendo magari multe e subendo l’irrorazione di chi ci sta intorno, ma non possiamo resistere alle forze dell’ordine di un paese occidentale che viene letteralmente ad asfaltarti, non si hanno le forze, a meno di essere davvero in migliaia. Ma è questa la soluzione, asfaltare 30 ettari di realtà virtuosa, eco-sostenibile e, ad oggi, sana, distruggendo oltre al territorio anche una storia preziosissima?  Possibile che non ci si renda conto che non si possono prendere decisioni di questo tipo, così impattanti, senza cercare mediazioni con chi vive e lavora sul territorio? E’ solo un esempio tra i tanti, anche se a me caro, e non posso certo parlare di questo argomento prescindendone. Anche perché la versione dei fatti che questa realtà ha fornito, puntuale e documentata, ma orientata e non fintamente neutrale, sarebbe sconcertante anche se fosse vera solo al 20%.
Perché sono, ad oggi, non solo sconsigliate, ma addirittura vietate pratiche naturali che cambiano il paradigma usato finora e che molti che le hanno sperimentate considerano, oggi, potenzialmente efficaci se sviluppate? Perché non si seguono queste direzioni di rafforzamento, invece che di ulteriore affaticamento, del “sistema”? Perché dobbiamo sempre sentire considerati come ovvi, da tutte le fonti istituzionali, i bombardamenti dei sistemi immunitari? E non si ha diritto di parola nemmeno se alcune di queste ricerche arrivano non solo da chi pratica agricoltura in campo da decenni, cosa che a quanto pare non abbia nessun valore per alcuni, ma anche dalla stessa scienza universitaria?
Tutto questo ho pensato elaborando le idee delle campane, variegate, che ho ascoltato in questi anni, e non credo di avere un’idea definitiva né sulle cause generali né sulle possibili soluzioni della questione del disseccamento degli ulivi in Salento. Ci sono troppi fattori in ballo, non solo “agronomici”.
Ma allo stesso tempo non posso non considerare quella che è stata la cosiddetta “Rivoluzione verde” degli ultimi 50 anni, ossia la modificazione in senso industriale e capitalista dell’agricoltura che ha generato desertificazione globale, aumento dell’agricoltura intensiva, monocolture, inaridimento dei terreni, perdita di biodiversità, cioè di intere popolazioni di piante e animali, crisi sociali, crisi eco-sistemiche, crisi sanitarie, e via dicendo. E questi non sono “gomblotti”, sono i risultati di studi, spesso pionieristici e osteggiati dal senso comune e da chi detiene il potere economico, e sono i risultati anche delle lotte di chi ha dato la vita e ancora la dà per difendere l’ambiente e le popolazioni dalla violenza capitalista, da Chico Mendes (1988) a Paulo Sergio Almeida Nascimento (2018).
Come non posso non tenere presente l’alternativa filosofica e pratica di chi propone un superamento della concezione della natura come opposta alla cultura e alla civiltà, la concezione cioè sviluppata tra ‘600 e ‘800 di una natura da “dominare, soggiogare, contrastare” perché portatrice di malattie, virus, morte, invece di rafforzare i suoi “sistemi immunitari”, la sua biodiversità e quindi la convivenza armoniosa tra esseri viventi: tali alternative sono la concezione sistemica, le pratiche agroecosistemiche e in generale un’idea che noi umani siamo parte del sistema e quindi dobbiamo convivere, non dominare. Molta filosofia del ‘900, quella che al liceo non si studia mai, ha cercato di mostrare questo in svariate forme, evidenziando i limiti e i pericoli di un’epistemologia iperspecialistica e riduzionista.  Considerare il pensiero ecologicouna moda, per me, significa ignorare quanto sia variegata e complessa la proposta di modifica del paradigma emersa negli ultimi decenni, il cambiamento cioè dei nostri modi di pensare e di vivere. E non in un futuro “sol dell’avvenire”, ma adesso.
Scrive Gregory Bateson:
“Cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza del mondo biologico reale: l’unità di sopravvivenza è l’organismo più l’ambiente. Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge sé stesso.”
(Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, 1977)
Queste alternative sono in atto e non vuol dire che si è trovata la soluzione del mondo, ma che si è iniziata a sperimentarla, da un punto di vista ecologico-sistemico. Queste alternative esistono in America, in Asia, in Europa, in Italia e anche in Salento, e sono messe in pericolo da questo decreto: questo è il motivo dell’emergenza, per me, cioè che la soluzione agrochimica proposta sia peggiore della causa, nei confronti dell’ecosistema e dei suoi abitanti.
C’è stato un bellissimo (per me) e coraggioso report di Speciale Tg1, qualche mese fa, che parla di queste “alternative” in ambito agricolo. Ne ho parlato in questo articolo, Il dado è tratto. La Natura nel piatto.
Si può ancora vedere sul sito Rai, la puntata è quella del 29 gennaio 2018.
Il sistema Terra, oggi come mai, ha bisogno di confronti, relazioni, armonia e verità, non di topi in trappola che litigano tra di loro mentre qualcuno dall’alto li guarda e ride. E questo vale per tutti, a prescindere dai titoli di studio e dalle idee, e vale soprattutto per me, naturalmente.

mercoledì 16 maggio 2018

La Sardegna discarica dei gruppi industriali: la mappa dell’inquinamento - Alessandra Carta



  
Sono solo l’ultimo presunto disastro ambientale scoperto le 45mila tonnellate di rifiuti pericolosi trovate interrate a Portovesme, nel terreno di Enel spa che nel Sulcis ha una centrale di energia. Quella avviata dalla Procura di Cagliari – con pm Marco Cocco e Andrea Vacca – è dunque l’ennesima inchiesta sulla Sardegna trasformata in discarica. O comunque fatta oggetto di episodi di grave inquinamento, su cui la magistratura è al lavoro.
Era aprile del 2015 quando scattarono le manette per i vertici di E.On, proprietaria della centrale idroelettrica di Fiume Santo: un serbatoio da cinquantamila litri si era anche staccato dal fondo dell’impianto, provocando perdite continue che sarebbero state nascoste per non arrecare danni all’azienda. Lo scorso 20 aprile è arrivata però l’assoluzione dei manager.
La Regione sta pagando di tasca propria il risanamento ambientale di Furtei (nella foto) su un’area di 530 ettari, abbandonata nel 2009 dalla Sardinia gold mining che cercava oro ed era titolare della concessione estrattiva. Il costo dell’intervento è di 65 milioni per i primi tre anni di interventi che serviranno solo per bonificare il laghetto al cianuro. Anche in questo caso c’è un’inchiesta aperta: la Procura di Cagliari – pm Daniele Caria – ha chiesto il rinvio a giudizio di tre dirigenti della Sardinia gold mining: due sono canadesi, uno è americano.
Sempre a Portovesme c’è il caso del bacino di fanghi rossi di Euroallumina. A processo per disastro ambientale e traffico illecito di rifiuti – il pm è ancora Marco Cocco – ci sono due dirigenti della società. Un dato su tutti: nei campioni d’acqua prelevati nei pozzi di osservazione (i cosiddetti piezometri) a settembre 2015, il cancerogeno cromo VI superava di oltre il doppio i limiti-soglia nell’area compresa tra il bacino dei fanghi rossi e il mare.
Sarroch, nel polo petrolchimico della famiglia Moratti, a marzo 2017 arrivò pure una troupe de Le Iene per tenere accese le luci dei riflettori sul presunto inquinamento: indagini aperte sulla Saras non ce ne sono, ma continuano le le battaglie ambientali promesse da singoli cittadini e associazioni verdi. A Le Iene si erano rivolti due imprenditori agricoli, madre e figlio – Liliana e Carlo Romagnino – costretti a chiudere la loro azienda per via della quantità di vanadio trovata nel terreno e pari a oltre dieci volte il limite consentito. La Saras si è sempre difesa mettendo sul tavolo i dati dell’Arpas sul monitoraggio della qualità dell’aria e risultati sempre nei limiti di legge. Ma anche lo scorso marzo gli ambientalisti del Grig hanno denunciato “il silenzio delle autorità contro i fumi e miasmi dagli impianti”. Dal Gruppo di intervento giuridico hanno ricordato una ricerca scientifica secondo cui in 75 bambini delle scuole elementari e medie sono stati riscontrati danni e alterazioni al Dna (leggi qui).
Era il 16 maggio 2016 quando i vertici della Fluorsid, l’azienda di Macchiareddu proprietà di Tommnaso Giulini, patron del Cagliari calcio, finirono in manette insieme ad alcuni dipendenti (ed ex) delle ditte d’appalto. Per tutti  l’accusa di disastro ambientale. Anche questa indagine è in mano al pm Marco Cocco, mentre le ordinanze di arresto furono firmate dal gip Cristina Ornano. L’area interessata all’inchiesta arriva sino alla laguna di Santa Gilla, dove nei fanghi sversati fu trovato arsenico. E poi ci sono i fanghi interrati in una discarica abusiva di Assemini: la quantità stimata è stata di 35mila tonnellate. Il pubblico ministero ha indagato lo scorso aprile anche tre dirigenti dell’Agenzia regionale Arpas per omessi controlli e segnalazioni (leggi qui).
Ancora tutto da chiarire il caso dell’amianto a Ottana, nell’area industriale: ci sono dei contenziosi giudiziari aperti, cioè cause di lavoro, ma la commissione d’inchiesta istituita dall’Inail per la richiesta di risarcimenti ha respinto la gran parte delle domande. Per l’istituto nazionale “c’era sì esposizione all’amianto (la cui presenza è stata certificata), ma non tale da ottenere speciali previdenze“.
Infine il ribattezzato ‘inquinamento di Stato’, quello derivante dalla presenza delle servitù militari: il processo sui veleni di Quirra, in corso a Lanusei, continua a ritmi serrato: anche nell’ultima udienza dello scorso 11 aprile un consulente della pubblica accusa ha confermato la presenza di sostanze radioattive. E poi le pecore malformate, le carni e i formaggi , come in aula hanno raccontato a febbraio due veterinarie citate come teste (leggi qui). Gli imputati sono otto ex comandanti della base militare: guidarono il poligono dal 2004 al 2010.